Emma, profumo di Alessandria. La Cittadella da riciclare e il ponte della burocrazia[Le pagelle di GZL]

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di Graziella Zaccone Languzzi

1) Emma Camagna, il sigaro e quel profumo che sa di ricordo. Di Emma Camagna è stato scritto e si scriverà molto. La sua lunga storia professionale, il suo impegno, la sua voce inconfondibile hanno fatto di lei una figura importante, un vero monumento al femminile del giornalismo alessandrino. Io però preferisco ricordarla attraverso un piccolo episodio personale, perché spesso sono proprio i dettagli apparentemente più insignificanti a restituirci una persona nella sua autenticità, molto più di tante celebrazioni. Ho avuto modo di conoscere bene Emma durante le tante “battaglie” combattute da me in tribunale insieme ad Associazioni e Comitati di comuni cittadini, impegnati nella difesa idrogeologica del territorio della nostra città e nella tutela dello spazio antistante la storica chiesa di Santa Maria di Castello. Una battaglia quest’ultima dell’Associazione della quale ero vicepresidente, e che si riuscì a vincere pienamente con l’abbattimento dell’ecomostro. Ma il ricordo che mi è rimasto più impresso non arriva da un’aula di tribunale, né da una conferenza o da una pagina di giornale. Arriva da una mattina di anni fa, in piazza della Libertà, davanti alla Banca d’Italia. Ci incrociammo andando in direzioni opposte. Un sorriso, un saluto e via o almeno così avrebbe dovuto essere, perché mentre Emma passava, lasciò dietro di sé una scia di profumo semplicemente irresistibile. Io feci una cosa che a ripensarci mi fa ancora sorridere: girai i tacchi e le corsi dietro: “Scusa, ma che profumo usi?” Emma mi disse che era un regalo di un’amica e si chiamava Aromatics Elixir. A quel punto tirai fuori dalla borsetta un piccolo pezzo di carta e me lo appuntai immediatamente. Una scena forse un po’ comica, ma assolutamente seria: quel profumo mi aveva conquistata e infatti lo uso ancora soprattutto nella stagione invernale, perché è un profumo intenso, potente, resistente ma soprattutto perché, ogni volta che lo indosso, succede qualcosa di strano e bellissimo: Emma torna per un attimo. Ed è proprio così che mi piace ricordarla. Emma fumava il sigaro con una sicurezza quasi da uomo, aveva quella grinta e quella determinazione che le permettevano di affrontare persone, situazioni e battaglie senza troppi riguardi, e poi contemporaneamente portava addosso un profumo infinitamente femminile, sensuale, elegante e persistente. Forse c’era tutta Emma in questa contraddizione soltanto apparente. Il sigaro e il profumo, la grinta e la femminilità, la giornalista combattiva e la donna capace di lasciare, anche soltanto passando per una piazza, una traccia destinata a rimanere. Quel profumo per me non è soltanto un profumo, è un piccolo pezzo di memoria. E così, quando d’inverno lo uso, per qualche istante mi sembra quasi di tornare in piazza della Libertà, davanti alla Banca d’Italia, e di vedere Emma che se ne va per la sua strada, mentre io incuriosita da quella scia profumata faccio dietrofront per chiederle: “Scusa, ma che profumo usi?”. Questo mio ricordo è un modo semplice, forse insolito, ma molto mio, per dire ciao a Emma e per non dimenticarla.
Voto: 10

