di Graziella Zaccone Languzzi

1) Santa Croce: il tesoro che il territorio non può permettersi di dimenticare. A Bosco Marengo l’arte contemporanea riaccende i riflettori su uno dei luoghi più straordinari del nostro patrimonio. Grazie all’articolo di Enrico Sozzetti, che ci fa ricordare che nel nostro territorio provinciale esiste l’importante complesso museale Santa Croce: “Tales”, dialogo inatteso tra l’arte contemporanea e il complesso monumentale di Bosco Marengo”. Tales, che si basa sul potere delle storie e sulla memoria del luogo, dimostra che il passato non è qualcosa da conservare sotto una campana di vetro, ma può tornare a parlare, dialogare con il presente e diventare una risorsa per il futuro. Ci sono luoghi che appartengono alla storia e che raccontano l’identità di un territorio intero, e il complesso monumentale di Santa Croce a Bosco Marengo rientra senza dubbio in questa categoria, eppure viene spontaneo chiedersi: quanto è conosciuto, realmente questo straordinario patrimonio non solo al di fuori dei confini locali ma anche a casa nostra? Forse troppo poco. Ed è proprio per questo che iniziative come Tales, la mostra promossa da Mares, assumono un significato che va ben oltre quello di una semplice esposizione d’arte contemporanea. Questa pagella purtroppo esce a mostra ormai terminata, ma mi auguro che in tanti abbiano potuto ammirare il lavoro di quattro giovani artiste: Lucia Cristiani, Martina Ferrari, Benedetta Fioravanti e Krizia León Porta, che hanno esposto le loro opere all’interno degli spazi di Santa Croce, confrontandosi con la storia, l’architettura, gli archivi e il territorio. Il progetto curato da Tatiana Palenzona e Amina Berdin dimostra che è possibile mettere in relazione un patrimonio storico straordinario e la creatività contemporanea. La forza del progetto sta nel fatto che Santa Croce non è stata trattata come una splendida fotografia del passato, da guardare con rispetto e poi dimenticare. Al contrario, Santa Croce è tornata ad essere uno spazio vivo. Le opere hanno trovato posto nell’antica sala colloqui del riformatorio, nelle aule dell’ex istituto, nell’antica biblioteca del convento e nell’ex lavanderia. Spazi che portano ancora con sé tracce di una storia, ed è come se le pietre di Santa Croce tornassero a parlare. Per comprendere fino in fondo il valore di Santa Croce bisogna però tornare indietro nel tempo e parlare del monumento nato dalla volontà di un Papa alessandrino. A Bosco Marengo nacque nel 1504 Antonio Michele Ghislieri, destinato a diventare Papa con il nome di Pio V. Una figura di enorme rilievo nella storia della Chiesa, e fu proprio Pio V a volere a Bosco Marengo la costruzione del complesso di Santa Croce, trasformando il proprio paese natale in un importante centro religioso, artistico e culturale. La fondazione del complesso risale al 1566 e per la sua realizzazione vennero coinvolti artisti di grande prestigio, tra cui Giorgio Vasari. Non siamo dunque davanti a una semplice chiesa di interesse locale, ma ad un complesso nel quale si intrecciano storia, arte, religione, architettura e memoria del territorio. E c’è un altro episodio che rende ancora più importante la figura di Pio V nella storia: durante il suo pontificato venne costituita la Lega Santa che affrontò l’Impero ottomano e che culminò nella vittoria cristiana nella battaglia navale di Lepanto, nel 1571, un avvenimento destinato a entrare nella storia del Mediterraneo e dell’Europa. E tutto questo in qualche modo parte anche da Bosco Marengo, dalla terra che diede i natali a quel Papa. Santa Croce poi non è soltanto il monumento del Cinquecento, la sua storia attraversa i secoli e cambia più volte volto. Dopo le campagne napoleoniche il complesso venne trasformato in residenza per veterani di guerra, successivamente divenne deposito militare e, nel 1894, fu destinato a centro di recupero per minori orfani: nel 1948 venne aperta anche una sezione speciale per i casi più difficili. Nel 1989 il riformatorio venne soppresso e il personale e i detenuti trasferiti all’Istituto penale per minorenni Ferrante Aporti di Torino. Una pagina importante e spesso poco conosciuta della storia del complesso, che contribuisce a rendere Santa Croce un luogo dalla memoria straordinariamente stratificata. Nel 2004, Santa Croce tornò ad attirare l’attenzione internazionale ospitando il World Political Forum (fondato nel 2003 da Mikhail Gorbaciov) insieme ad Andrei Grachev, al giornalista Giulietto Chiesa e all’allora presidente della Provincia di Alessandria Fabrizio Palenzona, con la presenza di leader provenienti da diverse parti del mondo. Il World Political Forum scelse proprio il monumentale Complesso di Santa Croce a Bosco. Nel 2015 arrivò un’altra tappa fondamentale: il complesso monumentale, con i suoi circa diecimila metri quadrati, venne trasferito dal Demanio dello Stato al Comune di Bosco Marengo. La sua è una storia incredibile, ed è proprio per questo viene da chiedersi se non meriti di essere raccontata molto di più. Un patrimonio culturale vive veramente quando le persone lo conoscono, lo visitano, ne parlano, lo inseriscono nei propri percorsi turistici e culturali. Santa Croce ha tutte le caratteristiche per diventare uno dei luoghi simbolo dell’Alessandrino. La sua storia, il legame con Pio V, le opere d’arte, l’architettura, la vicenda del riformatorio, gli spazi del complesso e il rapporto con il territorio compongono un racconto unico. E allora forse bisognerebbe avere il coraggio di fare un salto di qualità con più comunicazione, più promozione, più eventi, più collaborazione tra istituzioni, associazioni, operatori culturali e territorio e permettere a sempre più persone di scoprire ciò che già esiste. Tales ci indica una strada, Santa Croce ha bisogno di essere raccontata, raccontata ai turisti, alle scuole e alle nuove generazioni e raccontata a chi magari percorre il territorio senza sapere che a pochi chilometri dal proprio itinerario, esiste un complesso monumentale di tale importanza. Perché un patrimonio sconosciuto rischia lentamente di diventare un patrimonio invisibile, e un patrimonio invisibile, per quanto prezioso, difficilmente può trasformarsi in una vera risorsa culturale, turistica ed economica per il territorio. Ora sarebbe importante che il territorio sapesse raccogliere il messaggio.
