di Graziella Zaccone Languzzi

1) La libertà di cronaca, di opinione e di stampa non è un favore concesso, ma un diritto fondamentale. Tacere ciò che non funziona significa diventare complici del degrado. Raccontare i luoghi abbandonati, le condizioni disumane in cui vivono persone invisibili allo Stato non è odio né propaganda, è verità e la censura non risolve i problemi, li nasconde. Mentre solo mostrando ciò che non va si può pretendere un cambiamento, perché una società che ha paura della verità è una società che rinuncia alla giustizia. A questo proposito tutta la mia solidarietà va al team di “Svegliati Alessandria” per l’encomiabile lavoro svolto in questi anni. A loro dico: “avanti tutta, a testa alta e ancora più determinati” ! Qui il comunicato nella pagina su Facebook di questi amici che hanno rivendicato il diritto di cronaca contro chi negli ultimi giorni del 2025 si è rivolto a loro con intimidazioni e tentativi di delegittimazione: “Non ci intimidite, non ci fermeremo”. Pare sia il paradosso di Alessandria: quando raccontare il degrado diventa pericoloso, quando denunciare diventa una colpa e arriva il silenzio imposto a chi documenta. Da anni la pagina di “Svegliati Alessandria” su Facebook svolge un lavoro che molti preferiscono non fare: mostrare ciò che viene sistematicamente ignorato. Luoghi abbandonati, edifici fatiscenti, sporcizia, degrado, esseri umani costretti a vivere in condizioni indegne di un paese civile. Realtà che esistono, che sono sotto gli occhi di tutti, ma che troppo spesso vengono rimosse dal dibattito pubblico. La colpa di “Svegliati Alessandria” non è inventare problemi, ma accendere una luce dove regna il buio. Senza spettacolarizzare la miseria, ma anche rifiutandosi di far finta di nulla, che sembra invece ormai ‘la cifra’ dell’informazione, ad Alessandria e non solo.
Invece di ringraziare chi documenta queste situazioni con la speranza di un intervento da parte delle autorità preposte nel dare dignità a queste persone, c’è chi minaccia, accusa e tenta di zittire brandendo come clava la parola “privacy”. Una privacy che, guarda caso, viene evocata non per tutelare i più deboli, ma per impedire che il degrado diventi visibile. Nei video contestati le persone non sono riconoscibili, non vengono diffusi nomi né dati sensibili. Ciò che viene mostrato sono luoghi e condizioni, non identità. Ed è proprio questo il punto: ciò che dà fastidio non è la violazione di un diritto, ma la rottura del silenzio. Dov’erano questi improvvisati difensori della dignità umana prima, quando nessuno si occupava di quelle persone costrette a vivere tra rifiuti e abbandono? Perché l’indignazione scatta solo quando qualcuno denuncia, e mai quando qualcuno omette? L’articolo 21 della Costituzione parla chiaro: la libertà di manifestare il proprio pensiero e di informare è un pilastro della democrazia. La denuncia sociale, soprattutto quando nasce dal basso, non è un crimine, è spesso l’unico strumento che resta ai cittadini quando le istituzioni dormono. Tacere il degrado non protegge i fragili, li condanna e nascondere le situazioni di emergenza non è umanità, è ipocrisia. “Svegliati Alessandria” non chiede repressione, non invoca odio, non punta il dito contro questi poveri cristi, ma chiede interventi, soluzioni, responsabilità. E’ forse proprio per questo che dà fastidio? Perché in una società dove tutto deve apparire pulito in superficie, chi mostra le crepe viene trattato come un problema, invece di essere ascoltato come una risorsa. La vera domanda allora non è perché qualcuno filmi il degrado, la vera domanda è: perché quel degrado è ancora lì?
Voto: 0

2) Ad Alessandria le strutture sportive non sono sufficienti, ma se ne parla poco e quando succede è per promettere che qualcosa sarà fatto nel “medio e lungo termine”. Ma passano gli anni, e cambia poco o niente. Un esempio, la piscina comunale chiusa da nove anni: nell’ottobre 2024 l’assessore competente illustrava il piano di recupero della struttura, con lavori previsti nel 2025. …spero di non sbagliarmi ma dubito che nel 2026 la piscina comunale sarà cantierata, nel frattempo un filmato del 10 dicembre 2025 evidenzia il livello di reale interesse della pubblica amministrazione nella tutela di questo bene: “Ex piscina comunale, l’ultimo rifugio d’emergenza per senzatetto e irregolari di Alessandria”. Per molti sport ad Alessandria è diventato un percorso a ostacoli. Le partite ufficiali, nella quasi totalità dei casi, non si disputano nemmeno entro i confini cittadini: bisogna spostarsi nelle località e nelle cittadine vicine, con disagi economici, organizzativi e logistici che ricadono interamente su famiglie e associazioni. Una situazione che, nel tempo, scoraggia e logora. Per quanto riguarda gli allenamenti, la situazione non è certo migliore e allenarsi in tali condizioni è precario e molto scomodo: mio nipote e la sua squadra, ad esempio, per allenarsi devono andare a Fubine o a Quargnento. Quando poi si parla di settore giovanile, il quadro diventa ancora più sconfortante: Alessandria spesso non è in grado di offrire nemmeno uno spazio adeguato ai propri ragazzi, e questo dovrebbe far riflettere. La percezione diffusa, è quella di un interesse minimo se non nullo verso lo sport. Eppure lo sport non è un lusso, né un passatempo secondario: è uno strumento educativo fondamentale, un presidio sociale che tiene i giovani lontani dalla strada, che crea regole, rispetto, appartenenza. Investire nello sport significa investire nella prevenzione della microcriminalità giovanile, nella salute e nel futuro della comunità. Continuare a ignorare questa realtà equivale a fare una scelta precisa: lasciare che il problema cresca, che i ragazzi rinuncino, che le società si arrangino o scompaiano: come è già successo. Alessandria non può più permetterselo. Il nuovo anno dovrebbe portare nuove responsabilità, non le solite promesse vuote: da qualche parte bisogna aver il coraggio di iniziare, servono fatti, strutture. Il resto sono solo parole che si perdono nei meandri del “medio e lungo termine”.
Voto: 2

