Un libro che fa la differenza

Manganelli Cesaredi Cesare Manganelli

 
L’area dei lettori forti, coloro che leggono più di cinquanta libri all’anno, sta desolatamente riducendosi. Non è il caso di entrare nell’analisi delle motivazioni e delle cause, prendiamolo come un dato di fatto.
All’interno di quell’area c’è un sottoinsieme esiguo, ma non irrilevante, composto dai lettori di storia della Shoa, Sono lettori che dopo aver incontrato a scuola i testi più conosciuti e accessibili, normalmente Primo Levi e Anna Frank, si sono trasformati in onnivori cultori della materia, alla continua ricerca di una spiegazione razionale del genocidio europeo, di una parola sensata sulla Shoa, vittime di una sovra codificazione cognitiva che non riesce a svincolarsi dalla domanda più importante. Come è potuto accadere?

E’ a questa area, ma anche a tutti gli altri, che mi rivolgo in primis per segnalare laWachsmann  pubblicazione di un testo molto interessante e cioè la traduzione in italiano del volume di Nikolaus Wachsmann, Storia dei campi di concentramento nazisti edito da Mondadori nel gennaio 2016.

La ricerca si pone un obiettivo molto ambizioso, la ricostruzione complessiva della storia dei Konzentrazionlager dalla fondazione di Dachau nel 1933 fino alla liberazione di Auschwitz e di Bergen Belsen nel 1945.

Il testo rispetta un preciso ordine cronologico e individua con nettezza i salti paradigmatici delle sue strutture profonde. Il volume si apre con una descrizione dei cosidetti “ campi selvaggi”, luoghi di tortura e contenimento dell’opposizione antinazista. In questi campi istituiti dalle SA e dalla SS si demolì il fisico e la capacità politica di decine di migliaia di antinazisti, spezzando sul nascere le possibilità di riprendere una pur minima forma di resistenza al nuovo regime. Solo a Berlino “la rossa” i campi selvaggi erano centinaia.

La progressiva normalizzazione dei campi, che dopo la purga delle SA nel 1934, erano affidati alla SS portò ad una loro contrazione nei siti e nel numero degli internati: nell’estate del 1935 erano 5 tra cui Dachau con circa 4.000 internati. Dopo l’annientamento psicofisico degli oppositori politici, i campi avevano cominciato ad inghiottire i dissidenti, gli asociali e i criminali e iniziava ad essere presente in modo massiccio la comunità ebraica, anche in considerazione del progressivo estendersi della legislazione razziale e della valutazione nazista che ogni ebreo era potenzialmente pericoloso per la saldezza del Reich sotto ogni punto di vista.

Il successivo salto di paradigma si colloca nel periodo di preparazione alla guerra ed in concomitanza con la decisione di dare corso alla uccisione di massa dei “deboli”, il programma di eutanasia di massa denominato Aktion-T4.

E’ nel 1941 che si dispiega la definitiva via verso gli omicidi di massa, da 6 campi si passa a 13 di cui 4 nei territori occupati: Auschwitz, Majdanek e Stutthof in Polonia e Natzweiler in Francia.

Nella ricostruzione di Wachsmann viene definita e delineata la politica nazista verso i prigionieri di guerra sovietici e l’applicazione della “soluzione finale” della questione ebraica nei Konzentrazionlager. E’ in questa fase che emerge il ruolo indiscutibile di Auschwitz come polo centrale della politica di sterminio degli ebrei europei e come enciclopedia negativa del sistema concentrazionario.

Nel libro una parte di grande interesse per una discussione sulla natura profonda dei Konzentrazionlager è quella relativa al valore economico del lavoro dei deportati ed il suo rapporto con l’intento del genocidio. I deportati erano solo vittime o solo schiavi, oppure vittime che dovevano essere, in modo transitoria e delimitato anche schiavi? Si tratta di un filo analitico fondamentale che l’autore segue con una impressionante mole di dati e che si intreccia costantemente con il dipanarsi della guerra. In particolare viene profilata ed inquadrata nel suo effettivo contesto il lavoro di direzione del Dipartimento economico delle SS politica di Oswald Pohl, il cui scopo era stato, su precisa indicazione di Himmler, di dare una svolta imprenditoriale all’uso lavoro dei deportati allo scopo di partecipare con efficacia all’economia della guerra totale.

Una recensione esaustiva avrebbe bisogno di almeno altre cinque pagine. Per ora ci basta segnalare un’opera come il libro di Wachsmann, un imprescindibile punto di riferimento per che vuole considerare la deportazione politica e razziale un paradigma del pensiero storico e politico.