Voto: 9

2) Sanità. Questa pagella nasce da questa notizia: “Se fosse accaduto a un cittadino qualunque?”. Il caso Vespa mostra una sanità che funziona in poche ore, ma quanti cittadini, in Italia e nella nostra Regione troverebbero la stessa efficienza? Come vorremmo essere tutti Bruno Vespa ed essere fortunati come lui. Non fraintendetemi: non auguro a nessuno di cadere rovinosamente, di presentarsi al pronto soccorso con un braccio malconcio e il volto tumefatto e soprattutto, di dover essere operato. Però se proprio deve capitare, vuoi mettere la fortuna? Cadi al mattino, arrivi al Policlinico Gemelli, trovi un’équipe meravigliosa, ti operano, ti sistemano, e qualche ora dopo eccoti nuovamente in televisione pronto a intervistare la Presidente del Consiglio. Uno potrebbe pensare: “finalmente! La sanità italiana funziona”, ma viene spontanea una domanda: l’operazione è stata effettuata davvero al Gemelli oppure nell’incantato mondo di Hogwarts?
Perché è talmente incredibile o “miracoloso” da sembrare possibile solo nel magico mondo di Harry Potter. Sono sinceramente contenta che Bruno Vespa sia stato curato bene, assistito con professionalità e tempestività. Il punto è un altro: perché quando il Servizio sanitario nazionale fa esattamente ciò per cui è stato concepito, cioè curare una persona rapidamente e bene, noi cittadini lo consideriamo un evento incredibilmente straordinario? La domanda non dovrebbe essere “perché lui?”, ma “perché non tutti?” La sanità pubblica non dovrebbe funzionare bene perché qualcuno è famoso, il cittadino qualunque dovrebbe poter entrare in un ospedale senza avere bisogno di dimostrare di essere importante e possibilmente non dopo aver trascorso mezza giornata quando va bene su una barella. Secondo l’indagine SIMEU presentata nel 2026, nel campione analizzato nove pronto soccorso su dieci devono fare i conti con carenze di personale e circa il 70% delle strutture registra quotidianamente pazienti sulle barelle in attesa di un posto in reparto. Quando il fenomeno nel pronto soccorso di chi è in attesa di ricovero, a volte il tempo medio dichiarato arriva a circa 23 ore, a quel punto il pronto soccorso diventa una residenza temporanea, e tu sei praticamente diventato arredamento. Tra una battuta e l’altra con il vicino di posto dopo anche tre cambi turno, quel paziente è ormai diventato un parente acquisito. Ma parliamo di fortuna che potrebbe diventare una prestazione sanitaria. Abbiamo inventato ticket, esenzioni, codici, priorità, classi di urgenza, liste d’attesa, percorsi diagnostici, piani di rientro, commissariamenti, piattaforme digitali e sistemi informatici, ci manca soltanto il codice della fortuna, e se per essere curati bene e nei tempi corretti bisogna essere fortunati come lo è stato Bruno Vespa, dovremmo iniziare a considerare la fortuna una componente del Servizio sanitario nazionale, e questa novità sarebbe da mandare in onda in prima serata, con o senza Vespa.
