Comitato Salviamo Le Cascine: “Alessandria agli ultimi posti per consumo di suolo e perdita di terreno agricolo”

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Il rapporto “Ecosistema Urbano 2026” riporta Alessandria al 98° posto su 106 città capoluogo per consumo di suolo. Sotto osservazione l’espansione delle grandi infrastrutture logistiche, la cementificazione e la crescente pressione degli impianti fotovoltaici a terra sulle aree agricole.

Alessandria deve fermarsi a riflettere. I dati riportati nel rapporto Ecosistema Urbano 2026 di Lega Ambiente e Ambiente Italia, realizzato in collaborazione con Il Sole 24 Ore, rappresentano un segnale che non può essere ignorato e che richiede una presa di posizione chiara da parte delle istituzioni, della politica e di tutti i soggetti coinvolti nelle trasformazioni del territorio.

Secondo i dati riportati, Alessandria si colloca al 100° posto su 106 città capoluogo nella graduatoria complessiva, mentre, con riferimento specifico all’indicatore relativo al consumo di suolo e al suo uso efficiente, occupa il 98° posto. Un risultato che desta forte preoccupazione e che impone di interrogarsi sulle scelte urbanistiche, infrastrutturali ed energetiche che stanno interessando il territorio alessandrino.

Non siamo di fronte a una semplice classifica. Dietro questi numeri c’è una questione concreta che riguarda la qualità della vita dei cittadini, la salvaguardia delle superfici agricole, la sicurezza idrogeologica, la tutela del paesaggio e le prospettive economiche delle future generazioni.

Il suolo non è una risorsa inesauribile. È un patrimonio collettivo, fondamentale per la produzione alimentare, la regolazione delle acque meteoriche, la conservazione della biodiversità, la mitigazione degli effetti delle ondate di calore e la resilienza dei territori di fronte ai cambiamenti climatici. Una volta impermeabilizzato o trasformato in modo irreversibile, recuperarlo alle sue funzioni originarie può risultare estremamente difficile,
costoso o, in alcuni casi, impossibile.

Per questo motivo, il dato relativo ad Alessandria non può essere liquidato come una semplice criticità statistica. Deve diventare l’occasione per un cambiamento concreto nelle politiche di gestione del territorio.
Tra i fattori di maggiore criticità figurano l’espansione degli insediamenti commerciali e logistici, la realizzazione di nuove piattaforme e il progressivo sviluppo delle infrastrutture viarie.

Si tratta di trasformazioni che possono produrre effetti economici e occupazionali, ma i cui benefici non devono essere dati per scontati né possono giustificare qualsiasi sacrificio ambientale.
La questione centrale è capire quale modello di sviluppo si intenda perseguire per Alessandria e per il suo territorio. Un modello fondato sulla continua disponibilità di nuove superfici, sulla conversione di terreni liberi e agricoli e sull’aumento delle superfici impermeabilizzate rischia di generare costi ambientali e sociali che, nel medio e lungo periodo, possono superare i vantaggi immediati degli investimenti.

Ogni nuovo insediamento deve essere valutato considerando non soltanto la sua utilità economica, ma anche il consumo di suolo che comporta, l’impatto sulla viabilità, le conseguenze sul sistema idraulico, la vicinanza agli abitati e la disponibilità di alternative localizzative.

È necessario dare priorità al recupero delle aree dismesse, alla riqualificazione degli immobili esistenti, al riutilizzo dei capannoni inutilizzati e alla rigenerazione delle superfici già compromesse. Prima di occupare altro terreno libero, le amministrazioni devono dimostrare di avere verificato seriamente le possibilità di riuso del patrimonio costruito.

Non possiamo accettare che la disponibilità di suolo venga considerata un vantaggio competitivo da sfruttare senza limiti, mentre i costi della perdita di territori o ricadono sull’intera collettività.

Tra le questioni che richiedono maggiore attenzione vi è quella della crescente diffusione degli impianti fotovoltaici a terra in aree agricole.
La transizione energetica è indispensabile. Ridurre le emissioni climalteranti, aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili e diminuire la dipendenza dalle fonti fossili sono obiettivi fondamentali per affrontare la crisi climatica. Ma proprio perché si tratta di una trasformazione necessaria, deve essere realizzata con intelligenza, equilibrio e una visione di lungo periodo.

