Due vite di Domingo Tommasato [ALlibri]

La sinistra alessandrina strumentalizza Umberto Eco...e intanto dimentica Delmo Maestri CorriereAl 1a cura di Angelo Marenzana

 

 

L’appuntamento letterario di oggi è con Due vite di Domingo Tommasato, il romanzo d’esordio pubblicato dall’Editore Mezzelane. Un esordio che non è una sorpresa visto il carattere vulcanico e creativo del suo autore che vive tra le valli ossolane praticando anche sport estremi. Laureato in architettura e funzionario pubblico, Tommasato vanta un passato e un presente da artista a tutto tondo e una predilezione per le arti figurative. Ha scelto di fare il salto nel modo della scrittura con Due vite raccontando la coinvolgente storia di un antieroe intimamente combattuto nel confrontarsi con personaggi carismatici, rischiose avventure, crimini e sentimenti. Il protagonista è Alessandro Costa, padre di famiglia e visionario ingegnere sottovalutato e relegato al ruolo di passacarte. Normalità e insoddisfazione si alternano fino a quando la sua esistenza non viene sconvolta da una serie di eventi nefasti. Coinvolto ingiustamente in un’indagine penale con conseguenze sul proprio lavoro, sulla famiglia Alex cadrà preda di povertà, disperazione e di una malattia che lo porterà quasi fino a compromette il suo equilibrio.

Ma l’anima del supereroe è in agguato. Il risveglio lo costringerà a fare i conti con il proprio lato oscuro. Alex capisce di poter oltrepassare il limite. Assorbito dal proprio senso di onnipotenza, si vedrà costretto fare i conti con efferati crimini, il sentirsi braccato, la fuga e una nuova prospettiva di vita in California. Ma il colpi di scena ancora non sono finiti.

Buona lettura.

 

 

 

0.

Pasadena – California

Ore 10:30 – Ora italiana

 

Barra di ricerca di Google: “Jio852wbuFv256weTo7p1”. Invio.

“La ricerca di – Jio852wbuFv256weTo7p1 – non ha prodotto risultati in nessun documento”.

Ah certo! La w è maiuscola.

Barra di ricerca di Google: “Jio852wbuFv256WeTo7p1”. Invio.

Il monitor divenne blu e il riflesso gli rese livido il volto.

Nick aspettò un istante.

Niente.

Dieci secondi.

Niente.

Tre minuti.

Niente.

“Ctrl/Alt/Canc – termina operazione – spegni il computer”.

Ci rimase male. Con una smorfia di disappunto chiuse il portatile.

Pensò di aver sbagliato qualcosa, ma non c’erano altre istruzioni sul bigliettino spiegazzato scritto a matita. Solo quel codice alfanumerico.

Era probabile che Scheggia si fosse semplicemente divertito a prenderlo per il culo, e lui ci era cascato.

Era davvero deluso. Si era illuso che quello fosse il modo per poter rientrare nell’affascinante mondo di quel piccoletto.

Con la testa tra le nuvole si fermò in giardino ad ammirare il riflesso della luna sull’acqua nella piscina. Fu in quel momento che il suo cellulare americano squillò e lo strappò ai suoi pensieri.

«Hallo.»

«Scusa… Non ci crederai… Mi sto mangiando una pizza!» mugugnò una bocca piena dall’altra parte del mondo, concludendo il discorso con un rutto esclamativo.

«Scheggia?»

«No, sono Nikola Tesla!» rispose Scheggia, con una battuta orrenda che aveva senso solo tra loro due.

«Cazzo Scheggia, tu che mangi una pizza? A colazione? Scommetto accompagnata da una sigaretta! Che bello sentirti! Eri tu in aereo, vero? Noi stiamo bene!»

«Già lo so! Hai fatto un bel casino!»

I due si scambiarono pochi e insensati convenevoli, come al solito. Poi Nick gli disse di aver bisogno di parlare con i suoi genitori per qualche minuto; gli spiegò che sapeva di aver procurato loro un grande dolore, ma che aveva il terrore di poter essere rintracciato.

«Tranquillo. Fammici lavorare un attimo. Ti richiamo.»

Nick attaccò. Pochi minuti e il cellulare suonò di nuovo.

«Pronto?»

«Pronto?» rispose una voce affaticata dall’altra parte.

«Mamma? Sono Alex!»

«Alex! Figlio mio! Dove sei? Ti abbiamo tanto cercato! I bambini? Dio grazie! Grazie!»

«Calma mamma, calma!»