2) Finalmente qualcuno ricorda che Alessandria ha sul suo territorio cittadino una fortezza di grande valore: la Cittadella. Questo articolo: “Un’idea per la Cittadella: Museo della guerra e parco della pace per rianimare un gigante moribondo”. mi ha portato a ricordare un’opera collettiva dal titolo: “Alessandria è una comoda poltrona: ti siedi e ti addormenti?!.” (edita da Ugo Boccassi e Cesarino Fissore nel 1997) in cui vi è un saggio di Umberto Eco con l’idea della Cittadelle da “riciclare”. Eco tornava ad interrogare Alessandria in merito, e ritengo sorprendente che a quasi trent’anni di distanza parlando della Cittadella si torni ancora a usare parole che sembrano appartenere al lessico di Umberto Eco: restituire, riutilizzare, rianimare, trasformare. L’ultima proposta rilanciata il 18 agosto scorso dalla pagina di “Visita Alessandria” immagina per la grande fortezza un futuro ambizioso: un Museo della Guerra, concepito non per celebrare i conflitti ma per comprenderne le tragedie, affiancato da un Parco della Pace destinato alla cultura, alla mediazione, agli incontri internazionali e alla vita civile. L’ idea è suggestiva, ma forse la sua vera forza non sta tanto nelle singole funzioni immaginate quanto nella domanda: come si può restituire alla città un luogo gigantesco che ha perduto la propria funzione originaria? Ed è precisamente questa la domanda che, con il suo linguaggio ironico e provocatorio, Umberto Eco aveva già posto nel 1997 con “La Cittadella da riciclare” . Il verbo scelto da Eco “riciclare”, è la prima cosa sulla quale vale la pena soffermarsi, non dice semplicemente “restaurare” o “conservare”, dice “riciclare”. Restaurare significa restituire integrità a qualcosa che appartiene al passato, musealizzare significa conservarlo e renderlo conoscibile, ma “riciclare” significa invece prendere qualcosa che ha esaurito la propria funzione e rimetterlo in circolo, trovandogli una nuova vita, ed è un verbo sorprendentemente moderno per parlare di patrimonio storico. La Cittadella era stata concepita come una straordinaria macchina militare e aveva svolto per secoli una funzione precisa, ma quando quella funzione è venuta meno, è rimasto un problema enorme: che cosa fare di una fortezza che non serve più a difendere la città? A mio pensare la risposta di Eco non sembrava essere quella di trasformarla semplicemente in un monumento tra l’altro troppo grande per essere semplicemente conservato da contemplare, il suo ragionamento andava piuttosto nella direzione di una restituzione alla vita civile, tant’è che il Politecnico di Torino, occupandosi della Cittadella negli studi sul riuso adattivo, ha sottolineato proprio questo carattere “oversize”: circa sessanta ettari di spazio aperto e oltre centomila metri quadrati di edifici compongono un organismo architettonico di dimensioni eccezionali, quindi è molto difficile immaginare un unico uso capace di riempire un luogo simile. Ed è proprio questa sproporzione a rendere profetica la parola di Eco. Tornando al prezioso libro di Boccassi e Fissore con “la Cittadella e la comoda poltrona” è una formula ironica, ma anche severa perché Eco sembra mettere in discussione una certa immagine della città: una città che possiede una storia importante, luoghi straordinari, persone e risorse, ma che rischia di trasformare tutto questo patrimonio in una giustificazione per non cambiare. La Cittadella come si presenta oggi diventa lo specchio della città: se rimane vuota, isolata e progressivamente degradata, può diventare il simbolo dell’inerzia, se invece viene restituita ai cittadini, può diventare il simbolo opposto: quello di una comunità capace di prendere possesso della propria storia e trasformarla in futuro. Per questo la proposta contemporanea di un Museo della Guerra accompagnato da un Parco della Pace può essere letta come una possibile risposta alla vecchia domanda di Eco. Un Museo della Guerra avrebbe il compito di conservare e interpretare la memoria della funzione originaria della fortezza, affiancarlo a un Parco della Pace introdurrebbe però una trasformazione simbolica ancora più significativa: uno spazio nato per la guerra potrebbe diventare un luogo dedicato alla comprensione della guerra, alla riflessione sulla sua memoria e alla costruzione della pace. A questo punto il “gigante moribondo” evocato dalla proposta contemporanea non sarebbe più soltanto un problema da risolvere: potrebbe diventare, finalmente, una possibilità da cogliere, perché un patrimonio può aspettare una nuova funzione, un rudere molto meno. Rimane quella possibilità che Eco, già nel 1997, aveva sintetizzato con una parola semplice, ironica e straordinariamente attuale: “riciclare”.
Voto: 9

