di Dario B. Caruso
Quello che di terrificante vedono i nostri adolescenti incollati agli schermi, piccoli o grandi, non li spaventa sul serio.
Vivono la violenza e la paura con stanca rassegnazione e preoccupante lontananza.
Attiene al loro mondo parallelo virtuale che li ha allattati e cresciuti, non hanno la forza di pensare ad una possibilità di pericolo nel mondo reale.
Ciò è vagamente preoccupante.
Noi che abbiamo più di qualche anno, vi ricordate?
Da bambini avevamo paura del buio, ci addormentavamo al sicuro delle nostre lenzuola colorate dopo un racconto di orchi, di notte ci avvicinavamo in gruppo a ville diroccate infestate da presunti fantasmi per poi correre via a rotta di collo alla prima ombra sospetta, sapevamo di non dover accettare caramelle dagli sconosciuti ma non sapevamo perché.
Dunque andavamo davvero incontro agli zombie o ai cadaveri sapendo che la probabilità di trovarli c’era ma era elevata solo nella nostra fantasia.
Ed eravamo terrorizzati e felici.

Ho provato a mostrare ai ragazzi di terza media il film “Tommy” (1975) per la regia di Ken Russell e basato sull’opera rock del mitico gruppo The Who.
L’ho somministrato loro in quattro episodi di venti venticinque minuti ciascuno tagliando alcune sequenze che ho ritenuto di non mostrare.
Tommy nasce il giorno della vittoria degli Alleati sui Nazisti.
Sua madre perde il marito, aviatore inglese, durante una missione di guerra. Almeno così crede poiché il disperso ritorna a casa dopo sei anni e la sorprende con il nuovo compagno. Insieme madre e patrigno uccidono il papà di Tommy davanti agli occhi del piccolo.
“You didn’t hear it
You didn’t see it
You won’t say nothing to no-one”
Così ripetono ossessivamente a Tommy il quale, profondamente scosso, si chiude in una forma di isolamento totale.
Si auto annienta, non permettendosi di comunicare in alcun modo con cose e persone.
“Tommy can you hear me?
Can you feel me near you?”
Così la madre continua a cantare nel corso della vicenda e degli anni a seguire mentre il figlio vive un mondo parallelo in cui chiede inutilmente di esistere (“Touch me, feel me“).
Viene accompagnato all’interno di improbabili sette religiose per guarire.
Viene maltrattato dal cugino Kevin, un musicista solo apparentemente sano di mente che lo tortura in modo sfrenato.
“We’re on our own, cousin
All alone, cousin
Let’s think of a game to play
Now the grown-ups have all gone away
You won’t be much fun
Being blind, deaf and dumb
But I’ve no one to play with today
Do you know how to play hide-and-seek?
To find me it would take you a week
But tied to that chair
You won’t go anywhere
There’s a lot I can do with a freak”
Questo sì che è sano bullismo, sconfina nella delinquenza e nella violenza sadica e gratuita!
Bene! Il cyberbullismo è roba da fighetti, in confronto.
A questo punto, facendo buon peso con un altro paio di trattamenti intensivi, gli alunni della classe sono smarriti.
Siamo a metà del film, la prima metà, quella che ti lascia senza parole.
Proprio come Tommy.
È sufficiente dunque raccontare la vita vera per far riflettere?
Probabilmente è così; ma non lo facciamo più da troppo tempo.
Il rock, quello vero, ha la facoltà di insegnare.
Magari con qualche parola poco ortodossa o qualche mossetta sconveniente ma sicuramente con una retta via che ha una sola direzione.
Propongo di lasciarci andare a qualche manierismo in meno a fronte di qualche verità in più.
Quelle verità che sono un nostro patrimonio: basta voltarsi appena indietro per ritrovarle.


