di Graziella Zaccone Languzzi

1) Alessandria e le sue “zone rosse” che invece di diminuire aumentano. Il 12 gennaio leggevo questo articolo: “Piazza Mentana ‘post nucleare’, ritrovo preferito dei maranza”, e il 23 gennaio veniva pubblicato questo filmato: “Due passi nelle tenebre del parco Villa Oreste”.
Nel verde di Villa Oreste, dietro Corso IV Novembre, la notte cala senza pietà: il viale verso via Filzi resta immerso nel buio, giochi e panchine scompaiono e, secondo i residenti, diventano ritrovo di gruppi molesti tra schiamazzi e alcol. Donne e anziani evitano la zona dopo le 21, costretti a lunghi giri per sentirsi al sicuro. Le segnalazioni aumentano, ma la domanda resta: quanto a lungo un parco pubblico potrà restare ostaggio dell’oscurità? Il consigliere Ezio Castelli in un’intervista dichiara: “In Alessandria ci sono 5 zone rosse pericolose”.
Un segnale inquietante che racconta meglio di qualsiasi slogan il fallimento delle politiche di sicurezza e di gestione urbana messe in campo negli ultimi anni. I più recenti tasselli di questa mappa dell’emergenza sono piazza Mentana e piazza Villa Oreste, ufficialmente entrate nell’elenco delle aree a rischio. Una piazza che fino a poco tempo fa rappresentava un luogo di socialità normale: bambini che giocavano, anziani sulle panchine, famiglie e cittadini che la attraversavano senza timore. Oggi, secondo molti residenti, questi spazi sono diventati simbolo di abbandono, una terra di nessuno dove lo Stato sembra aver arretrato. I cittadini parlano di gruppi stanziali, di comportamenti intimidatori, di una presenza costante che scoraggia la vita quotidiana e trasforma il semplice attraversamento di una piazza in un atto di coraggio. Non è solo una questione di percezione: è la sensazione concreta di insicurezza che si respira soprattutto nelle ore serali e notturne, perché a peggiorare la situazione contribuisce una scelta urbanistica quantomeno discutibile: la nuova illuminazione a LED, presentata come intervento di risparmio energetico e modernizzazione ma che produce in realtà una luce debole e insufficiente creando ampie zone d’ombra e pare un paradosso: si risparmia sull’illuminazione mentre si alimenta la paura. Una piazza più buia è una piazza meno vissuta, e una piazza vuota diventa terreno fertile per degrado e illegalità. C’è da chiedersi di chi è la responsabilità. Possibile che l’unica risposta al problema sia dichiarare “zona rossa” porzioni cittadine come segno evidente di una sconfitta? Non siamo al livello di grave pericolo come nelle grandi città, Milano in testa, ma dal 2022 ad oggi la situazione è drammaticamente peggiorata.
Le zone rosse dovrebbero essere misure straordinarie e temporanee, ad Alessandria stanno diventando la normalità. E quando l’emergenza diventa permanente, non è più emergenza: è cattiva amministrazione da parte di tutti i preposti alla sicurezza urbana. Queste due piazze che si aggiungono alle recenti zone rosse sono l’ennesimo campanello d’allarme ignorato. I cittadini chiedono presenza reale delle istituzioni, controlli costanti, decoro urbano, illuminazione adeguata non ordinanze tampone e comunicati rassicuranti, perché una città che si arrende pezzo dopo pezzo alle zone rosse è una città che sta rinunciando a sé stessa. E il prezzo, come sempre, lo pagano i residenti onesti, lasciati soli nel buio reale e simbolico di piazze, giardini che un tempo erano degli alessandrini.
