Occidentalis karma oppure occidentalis tarma?

Occidentali's karma oppure occidentali's tarma? CorriereAlPremetto che non ce l’ho con gli autori della canzone vincitrice dell’ultimo Festival di San Remo, che porta un testo tutto sommato intelligente, ma voglio solo approfittare del titolo.

Lo scrivo alla maniera dei latini, non all’inglese con l’apostrofo prima della esse, solo per una questione di antipatia verso una moda esageratamente invasiva di una lingua che si è appropriata di tutta o quali la musica cantata dei giorni nostri. Vi confesso che sono quasi stufo di ascoltare dei miagolii in inglese, lingua che non so fino a che punto possa essere compresa dai giovani amanti della musica moderna. Per di più i testi di quella musica ripetitiva ed ossessiva sono di una banalità disarmante. Possibile che non si possa più ascoltare un brano musicale per esempio in francese, lingua che fino a qualche decennio fa annoverava cantautori-poeti famosissimi in tutto il mondo oppure in spagnolo o in portoghese o anche in una qualunque lingua danubiana dove un tempo risuonavano i violini degli tzigani con quelle loro musiche struggenti, da cui hanno tratto ispirazione dei giganti della musica come Dvorak, Smetana, Liszt, Mozart, Tchaikowskij?

Mi soffermo un attimo sul significato di karma, parola che viene dal sanscrito antico karman, che vuol dire azione rituale, oppure frutto di azioni compiute dall’homo sapiens. E proprio l’uomo occidentale si vanta di essere la massima espressione raggiunta dall’homo sapiens. Ultimamente mi sono venuti dei forti dubbi sul presunto primato dell’uomo occidentale, a cominciare dal mondo anglosassone e americano, in preda come non mai a vizi, paure, sbandamenti che sembrano anticipare la decadenza piuttosto che una ferma tenuta di rotta. Sento dire che la nazione più ricca e potente del mondo, gli Stati Uniti, teme per i propri privilegi e progetta barriere per allontanare i presunti nemici. Non potendo far valere la sua supremazia, perché non si risolvono i problemi bombardando qua e là, a volte anche confondendo i nemici con gli amici, ma solo rimuovendo le cause che stanno all’origine dei conflitti, l’America ondeggia paurosamente lanciando oscure minacce a 360 gradi, ma di fatto ritirandosi come in un fortino assediato, dubitando della lealtà dei suoi stessi alleati, anzi progettando di metterli l’uno in contrasto con l’altro nei loro interessi economici. Sintomatico per capire la mentalità dell’americano medio, resta il mito delle armi da fuoco, duro a morire davanti ad un mondo che subisce il ricatto di chi, sprezzante della vita, è disposto al suicidio e quindi non teme di sicuro le pallottole. Forse dovrebbero capire che i troppi film western con pistoleri che continuavano a sparare come al tirassegno senza mai perdere neppure un attimo per la ricarica dei proiettili, sono cose dell’altro secolo quando gli eroi da baraccone facevano ancora impressione nella fantasia della gente qualunque. E nel mondo contemporaneo attuale ci sono invece attori ben più agguerriti dei pellirossa con le piume e le frecce. Quelli là hanno dovuto a suo tempo cedere le armi più per l’azione demolitiva del whiskey che delle Colt e dei Winchester, ma sui selvaggi di oggi pare che il mito del whiskey non faccia più molta presa. Per cui anche John Wayne, se ci fosse ancora, rimarrebbe oggigiorno senza lavoro.

Adesso veniamo invece a scoprire che la nazione più ricca del mondo ha al suo interno ben 43 milioni di cittadini costretti a vivere sotto la soglia della povertà e che per far ripartire l’economia non può che far affidamento su un taglio delle tasse a scapito non della lobby degli armamenti, ma della sicurezza sociale come il diritto all’assistenza sanitaria proprio di quella fascia di poveracci, che credono ancora alle favole del mito americano che racconta al mondo (sempre più scettico) che chiunque, se vuole, può diventare miliardario in quel grande paese. Di sicuro i gestori di quella ricchezza, basata sul frenetico movimento dei capitali, hanno da tempo perduto la bussola, dato che, come raccontano le cronache, molti operatori di borsa a Wall Street sono abituali consumatori di cocaina e droghe simili, assunte a piene mani proprio per poter reggere il ritmo frenetico del loro mondo fasullo. I poliziotti federali dell’Antidroga si sforzano invano di bloccare sulle coste della Florida i battelli carichi di cocaina che arrivano dal Sudamerica, ma non fanno nulla per far cambiare abitudine ai rampolli di casa viziati, che campano fra stravizi e cattive abitudini, sperando di far lavorare per quattro soldi quello che resta della classe lavoratrice, fatta di immigrati vittime della globalizzazione selvaggia da loro stessi favorita. La più penosa uscita del loro ultimo presidente mi sono sembrate le minacce contro le merci cinesi, proprio da un paese che ha fatto dell’economia libera di mercato la sua forza propulsiva nel mondo, ignorando peraltro che il debito pubblico americano è per la maggior parte in mano dei cinesi, che se volessero chiedere di passare alla cassa a riscuotere potrebbero provocare un crollo totale del mondo occidentale. Ma dato che il confronto è fra giganti dai piedi d’argilla, è probabile che il gioco del bluff prosegua ancora per un po’. Intanto la figlia del presidente si è fatta fotografare con un paio di eleganti scarpette comprate in America ma fabbricate in Cina. Un’autorete clamorosa.