Il rischio è quello di affrontare una crisi ambientale contribuendo ad aggravarne un’altra: da una parte la necessità di decarbonizzare il sistema energetico, dall’altra la perdita progressiva di terreni fertili, superfici permeabili e paesaggi rurali.

Gli impianti fotovoltaici a terra, quando interessano superfici agricole di pregio o aree strategiche per la continuità delle attività produttive, pongono interrogativi che non possono essere risolti limitandosi a considerare la quantità di energia che saranno in grado di generare.

Occorre valutare attentamente la qualità dei terreni coinvolti, le colture praticate, la disponibilità di risorse idriche, la compatibilità con le attività agricole, la frammentazione delle aziende, gli effetti sul paesaggio e le conseguenze cumulative derivanti dalla concentrazione di più impianti nella stessa area.

Un singolo progetto può apparire sostenibile se considerato isolatamente. La situazione cambia quando più interventi si sommano, occupando progressivamente ampie porzioni di territorio e modificando in modo significativo l’identità e l’equilibrio di un’area rurale.

È proprio questo il punto: non basta valutare ogni impianto singolarmente, bisogna considerare l’effetto complessivo che tutti gli interventi producono sul territorio.
La moltiplicazione dei progetti può determinare una progressiva sottrazione di superfici all’agricoltura, una maggiore frammentazione del paesaggio e una crescente pressione sulle infrastrutture e sulle risorse locali.

Questi effetti devono essere analizzati preventivamente, prima che la somma delle singole autorizzazioni produca trasformazioni difficilmente reversibili.

Il terreno agricolo non è uno spazio vuoto in attesa di una destinazione più redditizia. È una risorsa produttiva, un elemento fondamentale dell’economia locale e una componente essenziale dell’equilibrio ambientale.

Le aziende agricole garantiscono produzione alimentare, manutenzione del territorio, conservazione delle conoscenze e delle tradizioni rurali e presidio delle aree extraurbane. La loro attività contribuisce anche a mantenere aperti gli spazi, conservare la struttura del paesaggio e contrastare l’abbandono delle campagne.
Quando un terreno fertile viene sottratto alla produzione agricola per ospitare un impianto energetico, la decisione deve essere valutata considerando anche il valore delle funzioni che quel terreno svolgeva prima della trasformazione.

Non è sufficiente sostenere che il suolo rimanga fisicamente presente sotto i pannelli. Occorre capire quali funzioni vengano effettivamente conservate, quali vengano compromesse e quali siano le possibilità concrete di ripristino al termine della vita utile dell’impianto.

Inoltre, la possibilità tecnica di smantellare una struttura non garantisce automaticamente il recupero integrale della fertilità del terreno, della sua struttura, della capacità di infiltrazione delle acque e della continuità delle attività agricole.

Per questo motivo, la reversibilità degli interventi deve essere dimostrata attraverso valutazioni tecniche rigorose, garanzie finanziarie adeguate e obblighi di ripristino chiaramente definiti.