3) Il ponte Tiziano e la grande arte alessandrina: 40 mesi per arrivare alla fine del suo ripristino. Se per mettere in sicurezza un ponte lungo circa un chilometro serve uno staff, lo staff dello staff e probabilmente, a questo punto, qualcuno incaricato di verificare che lo staff stia effettivamente lavorando, allora forse il vero ponte da attraversare non è il Tiziano ma quello della burocrazia. Gli Egizi costruivano piramidi, i Romani acquedotti magari in meno tempo, noi invece nominiamo lo staff. C’è una notizia che, letta con attenzione, potrebbe sembrare una barzelletta. Il problema è che non lo è, perché è vera e si legge qui: “Lavori per sicurezza e manutenzione straordinaria ponte Tiziano: definito lo staff”. Il Comune di Alessandria ha definito lo staff che dovrà occuparsi dell’iter relativo ai lavori di sicurezza e manutenzione straordinaria del ponte Tiziano e qui arriva la parte interessante. Stando alla notizia, i lavori dovranno iniziare entro e non oltre il 15 dicembre 2027 e dovranno terminare al massimo il 1° dicembre 2029, così da poter procedere al collaudo prima della fine del 2029 (sempre che ci riescano: il ponte Meier insegna). Sul piatto ci sono 2 milioni e 100 mila euro di finanziamento ministeriale. Faccio allora un piccolo esercizio di aritmetica, materia che fortunatamente non richiede uno staff. Siamo nell’agosto del 2026, dal momento in cui viene definito lo staff al termine massimo previsto per i lavori passano circa 40 mesi (quaranta). Di questi, circa 16 mesi trascorrono prima della data entro la quale i lavori dovranno necessariamente partire. Poi ci sono quasi 24 mesi previsti per eseguire l’intervento e arrivare alla conclusione entro il 1° dicembre 2029. Sia chiaro, nessuno sano di mente pretende che un ponte venga sistemato con quattro bulloni, una saldatrice e il pensionato del condominio che “ha sempre fatto il fabbro”, perché un ponte fluviale è una struttura seria. Ci sono verifiche, progettazione, sicurezza, autorizzazioni, gare, affidamenti, cantierizzazione, lavori e collaudi. Ma una cosa è la prudenza, un’altra è trasformare la manutenzione di un ponte in una saga medievale perché qui la domanda, molto poco tecnica e molto cittadina mi viene spontanea: ma per mettere in sicurezza il ponte Tiziano ci vogliono davvero quasi 40 mesi dall’avvio dell’iter alla conclusione? E soprattutto servono davvero quasi due anni per eseguire materialmente i lavori? Perché 40 mesi sono un tempo enorme (quaranta mesi sono tre anni e quattro mesi) . In 40 mesi un bambino può nascere, imparare a camminare, iniziare a parlare e arrivare a chiedere al padre: “Papà, ma il ponte è ancora chiuso?” E la risposta potrebbe essere: “Non è chiuso, è in iter.” L’iter, meravigliosa invenzione della civiltà moderna. Gli egizi migliaia di anni fa, prendevano pietre enormi, le trascinavano, le sollevavano, le incastravano e costruivano piramidi che sono ancora lì. Non avevano gru telescopiche, software BIM, PEC, SPID. Non avevano neppure il dirigente del procedimento, il responsabile dell’ufficio, il responsabile del settore, il consulente del consulente e soprattutto non avevano bisogno di convocare una riunione per stabilire chi dovesse convocare la riunione. Eppure incredibilmente costruivano. I romani poi erano proprio degli esibizionisti. Strade, ponti, acquedotti, fognature, andavano dappertutto, attraversavano vallate, fiumi e montagne e realizzavano opere che dopo duemila anni mi obbligano ancora oggi a domandarmi : “Ma questi come accidenti facevano?” Probabilmente non avevano ancora scoperto il vero segreto della civiltà contemporanea: l’iter. Perché l’iter, signori miei, è una cosa meravigliosa, può raggiungere dimensioni faraoniche anche quando l’opera fisica è lunga poche centinaia di metri e qui arrivo alla domanda più provocatoria. In circa 40 mesi, in molte parti del mondo, si può progettare e realizzare un’opera nuova di una certa complessità, qui invece stiamo parlando della manutenzione straordinaria e della messa in sicurezza di un ponte che esiste già. Non stiamo costruendo un nuovo ponte sul Bosforo e non stiamo scavando il tunnel sotto la Manica, neppure stiamo perforando il Monte Bianco, per non parlare del secondo ponte sulla Bormida … magari! Stiamo mettendo mano al ponte Tiziano. E allora è inevitabile chiedersi se una parte di quei 40 mesi sia realmente determinata dalla complessità tecnica dell’intervento oppure dalla complessità amministrativa necessaria per arrivare all’intervento perché sono due cose molto diverse. La tecnologia, nel frattempo, ha fatto passi da gigante, abbiamo droni, laser scanner, materiali compositi, computer che progettano in tre dimensioni, sistemi di monitoraggio sofisticatissimi e gru capaci di sollevare carichi che i Romani avrebbero probabilmente scambiato per magia, eppure, davanti a un ponte la tecnologia più potente sembra essere ancora: “aspettiamo che arrivi la determina.” Forse è questo il vero progresso rispetto ai Romani. Loro costruivano ponti, noi costruiamo pratiche relative ai ponti. Ad Alessandria poi i ponti sembrano avere una particolare vocazione alla sofferenza. Il Tiziano ha già conosciuto incidenti, chiusure e limitazioni. Dall’altra parte c’è il Meier, il fratello maggiore nella sfortuna che nell’immaginario cittadino è diventato quasi il parente ricco ma malandato della famiglia: costoso, imponente e sempre bisognoso di qualche attenzione. E proprio in questi giorni un amico mi ha inviato un elenco di nuovi ammaloramenti a carico del ponte. E allora mi chiedo: perché tra il momento in cui si sa che bisogna intervenire e quello in cui si mette mano davvero alla struttura sembra debba trascorrere un’era geologica? Mentre scrivo questa pagella, che per certi versi mi diverte, penso già al 2029. Il ponte è finalmente concluso. Ci saranno i collaudi? Forse, ma l’inaugurazione sarà garantita con foto, fasce tricolori , discorsi , nastro, forbici, e io guarderò il ponte e dirò: “Finalmente.” Ma il ponte se potesse parlare, probabilmente mi risponderebbe: “Finalmente cosa? Io sono qui da anni. Eravate voi che dovevate arrivare.” Perché forse questa è la vera grande opera alessandrina, costruire l’attesa del ponte.
Voto: 2


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