Nick cercò di tranquillizzarla; parlò con lei e con suo padre per un’ora, raccontò loro quello che poteva raccontare. Li rassicurò. Disse che tutti stavano bene. Li fece parlare con i bambini e con Bella; giurò che sarebbe tornato a trovarli al più presto.

Riattaccò con la gioia nel cuore; quella faccenda lasciata in sospeso per così tanto tempo lo aveva logorato. Ora invece era felice. Avrebbe studiato un sistema per tornare a prenderli.

Di nuovo il cellulare.

«Tutto bene?»

«Grazie Scheggia! Mi hai fatto un regalo grandissimo. Ti sarò grato per sempre. Dio, ti bacerei!»

«Che schifo», rispose questi ridacchiando. Altra battuta di Scheggia: ormai era diventato un simpaticone.

«Ascolta, questa cosa la possiamo ripetere. Non troppo spesso però. Richiama i tuoi e lasciagli il numero del tuo cellulare. Ho un programmino di distorsione; lo attacco a questa linea come una zecca: è infallibile! Bamm, cazzo! Raccomandati però di non usarlo troppo spesso. Al massimo una o due volte al mese, d’accordo? E mai negli stessi orari, cioè random, altrimenti dai tabulati dei tuoi genitori ti beccano. Quel telefono è già sotto controllo.»

«Scheggia, sei un genio! Come posso ripagarti?»

«Ci penso io. Stammi bene Nicola.»

Nick riattaccò, stavolta un po’ interdetto.

Pochi minuti dopo un SMS gli chiarì le idee: “Vandura Bank – Vaduz – Liechtenstein – autorizzato bonifico di € 10.000,00 – valuta odierna – beneficiario: sig. Automan – Italia”.

«Cazzo! Quel fottuto nerd

 

1.

Periferia di Omegna – Piemonte – Italia

Quasi due anni prima

 

Ore 6:00 di un giorno qualunque, in quell’attimo di silenzio assoluto prima che tutto, come ogni giorno, ricominci

 

Il suono prepotente del campanello entrò per un istante a far parte dei suoi sogni prima di svegliarlo di soprassalto.

«Chi diavolo suona a quest’ora?» chiese Katrina al suo fianco. Pepe, ai piedi del letto, ringhiò guardingo.

Alex rotolò giù dal letto; in pigiama e con le palpebre pesanti, attraversò barcollando la stanza ancora buia, aprì la finestra e la persiana.

I lampeggianti blu nella luce tenue dell’alba gli penetrarono nel cervello facendogli strizzare gli occhi. Al cancello, cinque uomini in divisa da carabiniere. Dritti, autorevoli, impeccabili.

Una scossa gli attraversò la schiena strappandolo al torpore. Pensò subito all’incidente di un familiare.

«Dio mio che succede?» gridò loro con il cuore in gola.

«Ingegner Alessandro Costa?» e senza aspettare risposta: «Ci apra per favore. Abbiamo un mandato», disse arrogante il brigadiere.

All’improvviso quel titolo accademico lo proiettò nel mondo della sua professione. Un incidente su qualche cantiere? Alle sei del mattino? E perché questo spiegamento di forze? si chiese.

«Sono i carabinieri, Katy. Penso sia un problema di lavoro; tieni Pepe che vogliono entrare.»

Quell’invasione gelida nell’intimità domestica fu subito sconvolgente. Gli uomini riempirono la piccola casa di periferia e si infilarono rapidi ognuno in un locale per valutare la situazione.

«Buongiorno signora, stia tranquilla, niente di grave. Le chiedo solo di stare in questa stanza e di non fare telefonate; per favore, tenga a bada il cane», si raccomandò con voce ferma ma non arrogante uno dei cinque.

«Abbiamo due bimbi che dormono nella cameretta», osservò Katy preoccupata e imbarazzata, addossata a gambe incrociate contro la testiera del letto, mentre tranquillizzava Pepe, agitato per la situazione anomala.

«Se ha bisogno di andare dai bambini vada, ma non chiuda la porta.»

I gemellini dormivano ancora come due sassi, abituati com’erano ai rumori casalinghi; spesso Pepe, a qualsiasi ora del giorno e della notte, giocava a rincorrersi con Killer e Birra, i gattoni di casa, che in quel momento, da perfetti felini, erano scomparsi dalla circolazione, nascosti chissà dove a osservare quegli estranei che spadroneggiavano in casa loro.

Il brigadiere De Luca chiese ad Alex di accomodarsi in cucina, e lì, sul vecchio tavolo in noce restaurato, sfoderò dalla valigetta di cuoio un plico di carte che, assieme ad altri, riportava sul primo foglio anche il suo nome.