Voto: 2

2) Polizza Cat Nat: obbligatoria sì, ma utile per chi? Ciò che sta emergendo in queste settimane sulla polizza catastrofale obbligatoria Cat Nat per le partite IVA, nel racconto di tg e articoli locali dopo la violenta mareggiata di fine gennaio in Calabria, Sardegna e soprattutto in Sicilia, causata dal ciclone Harry, è francamente preoccupante. Il motivo è semplice: molti dei danni provocati dal mare sembrerebbero esclusi dalla copertura obbligatoria. Un dettaglio non proprio marginale, soprattutto per chi vive e lavora lungo le coste. La Confesercenti parla apertamente di un paradosso e chiede che le polizze non diventino un pretesto per non risarcire i danni, si legge qui. Una posizione condivisibile, anche perché il sospetto è legittimo: l’obbligo c’è, il premio si paga, ma al momento del bisogno spuntano le esclusioni. Il ministro Musumeci, colto a suo dire di sorpresa, promette di interpellare l’ANIA. Io l’ANIA l’ho “interpellata” più semplicemente andando sul suo sito e leggendo l’impianto della Legge di Bilancio 2024. La legge impone alle partite IVA la stipula di polizze a copertura dei danni a terreni, fabbricati, impianti, macchinari e attrezzature causati da calamità naturali ed eventi catastrofali. Gli eventi assicurabili sono indicati chiaramente: sismi, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni.
La mareggiata? Non pervenuta in un Paese interamente circondato dal mare. Viene spontaneo chiedersi se, al momento della stipula, le partite IVA delle zone costiere siano state davvero informate di questa “dimenticanza” all’interno della Legge, e vengo al dunque, visto che ciò che accade agli altri dà la possibilità di farne tesoro. Noi alessandrini, per carità, il rischio mare non lo abbiamo. Abbiamo però il Tanaro, la Bormida e una rete di rii che sanno essere più che turbolenti. Dopo aver letto i lunghi e indigeribili documenti dell’ANIA, una cosa è chiara: le partite IVA dovrebbero documentarsi molto bene prima di firmare, per non scoprire dopo che “quel danno non era previsto”. La vera furbata di questa legge è un’altra: l’obbligo assicurativo è sulle partite IVA e si estende a imprese di ogni dimensione, studi professionali e persino ai condomìni se dotati di partita IVA. Tradotto: l’obbligo è per tutti. Per chi deve ancora stipulare la polizza entro il 31 marzo 2026, in particolare micro e piccole imprese della ristorazione e del settore turistico ricettivo, il consiglio è uno solo: leggere attentamente la documentazione ANIA, anche se lunga e pesante. Meglio arrivare preparati nell’agenzia assicurativa, che scoprire l’amara verità dopo un disastro. Consiglio questa lettura. E qui la mia polemica finale è inevitabile. Sono anni che governi di destra e di sinistra ci provavano. Ora questa legge, che ritengo una vera e propria legge-vergogna, è stata imposta, insomma dopo anni di tentativi ce l’hanno fatta.
Sono anni che vengono annunciati fondi per la messa in sicurezza del territorio, soprattutto sulla carta. Sono anni che minime parti di quelle risorse annunciate vengono spese poco e male. Sono anni che la nostra città attende interventi strutturali seri, e quando accade l’ennesimo disastro l’unico atto concreto è la solidarietà a parole, perché i fondi che arrivano servono per l’emergenza e per i danni pubblici per i privati, come sempre arrivano con fatica solo briciole, ci vuole molto tempo per ottenerle e non rimane che leccarsi le ferite. Nel frattempo, quanti sono gli enti nazionali preposti alla sicurezza idrogeologica? Già nel 2009 se ne contavano oltre 300, oggi ho perso il conto. Uno di questi sono i Consorzi di Bonifica, che hanno il compito fondamentale di tutela del territorio, gestione e manutenzione delle opere di difesa idraulica e regimazione delle acque, agendo nella mitigazione dei dissesti idrogeologici. Operano sia per l’irrigazione che per la manutenzione straordinaria dei corsi d’acqua, la domanda resta sempre la stessa, ed è volutamente scomoda: come vengono davvero utilizzati i finanziamenti statali, regionali e quelli del PNRR nei territori? Faccio l’esempio dell’Emilia Romagna. Perché mentre una legge obbliga a stipulare polizze, il territorio continua a restare fragile che alla fine, a pagare due volte sono sempre gli stessi? Qui aggiornato al 23 ottobre 2025: “CNEL approva DDL su ruolo Consorzi di Bonifica in manutenzione del territorio”.