Ma, per rimanere ai problemi di casa nostra, che sono enormi, di antica data e ormai cronici, mi sforzo di immaginare di essere ancora un ragazzo per cercare di capire dove andranno a finire quelli della generazione che si appresta a guidare il nostro paese. Quale destino li aspetta e con quali valori si stanno preparando per affrontarli?
Perché non rigettano i modelli che vengono loro presentati, che servono soltanto per sfruttare le loro debolezze? Ci sono sempre stati, anche in passato, ai tempi della mia generazione, dei perdenti cronici, gente che sembrava destinata a fare una brutta fine o per indole e per segno del destino, ma erano tutto sommato una esigua minoranza.
A parte il discorso sul cosiddetto “ascensore sociale” invocato dai sociologi, categoria che non ha più lo smalto di un tempo, ricordo però che proprio dai figli delle classi subalterne, operai e contadini, venivano esempi di ragazzi di valore, che ho conosciuto a scuola come nel mondo del lavoro e non erano affatto delle rarità, come non erano una rarità le famiglie dove ciascun componente aveva ben presente il proprio ruolo, la propria responsabilità civile e sociale. Titolo di merito non era il far soldi a qualunque costo, ma il non fare delle brutte figure e perdere la dignità. In dialetto il luogo comune che accompagnava l’educazione dei giovani in famiglia era: “uardat bén s’et fè, che a cà nostra a summa nént custümai a fà dal brutt figür”. Ci mettevano in guardia così.
Quali speranze possono avere per il loro futuro, i giovani che si trovano al sabato sera per lo sballo rituale, solo per obbedire ad un rito pagano fatto di squallore e di morte?
Guardate questa foto scattata a Roma una domenica mattina in una piazza qualunque, dopo la solita notte brava della gioventù romana, quella che poi magari, non sapendo neppure cosa dice, si atteggia alla romanità invitta e conquistatrice, pronta a lottare contro i rom e gli immigrati. Perché ci siamo ridotti così?
C’è un tarlo che ci rode da dentro e che mi fa supporre che la civiltà occidente intera abbia ormai esaurito il suo compito. Largo ai barbari dunque!
La prossima canzone che dovremo scrivere si intitolerà “Occidentalis tarma” e sarà in inglese, in italiano o che cosa?
Vorrei poi aggiungere un’ultima breve considerazione: se siamo così preoccupati del destino dei nostri giovani che non trovano lavoro, se li amiamo veramente e vogliamo per loro un mondo sano, equo e solidale, anziché prendercela con gli immigrati che vediamo intorno a noi girare con aria smarrita e per il momento affatto minacciosa (a proposito avete già visto i neri che lavorano nelle serre dei cinesi qui vicino a noi?) dovremmo vigilare meglio sul tempo libero dei nostri giovani, inculcando loro prospettive diverse dallo sballo in discoteca, dall’assunzione rituale (ecco il karma che ritorna a proposito) di beveroni fatti di schifezze alcooliche di origine industriale, devastanti per il fegato e per il cervello. E poi pensiamo come contrastare (non legalizzare) sostante proibite non solo del settore ormai classico degli stupefacenti, ma di mode recenti diffuse fra i minori che vogliono sperimentare una specie di sballo “fai da te”. Addirittura i bene informati dicono che la nuova mania coinvolge sostanze innocenti che abbiamo tutti in casa, come gli sciroppi per la tosse. Pare che mescolando sciroppo e la bibita Sprite si ottengano effetti dopanti che vanno dall’eccitazione alla sonnolenza improvvisa. Le conseguenze su cervelli immaturi sono devastanti, senza contare gli effetti cosiddetti collaterali sul fegato, sulla pelle o sull’intestino dei ragazzi. Le autorità incaricate di monitorare l’uso di sostanze psicoattive, dicono che ormai ci sono in giro circa 620 nuove sostanze , il doppio di quelle conosciute nel 2013. Secondo voi la crisi della civiltà occidentale è colpa dei negri che arrivano?

Luigi Timo – Castelceriolo

3 Comments

  1. Certamente le analisi che arrivano da Castelceriolo sono ritenute un messaggio importante per un piccolo complesso di abitanti come gli Usa che con l’uso delle vituperate armi ci hanno permesso prima di sconfiggere gli austroungarici e più tardi i nazisti e ancora più tardi l’amatissima(da parte di un terzo degli italiani) URSS. Quanto al definire profughi e migranti come “negri” mi indigna e chiederei alla presidenta Boldrini di attivarsi.

    • Io sono andato a scuola al tempo in cui si chiamavano ancora, senza offesa alcuna, negri e per me tali sono anche oggi. Sono peraltro fra i pochi che non si allarmano se vengono a stare in mezzo a noi. Purtroppo abbiamo ben poco da insegnare nei loro confronti, cose doverose come il rigore civico, il senso dello Stato e il rispetto delle regole. Speriamo che imparino da soli.

      • Ben pochi di loro dimostrano di voler imparare a giudicare da quello che si vede in giro.Poi c’è chi preferisce non vedere.

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