«Siamo qui per la vicenda del molo di Meina, dobbiamo acquisire tutti i documenti in suo possesso.»

«Quale vicenda del molo? Cosa è successo? Cosa c’entro io? È una pratica chiusa anni fa.»

«Guardi ingegnere, non venga giù dalle nuvole e cerchi di non rendere spiacevole la situazione. Noi stiamo facendo il nostro lavoro.»

De Luca infilò un paio di occhiali a mezzaluna sul naso, fece scorrere tra pollice e indice quei fogli e proseguì seccato: «Dunque, lei è stato il progettista di questo cosiddetto molo galleggiante; il pubblico ministero la ritiene un’opera abusiva e speculativa, quindi ora lei è un indagato. Legga l’accusa che le viene mossa», concluse come se avesse recitato una filastrocca.

Era la prima volta che Alex vedeva un avviso di garanzia e non sapeva nemmeno bene cosa significasse; lesse qualche riga senza capirci nulla. Era un ammasso di articoli del Codice penale e di parole legate tra loro da frasi brevi e poco strutturate.

Dopo i primi attimi di smarrimento si tranquillizzò, riuscì a riacquistare lucidità e a far mente locale su quel lavoro: un incarico del comune di Meina per i calcoli degli ancoraggi al suolo del pontile galleggiante.

Era un’opera che aveva ricevuto gli elogi dei cittadini, realizzata con un sistema innovativo brevettato da una compagnia statunitense e progettato per l’occasione da un loro tecnico.

Cinquanta blocchi stagni in cemento armato, riempiti di polistirolo e legati tra loro da robuste corde metalliche, galleggiavano a pelo d’acqua sorreggendo il pontile in legno e acciaio che si snodava per quasi cento metri e al quale erano ormeggiate le barche dei turisti e dei residenti della cittadina affacciata sul lago Maggiore.

Un’opera costata cinque milioni di euro, per la quale Alex aveva dovuto accontentarsi delle briciole; i calcoli da lui effettuati, basati in gran parte su documentazione standard fornita dalla compagnia, che lui, controvoglia, aveva dovuto prendere per buona, gli erano stati liquidati con una parcella di seimila euro oltre due anni dopo il termine dei lavori.

«L’accusa, come vede, è di corruzione e abuso d’ufficio; lei ha diritto alla nomina di un avvocato oppure può accettare quello che le viene assegnato d’ufficio, cosa preferisce?»

«Cosa vuole che ne sappia!» Alex pensò qualche istante a capo chino, poi fece il nome dell’unico legale che gli era venuto in mente e che anni prima lo aveva assistito per un recupero di crediti: «Avvocato Guizzetti mmmh… Lorenzo.»

«Ne prendiamo atto.» De Luca annotò il nominativo sul fascicolo.

«Ora ci faccia vedere tutto quello che ha in casa inerente al molo; porti all’appuntato anche il personal computer e il telefono cellulare.»

Alex non poté che obbedire di mala voglia e tirò fuori due cartellette dal piccolo archivio che teneva in casa, poi prese il PC portatile e il cellulare e li mise sul tavolo.

«Tutto qui?»

«Sì, il resto è in studio, in casa ho poche cose che riguardano il lavoro.»

«Più tardi l’accompagneremo anche lì. La avviso che il GIP ha convalidato per lei la custodia cautelare.»

«Scusi?»

«Dobbiamo arrestarla, ingegnere!» precisò con tono deciso il brigadiere De Luca. «Dopo aver visitato il suo studio l’accompagneremo al carcere di Verbania; con molta probabilità dovrà stare lì alcune ore a disposizione del magistrato.»

Alex, già confuso, si sentì ribollire il cervello e il panico lo prese all’improvviso: «Come carcere, porca puttana? Siete impazziti? Non sono mica un delinquente, come è possibile?»

«Lo so che per lei è scioccante, noi invece ci siamo abituati. È la prassi, la normale routine per questo genere di casi, ma stia tranquillo, si risolverà in poche ore. Più lei se la prende e peggio è. Noi comunque dobbiamo accompagnarla fuori di qui con le manette ai polsi.»

Alex si accasciò su una sedia della cucina con lo sguardo perso nel vuoto; in pochi minuti quel susseguirsi di emozioni lo aveva mandato completamente in tilt.

Sapeva che nel suo lavoro era necessario conoscere bene la legge, era conscio delle responsabilità professionali a cui andava incontro ogni volta che firmava e timbrava un documento, ma fino a quel momento, in quasi quindici anni di libera professione, non era mai incappato nemmeno in una sanzione, mai un controllo.

