Le “campane a morto” della moneta unica

Soro Bruno 2di Bruno Soro

“Il nome bancor è dovuto agli stessi criteri dell’euro, chiarezza e semplicità. La sola differenza è che il primo resterà un’illusione, il secondo invece diverrà realtà tangibile.”
Alan Minc, “Diavolo di un Keynes. La vita di John Maynard Keynes”, UTET, Torino 2008.

“I trattati saranno pure pezzi di carta, che la politica a volte può stracciare: ma, per disattenderli senza gravi conseguenze, occorre una unanimità di consensi che pare difficile rinvenire.”
L. Spaventa, Perché è impossibile uscire dall’euro, Repubblica, 5 dicembre 2010.

Che cos’è una moneta unica? E’ un sistema di cambi irrevocabilmente fissi. Nel settembre del 1941, a guerra in pieno svolgimento e a pochi mesi da quell’attacco di Pearl Harbor che segnerà l’ingresso ufficiale degli Stati Uniti nella seconda Guerra Mondiale a fianco degli alleati, John Maynard Keynes iniziava a lavorare al suo “Piano per il dopoguerra”. All’epoca, gli USA erano un paese fortemente creditore e il Regno unito fortemente debitore. Il Piano di Keynes, ancorché molto emendato rispetto alla versione originaria – in quanto avversato dal suo antagonista, l’economista del Tesoro americano Harry Dexter White, sospettato di spionaggio a favore dell’ex-Unione Sovietica  -, vedrà la luce tre anni dopo negli “Accordi di Bretton Woods”: Trattato che reggerà le sorti degli scambi internazionali durante tutto il periodo dell’«Età d’oro dello sviluppo economico» fino alla dichiarazione d’inconvertibilità del dollaro in oro dell’allora Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon del 15 agosto 1971.

Il Piano di Keynes si reggeva sui seguenti pilastri: i) un sistema di cambi fissi ancorati all’oro ma aggiustabili; ii) un fondo internazionale di stabilizzazione (con il compito di aiutare i paesi in difficoltà nei loro conti con l’estero); iii) una moneta unica, che avrebbe dovuto chiamarsi «bancor»; iv) una Banca Centrale, avente il compito di gestire la moneta unica. Per il suo biografo Alan Minc, Keynes era persuaso che il mondo del dopoguerra avrebbe dovuto “essere costituito da piccole entità politiche e culturali integrate in unioni economiche più grandi e più o meno unificate”. Negli Accordi di Bretton Woods prevalse tuttavia il piano del suo antagonista che prevedeva grosso modo le stesse Istituzioni (destinate poi a diventare il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale), ma l’abbandono dell’idea di una moneta unica in favore di un sistema di cambi fissi ancorato al dollaro statunitense, che divenne, di fatto, la sola moneta utilizzabile negli scambi internazionali. Quel Trattato resse fino a quando, con il ridursi delle riserve auree statunitensi, i responsabili del Tesoro americano ritennero di non poter più assicurare la conversione in oro di quell’enorme massa monetaria in circolazione che si era venuta a creare al di fuori degli Stati Uniti. A seguito di quella dichiarazione si è instaurato il sistema dei cambi variabili (quello attualmente in vigore), in base al quale le singole valute (il prezzo del dollaro, della sterlina, dello yen in termini di euro e/o viceversa) vengono quotate quotidianamente (con l’avvento di internet istantaneamente) nel mercato valutario. Pertanto, la moneta unica è il solo strumento in grado di assicurare la stabilità dei tassi di cambio. Ma richiede volontà politica e adeguate istituzioni in grado di redistribuire tra i paesi che aderiscono alla moneta unica i vantaggi e gli svantaggi del sistema di cambi fissi.  Con ciò si esce dalla sfera “economica” per entrare in quella squisitamente “politica”.