Voto: 4

3) Ho scoperto di essere ricca dopo aver letto questo articolo: “Insalata e pomodori per ricchi? Cosa sta succedendo”. Quindi sono ricca perché mangio pomodori e insalata praticamente tutti i giorni, in ogni stagione dell’anno, e a questi aggiungo zucchine, finocchi, peperoni e così via. Per comodità di parcheggio, visto che non posso fare lunghi percorsi a piedi, ho smesso di fare gli acquisti per le necessità quotidiane nei negozi in centro e nei mercati rionali: provate del resto ad avvicinarvi in auto il lunedì a piazza Perosi! Faccio quindi la spesa in due supermercati, perché entrambi, oltre ad avere la possibilità di parcheggiare, hanno i prodotti che, per abitudine, utilizzo. In uno dei due acquisto soprattutto la verdura, che è fresca, buona e conveniente, prodotta da aziende piemontesi, e questo vale anche per la frutta che è un altro alimento che non mi faccio mancare, anche se ovviamente, non compro quella fuori stagione. Le verdure, compresi insalata e pomodori, le ho sempre trovate nei due supermercati, anche durante la torrida estate. Ed è qui che arriva la parte che forse farà storcere il naso a qualcuno: i prezzi di frutta e verdura, almeno dove faccio abitualmente la spesa, sono accessibili e spesso inferiori a quelli che vediamo raccontati nelle interviste televisive realizzate nei mercati rionali delle grandi città. Ci mostrano bancarelle con zucchine a oltre 7 euro al chilo, io le ho appena comprato piccole chiare con fiore, produzione Piemonte, a meno di 3 euro al chilo. Chiedo: qualcuno fa speculazione? Perché troviamo prezzi così fuori da ogni logica? Comprendo che gli agricoltori lamentino i problemi provocati dalla lunga stagione torrida, dalla mancanza di piogge e, in molti casi, dalle grandinate. Comprendo anche che i loro prodotti vengano pagati poco per arrivare poi sui banchi dei mercati a prezzi più che triplicati. Ma c’è qualcuno che controlla tutta la filiera tra il contadino che produce e la bancarella o il negozio che vende? Quei prezzi assurdi che ci vengono mostrati nei talk show politici dovrebbero far “drizzare le antenne” a chi dovrebbe controllare cosa succede lungo quei passaggi: quanto guadagna chi produce, quanto paga chi compra e, soprattutto dove si gonfiano i prezzi e chi ci guadagna davvero. Perché se il produttore continua a lamentare margini troppo bassi e il consumatore continua a pagare sempre di più, una domanda viene spontanea: a chi e dove finisce tutta la differenza? Rimane purtroppo il problema del caro prezzi e del costo della vita. Perché, oltre alla frutta e alla verdura, dobbiamo fare anche il resto della spesa. Mi riferisco a tutti quei generi alimentari e non alimentari che servono normalmente in casa. Gli aumenti si sono fatti sentire eccome e, anche stando attenti alle offerte e scegliendo i prodotti scontati, alla fine il conto alla cassa è sempre più alto. Lo racconta anche l’articolo “Prezzi alle stelle e stipendi al palo”. Il problema non è soltanto quanto costa un singolo prodotto, ma il rapporto tra ciò che entra ogni mese nelle tasche delle famiglie e ciò che esce per acquistare le stesse cose di prima. Si può intervenire sulle aliquote IRPEF, si possono prevedere adeguamenti legati al costo della vita e si possono mettere in campo misure per sostenere famiglie e redditi, ma se gli aumenti degli stipendi e delle pensioni non riescono a tenere il passo con l’aumento delle spese quotidiane, il risultato concreto per molte persone cambia poco. Le statistiche sinceramente le ritengo spesso lontane dalla realtà che viviamo ogni giorno. Aumenta tutto ciò che serve per vivere: la spesa, le bollette, i farmaci, i trasporti. E noi cosa facciamo? Aspettiamo una misera, anzi no, la parola giusta è “vergognosa” perequazione una volta all’anno, che è già ‘mangiata’ di gran lunga dagli aumenti arrivati nel frattempo e questa non è vita dignitosa, è sopravvivenza. Quando sento parlare di inflazione, potere d’acquisto e variazione dei prezzi, i numeri mi raccontano una situazione diversa da quella che sperimentiamo davanti alle casse dei negozi, del supermercato o del mercato ambulante. Qui nasce la mia diffidenza verso i dati ufficiali dell’ISTAT. Da tempo ritengo l’ISTAT un ente da reimpostare completamente. Bisognerebbe chiedersi se il modo con cui vengono elaborati e comunicati alcuni indicatori riesca davvero a raccontare la vita quotidiana delle persone, perché alla fine, non mi interessa sapere soltanto quanto è aumentato mediamente il prezzo di un prodotto, mi interessa sapere quanti prodotti posso mettere oggi nel mio carrello con i soldi che ho a disposizione, rispetto a qualche tempo fa. È questa per me la misura concreta del potere d’acquisto. Il titolo di quel primo articolo mi fa pensare che, se mangiare spesso pomodori e insalata significa essere ricchi, allora evidentemente appartengo a una categoria privilegiata, ma io davanti alla cassa del supermercato, questa tanto decantata ricchezza proprio non la vedo il conto e quello sì, continua a crescere e non certo perché pomodori e insalata siano diventati beni di lusso per dove si comprano.
Voto: 5