Tutto adesso assumeva un’altra dimensione, quel mondo che non conosceva era entrato di prepotenza in casa sua. Forse, pensò, finora mi è sempre andata bene.

Katy aveva sentito tutto e se ne stava in silenzio vicino ai bimbi, con gli occhi spalancati e intrisi di paura. Il suo Alex stava per essere portato via come un ladro e lei era certa che fosse innocente. Sapeva come lavorava, si sentiva addosso una grande responsabilità per la famiglia e non sarebbe mai sceso a compromessi su qualcosa di poco lecito.

I carabinieri continuarono il loro lavoro mentre i minuti passavano; fecero alcune domande di routine a cui Alex rispose con un’espressione assente, come un automa.

«Prima di andare vorremmo dare un’occhiata anche alla sua auto, può darci le chiavi?»

«Abbiamo due auto, qui nel vialetto, le usiamo entrambi, guardate dove volete.»

Consegnò le chiavi della Smart Fortwo, usata per i piccoli spostamenti di lavoro, e della Grand Wagoneer, una vecchia Jeep che dava più problemi che soddisfazioni, ma che oltre a essere comoda e spaziosa, godeva di quell’ineguagliabile fascino yankee delle mastodontiche auto d’oltreoceano.

«Ingegnere, si può vestire, ma devo chiederle di non chiudere le porte: dobbiamo essere sicuri che fino a che non avrà parlato con il PM lei non abbia alcun contatto. C’è il pericolo di inquinamento delle prove.»

La rabbia di Alex stava prendendo il sopravvento sulla paura. Ma che cazzo stanno dicendo questi esaltati? Hanno visto troppi polizieschi, pensava mentre si vestiva con le prime cose che gli capitarono a tiro: un paio di jeans e una maglia nera a maniche lunghe che aveva lasciato in camera la sera prima, dopo la passeggiata con i gemellini. Non si lavò nemmeno la faccia per la foga di chiarire il prima possibile la faccenda.

«Stai tranquilla Katy, pensa tu alla casa, io vado a risolvere questa storia e torno, non ho ancora capito che cazzo vogliono da me.»

Uscì dal bagno e porse le braccia all’appuntato che lo aspettava con le manette pronte.

La gelida percezione di quei bracciali ai polsi, unita alla situazione paradossale, gli provocò un brivido. Era attonito, mai avrebbe immaginato in vita sua di provare una simile sensazione.

Scese le scale che portavano al cortile sorretto per un braccio da uno dei carabinieri. Barcollava in stato confusionale. Gli pareva che in quel momento il suo cervello fosse abitato da uno sciame di api.

Fuori dal portone, la luce del giorno, divenuta ormai prepotente, lo abbagliò per qualche secondo. Poi, alzando lo sguardo, si rese conto che tutto il vicinato era alle finestre per guardare cosa stesse succedendo.

Quella periferia tranquilla non era abituata a simili incursioni e l’espressione sbigottita dei paesani si sarebbe letta da chilometri di distanza.

Cazzo… Sono sputtanato!

Si accasciò sul sedile posteriore di una delle volanti, che si allontanò senza usare la sirena. Almeno questa accortezza me l’hanno concessa, pensò.

Allo studio, distante neanche un chilometro, aspettavano altri quattro carabinieri. Alex iniziò a pensare che la faccenda fosse davvero grossa, considerato il dispiegamento di forze; non sapeva ancora che il blitz dei carabinieri aveva comportato l’impiego di ben quarantacinque uomini e l’arresto di altri cinque indagati per una vicenda che si prospettava molto più mediatica che concreta.

Lì gli vennero sequestrati un altro personal computer e alcuni faldoni che erano conservati nell’archivio. Poi, nel giro di pochi minuti, la carovana prese la strada verso Verbania.

Il viaggio avrebbe potuto durare ore o minuti e lui non se ne sarebbe accorto. Affondato nel sedile, si trovava in un limbo.

Lo destò dallo stato di trance il braccio vigoroso di un carabiniere che quasi lo sollevò di peso dal sedile. Riacquistò un minimo di lucidità e mise a fuoco la realtà attorno a lui.

Sul posto, ad attendere gli indagati che arrivarono a poca distanza di tempo l’uno dall’altro, già alcuni giornalisti locali.

Alex rimase sorpreso dalla velocità con cui quei personaggi avidi di notizie avessero appreso dell’operazione; di certo ne erano stati informati.