La storia della trasformazione della CEE (la Comunità Economica Europea) nell’Unione Europea (UE), e più ancora la storia dell’introduzione dell’euro quale moneta unica circolante all’interno dei paesi dell’Eurozona, ricalca sotto molti aspetti il Piano di Keynes: la situazione economica è ribaltata (gli USA sono grandi debitori e la UE grandi creditori, con la UE che è attualmente la prima potenza economica a livello mondiale e gli USA la seconda); l’euro, la moneta unica dei diciotto paesi dell’eurozona, è una sorta di «bancor» europeo. L’introduzione dell’euro che, ripeto, è un sistema di cambi irrevocabilmente fissi, è avvenuta a seguito del fallimento di un primo tentativo di ripristinare un sistema di cambi fissi all’interno dei paesi della CEE, il cosiddetto «Serpente monetario», e della precarietà del secondo tentativo, il Sistema Monetario Europeo (SME), che entrerà in vigore qualche anno dopo. L’esperimento del «Serpente monetario», un sistema di cambi fissi ancorato al marco tedesco, avrà vita breve: entrato in vigore l’anno successivo alla dichiarazione di inconvertibilità del dollaro imploderà a distanza di soli due anni dalla sua introduzione. A quel primo esperimento farà seguito, nel 1979, lo SME, il Sistema Monetario Europeo, il quale, a differenza del primo, si basava su una moneta fittizia, l’unità di conto l’ECU (European monetary currency), a sua volta ancorata ad un paniere di monete, e prevedeva una banda di oscillazione dei cambi entro fasce prestabilite. Questo nuovo sistema dei cambi fissi ha retto, tra non poche difficoltà, fino all’adozione della moneta unica, tappa finale del percorso sancito dal Trattato di Maastricht nel 1992, avente la finalità di “preparare la creazione dell’Unione monetaria europea e gettare le basi per un’unione politica (cittadinanza, politica estera comune, affari interni)”.

Si tratta quindi di un percorso in larga parte (politicamente e istituzionalmente) incompiuto, ancorché vincolante per tutti i paesi che hanno sottoscritto il Trattato. Un percorso che non necessariamente è destinato ad evolvere verso il raggiungimento dell’obiettivo finale (l’unione politica), ma che non può rimanere così com’è per lungo tempo. Pena l’implosione anche del sistema dei cambi fissi basato sulla moneta unica, sistema per il quale è stata prevista la procedura di adesione, ma non quella dell’uscita, fatta salva la possibilità (sempre esistente) di rescindere unilateralmente il Trattato di Maastricht. Questa via implicherebbe però l’uscita dall’Unione Europea, con tutto quello che ciò potrebbe comportare. Per fare solo qualche esempio: lo stato d’insolvenza per i titoli del debito pubblico e delle obbligazioni delle imprese, sottoscritti i primi e contratte le seconde nella moneta unica; l’impossibilità di accedere ai fondi messi a disposizione dalle politiche regionali di coesione; l’indisponibilità degli aiuti volti a fronteggiare il problema dell’immigrazione; la fuoriuscita da tutte le istituzioni dell’Unione; l’impossibilità di far valere la normativa europea contro le frodi, contro la criminalità e così via. Rimanendo nell’euro, la Grecia, pur con tutti i sacrifici imposti a quel paese, può essere aiutata. Lo scenario che si aprirebbe per l’Italia, qualora uscisse dalla UE è più simile a quello dell’Argentina, che non mi pare una grande prospettiva. Inoltre, il fatto di non poter uscire dall’euro rende improprio persino il confronto con i paesi che fanno parte dell’Unione, ma non dell’eurozona: fatta salva la differenza nella diversa condizione economica e finanziaria, l’Italia è la quarta potenza sia demografica che economica dell’Unione, la terza dell’Eurozona, la seconda per industrializzazione. Allo stato attuale, quindi, uscire “dall’euro”, implica l’abbandono dell’Unione Europea. Ma a quale prezzo?

E’ questo che vogliono quanti vagheggiano il ritorno alla moneta nazionale? Quale moneta, poi, la lira di prima? Impossibile. Una nuova lira? E a quale tasso di cambio con l’euro? Di sicuro non quello fissato al momento dell’ingresso nella moneta unica, già falcidiato del 50% dalla svalutazione interna (mille lire per un euro anziché poco meno di due mila). Suggerisco a tutti un’attenta rilettura dell’articolo del professor Luigi Spaventa (pubblicato su Repubblica del 5 dicembre 2010 e rintracciabile sul sito http://fondfranceschi.it/cogito-ergo-sum) significativamente intitolato “Perché è impossibile uscire dall’euro”. Prematuramente scomparso poco più di un anno fa, uno dei più grandi economisti italiani ci ha lasciato il seguente monito: “Oggi tutti vivono male o a disagio nel condominio dell’euro; ma uscire da quel condominio è impresa impossibile, o quanto meno traumatica per tutti i condomini”. Posto che, malauguratamente, ciò dovesse accadere avrebbe quale conseguenza una macelleria sociale di dimensioni nemmeno paragonabili a quelle che hanno portato una piccola economia come la Grecia sull’orlo del baratro. In vista delle imminenti elezioni europee, i campanari del “tanto peggio, tanto meglio” hanno già iniziato a suonare le “campane a morto” per la moneta unica. Altra cosa è battersi (politicamente) per portare a compimento il processo di unificazione previsto dal Trattato, anche se la posizione di oggettiva debolezza in cui versa il nostro paese, rende le cose molto più difficili. Incrociamo le dita.

bruno.soro@unige.it