Le maledizioni di Bassavilla e ciò che si nasconde dietro la nebbia [Il Superstite 274]

Arona Danilo nuovadi Danilo Arona

 
Capita di tanto in tanto di esibirsi in modo scorretto nella pratica dell’interesse privato in atti d’ufficio. E poi, insomma, dopo il meraviglioso pomeriggio trascorso sabato 5 marzo in Biblioteca Civica con amici di oggi e di sempre (Giorgio Bona, Giulio Massobrio, Angelo Marenzana, Ettore Grassano, Silvio Antonellini e le ragazze della Biblioteca, Massimo Brioschi e il gruppo Narrativa nel Dissesto), un evento dal funzionale titolo Ciò che la nebbia nasconde, la mitologia di Bassavilla merita qualche necessario approfondimento.

Appunto, ne facciamo scudo e pretesto con l’antologia edita da Emanuele Del Miglio Le maledizioni di Bassavilla sottotitolata 15 racconti dell’Alessandria oscura, spiegazione non del tutto vera ma che in 5 parole chiarisce il senso di Bassavilla, ovvero il nom de plume che trasfigura la nostra città in un altro Luogo – Doppio Speculare, essenza nera fantasmatica di quella grigia reale.
Fin qui tutto chiaro; che poi i 15 racconti non siano tutti ambientati in Bassavilla hamaledizioni una sua spiegazione che la pena di raccontare. Infatti, le opere degli amici Crescentini, Fiocco e Novel altrove si svolgono, ma sono in verità “bassavillici” per analogia e per climax. Inoltre Fiocco e Crescentini ne fanno protagonista il fantasma per eccellenza, la misteriosa e prismatica Melissa qui annegata nel Tanaro e in altre versioni travolta sulla Bologna-Padova, mentre la protagonista del racconto di Novel, Magda, è talmente “melissiana” che si è ritenuto di ospitarla per diritto acquisito. A dirla tutta, la storia italiana delle antologie di genere, che sono sul serio entità autoprodotte in rete con fittissimi scambi di mail tra i protagonisti che spesso partono sull’onda di contagiosi entusiasmi senza neppure un editore all’orizzonte, è una faccenda di tempistiche talmente lunghe che in qualche caso si riescono persino a dimenticare le “partenze”.

Fiocco, Crescentini e Novel facevano parte in verità di un’altra squadra, abortita e sacrificata da esigenze editoriali al di sopra delle nostre teste (un progetto provvisoriamente chiamato Bad Prisma 2 e destinato alla defunta collana mondadoriana EPIX), ma si è ritenuto di inserirli nella compagine di Bassavilla vista la logica, nonché il valore dei loro racconti.

Spiegato ciò – che si nasconde dietro la nebbia mentale dei curatori -, vi invito a scoprire, divertendovi un mondo com’è successo a me, come gli altri 12 hanno declinato con clamorosa intelligenza e originalità gli altrettanti “ganci” offerti dall’anima sovente indecifrabile della città di cui siamo figli, ci piaccia o meno.

NebbiaA me hanno personalmente colpito sull’onda di un umorismo cinico e condivisibile (che è sul serio “nostro”) i contributi femminili. Soltanto 2 purtroppo, ma sono certo che ci rifaremo in futuro.

BAR E di Claudia Salvatori è la storia surreale e cattiva della strampalata gestione di un bar di un sobborgo di Bassavilla (questa è la forma, la sostanza ben altro…), mentre Un po’ di luce avrai di Rossana Massa è una travolgente e deliziosa cavalcata dentro i misteri di una di quelle “case di cortile” che ancora resistono nel centro storico alessandrino. Restano nella memoria quasi come un manifesto filosofico di tutta l’antologia righe iniziali che dicono: Bassavilla ambisce alla melma. Risucchia tutto e tutti e prima o poi avvilupperà anche se stessa e chi s’è visto, s’è visto. Vi sopravvivono gli anfibi e i fuggiaschi. I primi per un naturale adeguamento, gli altri perché va tutto bene, non hanno alcuna pretesa di modificare un luogo o di migliorarlo. Ambiscono nascondersi oppure depredarlo. In tal caso si spera che ciò che è stato rubato ritorni prima o poi a essere melma.
Per tutti gli altri dovete spogliarvi dei pregiudizi e diventare consapevoli che state leggendo anche di Alessandria.

Per questo, al di là delle retoriche menzogne messe in campo dalle convenzioni letterarie, ogni racconto – chi più chi meno – è un invito a ragionare su quel complesso “monstrum” di cui non si parla più tanto ma che ogni tanto si chiamava “alessandrinità”, argomento che fomentava convegni con appassionate discussioni sugli echi di ricaduta da Umberto Eco (i “pochi clamori”) al formidabile dibattuto tenutosi negli anni Ottanta sulle pagine de La Stampa (La nostalgia e la città degli ex), un dardo lanciato nello stagno dell’intelligenza polemica proprio da Giulio Massobrio.

Proprio il Giulio nazionale ha fornito nel corso dell’incontro del 5 marzo la più convincente spiegazione all’esuberanza del folclore gotico che anima i racconti sul fiume, analizzati con dovizia da Riccardo Motta nei suoi imperdibili Tanaro, Bormida e l’inconscio collettivo e Vicolo Fiume Tanaro. Sotto la Cittadella, ha ricordato Giulio, giace quasi come una metafora dell’inconscio una città sepolta, l’antico quartiere di Bergoglio, con chiese e migliaia di salme tumulate. Oh, dico, come si potrebbe pretendere che da queste parti i fantasmi non siano di casa?
Anzi, loro sono proprio quel che si nasconde dietro la nebbia. Quando non sono loro, siamo noi, spugnosi babadook emergenti dai fumi del “mal bianco” che ci spaventiamo a vicenda, quando la nebbia riesce a invadere come un intelligente Fog alla John Carpenter le vie del centro, perché non ci riconosciamo.

La nebbia, l’alibi, anche culturale, per avere perso la nostra identità. Miste Hyde, il Signor Nascosto, nella caligine scaturita dal fiume.