In nome delle rose

Rosadi Pietro Mercogliano

 

Per quel poco che io posso aver colto della questione – come esterno, da romano che sono, alla vita alessandrina –, molto s’è detto e scritto a proposito delle rose che sono state piantate in alcune delle aiuole cittadine. C’è chi ha apprezzato il verde che si restituiva alla vista ed ai polmoni, c’è chi ha fatto notare che esistono piante altrettanto verdi ma meno costose. Io non ho seguito allora il dibattito, e non ne so nulla.
Altra cosa che non seguo e di cui non so nulla è il calcio: ma pare che l’Alessandria si sia distinta – e non poco – in questa Stagione. Ed anche qui molto s’è parlato delle rose alessandrine, le formazioni di undici giocatori che di volta in volta schierate hanno portato tanto onore ai “Grigi”.

Ed a me (proprio mentre, mi dicono, una bella nevicata ha sorpreso gli alessandrini) è tornato in mente un paio di mie passeggiate della scorsa estate illuminate dalle rose di Alessandria, fra la stazione e casa dei miei. Ben comprendo che la passeggiata di un romano fra le rose possa non essere un argomento d’interesse centrale: ma io invito chi legge ad aspettare che la stagione della neve sia finita, e ad incamminarsi – se non l’ha già fatto – lungo gli spartitraffico che normalmente oltrepassa alla guida; invito ad avventurarsi (a costo della vita, mi rendo conto) verso il centro delle rotatorie (attorno alle quali comunque in macchina si rischia la vita, perché in pochi conoscono il concetto di “precedenza”): ed a guardare da vicino le rose.

Vi troverà soprattutto rose di tipo moderno. In una rotatoria dello Spalto Borgoglio accanto alla stazione c’era una serie di H.T., ma anche un rigoglioso cespite biancheggiante di Polyantha. “Polyanthemos”, dai molti fiori, è per il grande lirico greco Mimnermo la stagione primaverile del rigoglio della giovinezza; e la rosa era il fiore di Aphrodite, Venere, dea ambigua come poche altre: principio divino della bellezza giovanile e dell’amore, e però legata allo strano mito di Adone, il morto giovinetto dei culti mediorientali il cui incarnato pubescente Shakespeare descrive come di rose in fiore. Gli H.T., ibridi di rose Tea, sono – specie nella France, loro emblema – il prototipo della rosa moderna, coltivabile in quasi tutti i colori immaginabili per un fiore: quelle che ho visto l’estate scorsa ad Alessandria erano soprattutto sui toni del rosa, piú o meno carico. Lungo Corso Crimea, poi, accanto ad altri Ibridi di Tea, ho notato qualche arbusto: simile, per un profano come me, a fiori di genere cinese, tipo Mutabilis; elegantissimi, con pochi petali, fiori di questo tipo costituiscono siepi signorili fin dal XVIII secolo.

Io sono, in effetti, un profano di botanica e di floricoltura, e stento davvero a riconoscere un fiore dall’altro, al di là dei miei carissimi gelsomini e delle amate orchidee: sono abbastanza convinto di aver visto quelle rose che ho descritto, ma non posso escludere che si sia trattato solo di un’associazione libera fra il loro aspetto ed i bei nomi che mi richiamavano; mi dicono che alcuni cartigli si trovano accanto ai fiori e potrebbero fugare le mie incertezze: ma il fiore e il dubbio sembrano nati per accoppiarsi. Non so – ad ogni modo – se il mio ricordo su quei tragitti sia attendibile, né se le mie quasi nulle competenze fitologiche siano affidabili, né se ad un anno quasi di distanza quei cespiti e quegli arbusti siano ancora lí: probabilmente, non ho raccontato altro che le mie rose della mia Alessandria. E, poiché del proprio si fa ciò che si vuole, mi piace, con l’Otto Marzo alle porte, offrire questo mio fasciolino di rose alle gentilissime lettrici.