3) Cuneo finalmente collegata alla rete autostradale nazionale. Perché il PD regionale piemontese storce il naso e preferisce far polemica? Dopo oltre trent’anni di promesse, rinvii e cantieri incompiuti, un fatto finalmente concreto: il collegamento autostradale tra Asti e Cuneo è stato completato. Un’infrastruttura strategica, attesa da moltissimi anni, che ha tenuto di fatto Cuneo isolata dal resto del Piemonte e dal sistema autostradale nazionale. Un’opera che l’attuale amministrazione regionale di centrodestra Cirio è riuscita a sbloccare e portare a compimento in 15 mesi. Un risultato oggettivo che dovrebbe unire maggioranza e opposizione nella soddisfazione per un territorio che finalmente vede riconosciuta la propria centralità, e invece no. A fronte di questo traguardo, il consigliere regionale del PD Mauro Calderoni ha scelto la strada della polemica, dichiarando: “Chi governa oggi, però, ha il dovere di assumersi la responsabilità del presente e di completare davvero le opere, non di usarle come strumento autocelebrativo”. Una frase che appare più come un esercizio di demagogia che come una critica costruttiva e la domanda: “se l’opera fosse stata conclusa da uno dei loro governatori , la notizia con banda e megafono, non l’avrebbero usata come uno strumento autocelebrativo?” L’opera è stata completata, è funzionante ed è finalmente a disposizione dei cittadini e delle imprese. Di quale “responsabilità del presente” si parla, se non proprio di quella di risolvere problemi ereditati da anni di immobilismo? Viene spontaneo porsi una domanda: perché questo collegamento non è stato realizzato prima, quando a governare la Regione Piemonte erano amministrazioni di centrosinistra, con presidenti come Mercedes Bresso (2005/2010) e Sergio Chiamparino (2014/2019)? Le occasioni non sono mancate, così come non sono mancate le promesse. Ciò che è mancato, evidentemente, è stata la volontà o la capacità di arrivare fino in fondo. Oggi, invece, il risultato è sotto gli occhi di tutti. Criticare per il gusto di criticare, senza riconoscere un fatto positivo per il territorio, rischia di apparire come un atteggiamento dettato più da gelosia politica e livore che da un reale interesse per il bene comune. Le infrastrutture non hanno colore politico: servono ai cittadini, alle imprese, allo sviluppo economico e alla sicurezza. Quando un’opera viene finalmente completata dopo anni di attese, il minimo che ci si aspetta è un riconoscimento istituzionale, anche da parte di chi siede all’opposizione perché il Piemonte, e in particolare la provincia di Cuneo, meritano meno polemiche e più risultati concreti. A questo punto chiedo: perché un’opera attesa da anni divide ancora la politica e il PD piemontese non riesce a gioire? Questo risultato arriva da una lunga storia che parte dagli anni ’60, per un collegamento autostradale tra Asti e Cuneo nella necessità di dare al sud del Piemonte un’infrastruttura in grado di collegare meglio il Cuneese alla rete nazionale e ai grandi corridoi verso la Liguria e la Francia. La decisione arrivò nel 1991, con la prima concessione per la realizzazione dell’opera, che prevedeva circa 90 chilometri di autostrada, un costo stimato intorno ai valori di oggi in euro di 340 milioni di euro con la conclusione dei lavori entro il 1996. Nonostante le aperture parziali, la A33 è presto diventata il simbolo di un eterna incompiuta. I lavori, avviati a fine anni ’90, tra gli anni 2012 e il 2020 per circa otto anni i cantieri sull’ultimo tratto rimasero fermi con il viadotto di Cherasco che finiva nel nulla in mezzo ai campi diventando l’immagine simbolo dell’immobilismo infrastrutturale. Grazie a questa amministrazione regionale l’odierno completamento della A33 amplifica i benefici, rispondendo alle esigenze dei territori e pazienza se il PD piemontese storce il naso.
Voto: 3

