
di Dario B. Caruso
Dai dieci ai vent’anni.
Questo è il tempo che occorre per formare una generazione e fare in modo che prenda confidenza con la guerra.
È un meccanismo irreversibile.
Attraverso i canali di informazione si identifica un nemico e si disegna una narrazione che ne sottolinei gli aspetti negativi, magari evidenziandoli in grassetto, magari inventando vizi travisando le virtù.
La quantità di narrazione scelta surclassa la realtà e il nemico incomincia a prendere la forma desiderata.
Poi si trasmettono immagini nelle quali i vari ministri passano in rassegna le forze armate, tutti baldi giovanotti e belle fanciulle tirati a lucido, eleganti e disinvolti, sotto lo sguardo fiero delle autorità che sfilano sul tappeto rosso.
In conclusione occorre stornare una fetta ingente di risorse economiche per investire in armamenti, il nemico disegnato potrebbe giungere alle porte da un momento all’altro, magari nel cuore della prossima notte.

C’è un altro aspetto che contribuisce a formare l’abitudine alla guerra.
Raccontare che i giovani manifestanti nelle piazze a favore della giustizia sociale, del diritto alla casa, della cancellazione di leggi discriminatorie, siano essi stessi i violenti che alimentano il desiderio di guerra.
Hai voglia a raccontare il contrario della narrazione di regime: anche urlando sarà una voce troppo flebile.
Ed è così che l’abitudine si trasforma in attitudine.
Il gioco è fatto.
La generazione è pronta a giocare.