Voto: 2

3) Torno sul riciclo dei rifiuti perché è corretto conoscere lo stato delle cose: non è tutto come ci viene fatto credere. L’economia circolare nel differenziare molti rifiuti come carta, plastica, vetro parrebbe un mito ma da quel che viene fuori è una presa in giro, perché la re immissione sul mercato è marginale, consuma energia e risorse e i costi finali li pagano i cittadini. Questo vale per Alessandria e per ogni contrada italiana. La notizia uscita il 26 gennaio su Il Corriere della Sera spiega bene agli italiani “digiuni” in materia cosa succede dopo aver differenziato per benino carta, plastica, vetro: “Carta, il paradosso del riciclo: Chiuse 6 cartiere, l’India ci rivende i prodotti fatti col nostro macero”. La situazione degli eccessi di plastica l’avevo già trattata in questa pagella. Ora è il turno della carta. La carta raccolta in Italia non sempre viene riciclata nel Paese. Per ragioni economiche ed energetiche, una quota significativa viene venduta all’estero, in particolare in Asia. Lì viene trasformata in carta nuova, imballaggi, quaderni, prodotti da imballo per l’igiene. Su il Corriere della Sera si legge del paradosso del riciclo: mentre noi differenziamo quantità importanti di carta, in Italia sono state chiuse sei cartiere perché è l’India che ci rivende i prodotti fatti col nostro macero. L’Italia differenzia, separa, ricicla, lo fa con scrupolo, senso civico poi però succede qualcosa di meno raccontato: la carta raccolta viene esportata come macero, lavorata all’estero e infine torna sotto forma di prodotto finito. La contraddizione è tutta nostra, perché siamo virtuosi nella raccolta, ma deboli nella trasformazione. E la filiera, invece di chiudersi all’interno del nostro paese, si allunga. Quindi la carta esce dal bidone ed entra nel mercato globale perché quegli stessi prodotti li ricomperiamo a prezzi più alti dopo migliaia di chilometri di trasporto, e se vogliamo dirlo è una forma di economia circolare con scalo intercontinentale. Situazione che emerge anche dalla lettura delle relazioni della Corte dei Conti in merito ai rifiuti e alla loro gestione. Il problema serio è che negli ultimi anni il settore cartario italiano ha perso pezzi importanti, e le chiusure non riguardano solo edifici industriali ma competenze, occupazione e capacità produttiva. Il risultato è la fine dello spettacolo industriale ma niente paura: i quaderni tornano, solo che ora hanno fatto il giro del mondo. La morale è che quando acquistiamo un prodotto “in carta riciclata”, vale la pena chiedersi dove è stato davvero riciclato, perché la sostenibilità non è solo dividere correttamente i rifiuti, ma chiudere la filiera in Italia visto che era un settore rinomato a livello internazionale per la produzione di carta di alta qualità, in particolare quella da lettere e per taccuini pregiati. Ricordo eccellenze storiche come Fabriano, Fedrigoni, Pineider che offrivano materiali di pregio, sinonimo di tradizione, eleganza e ottima scrivibilità, apprezzati per la loro resistenza. Il punto non è accusare i paesi che acquistano il nostro macero, fanno quello che qualsiasi sistema industriale efficiente farebbe: investire, produrre, vendere, a noi rimane di fare la parte più faticosa del lavoro e lasciare agli altri quella che crea valore. La questione è interna, segue le “paturnie” della UE ed è solo una scelta di politica industriale, energetica e ambientale, perché la sostenibilità non si misura solo in percentuali di raccolta differenziata, bensì nella capacità di trasformare i rifiuti in valore sul territorio. Senza investimenti e senza una filiera industriale nazionale, il riciclo non è sostenibilità ma delocalizzazione mascherata da virtù ambientale: virtuosi nei bidoni, mentre valore, lavoro e competenze fanno il giro del mondo.
Voto: 2