Esistono alternative che devono essere esplorate con maggiore determinazione prima di destinare nuovi terreni agricoli alla produzione energetica.
Tetti di edifici industriali e commerciali, coperture di magazzini, parcheggi, pensiline, aree produttive dismesse,
superfici impermeabilizzate e siti già compromessi possono offrire opportunità significative per l’installazione
di impianti fotovoltaici.
La priorità dovrebbe essere quella di valorizzare le superfici già costruite o trasformate, evitando di consumare
nuovo suolo quando sono disponibili soluzioni compatibili con la tutela del territorio.
Un programma serio di sviluppo delle rinnovabili dovrebbe partire da una ricognizione delle coperture esistenti,
dalla verifica delle aree industriali inutilizzate e dalla promozione di impianti sulle strutture già presenti.
Dovrebbe inoltre favorire le comunità energetiche, l’autoconsumo collettivo e la diffusione di sistemi che
consentano di produrre energia vicino ai luoghi in cui viene consumata.
Anche l’agrivoltaico, quando realmente progettato per mantenere una produzione agricola significativa e
continuativa, può rappresentare una soluzione da valutare. Tuttavia, non è sufficiente utilizzare questa
denominazione per garantire la compatibilità tra energia e agricoltura.
Servono progetti fondati su piani agronomici credibili, verifiche periodiche delle attività agricole, monitoraggi
dei risultati e controlli sull’effettiva permanenza delle colture e della produttività. L’agricoltura non deve
diventare una componente accessoria, mantenuta soltanto sulla carta per rendere accettabile un intervento
prevalentemente energetico.
La priorità deve rimanere chiara: utilizzare innanzitutto le superfici disponibili e meno sensibili, salvaguardando
i terreni agricoli di maggiore valore e le aree che svolgono funzioni ambientali strategiche.
La preoccupazione per il consumo di suolo non riguarda soltanto il paesaggio o la disponibilità di terreni per
le attività agricole. Riguarda direttamente anche la sicurezza delle persone e la capacità del territorio di
affrontare eventi meteorologici intensi.
L’impermeabilizzazione delle superfici riduce, in misura variabile a seconda delle caratteristiche dell’intervento,
la capacità del terreno di assorbire e trattenere le precipitazioni. L’acqua tende così a defluire più rapidamente
in superficie, aumentando la pressione sui sistemi di drenaggio e sulle reti idrauliche.
In un contesto caratterizzato da fenomeni meteorologici estremi sempre più rilevanti, ogni nuova
trasformazione deve essere valutata anche alla luce della sua incidenza sul comportamento idrologico del
territorio.
Occorre evitare che la somma di interventi urbanistici, infrastrutturali ed energetici produca un’ulteriore
riduzione della capacità naturale di assorbimento delle acque, soprattutto nelle aree già vulnerabili.
La tutela del suolo è quindi anche una misura di prevenzione. Conservare superfici permeabili, proteggere le
aree agricole e mantenere spazi verdi contribuisce alla resilienza territoriale e può ridurre la necessità di
interventi correttivi più costosi in futuro.
La pianificazione non può limitarsi a valutare la sostenibilità del singolo progetto: deve considerare gli effetti
cumulativi, la capacità delle infrastrutture esistenti e le conseguenze per le comunità che vivono nelle aree
interessate.
Di fronte a un dato così preoccupante, riteniamo necessario che le istituzioni locali e regionali assumano un
impegno concreto per invertire la tendenza al consumo di suolo e garantire maggiore trasparenza nelle
decisioni che riguardano il futuro di Alessandria.


Chiediamo in particolare:

  1. Una strategia concreta per ridurre il consumo di suolo. È necessario definire obiettivi misurabili, tempi
    di attuazione e strumenti di monitoraggio, dando priorità alla rigenerazione urbana e al riutilizzo delle superfici
    già trasformate.
  2. Una ricognizione delle aree agricole interessate dai progetti energetici. I cittadini devono poter
    conoscere la localizzazione degli interventi proposti, autorizzati e realizzati, le superfici coinvolte, la qualità dei
    terreni e gli effetti attesi sul sistema agricolo e ambientale.
  3. Una valutazione cumulativa degli impianti fotovoltaici a terra. È indispensabile analizzare non soltanto
    i singoli progetti, ma anche la concentrazione degli interventi e le trasformazioni complessive che possono
    produrre sul paesaggio, sulle attività agricole e sulla disponibilità di suolo.
  4. La priorità alle superfici già urbanizzate. Occorre incentivare concretamente il fotovoltaico sui tetti, sulle
    coperture industriali e commerciali, sulle pensiline e nelle aree dismesse o compromesse, evitando che i
    terreni agricoli diventino la soluzione più semplice per la realizzazione dei nuovi impianti.
  5. Garanzie rigorose per i progetti agrivoltaici. Dove vengono proposti impianti che dichiarano di mantenere
    l’attività agricola, devono essere richiesti obiettivi produttivi verificabili, piani agronomici adeguati, controlli nel
    tempo e garanzie economiche per lo smantellamento e il ripristino delle aree.
  6. Maggiore partecipazione dei cittadini e delle comunità locali. Le scelte che modificano in modo
    significativo il territorio devono essere accompagnate da informazioni accessibili, confronto pubblico e
    possibilità effettive di esprimere osservazioni prima che le decisioni diventino irreversibili.
  7. La tutela delle aree agricole e paesaggistiche di maggior valore. La pianificazione deve individuare le
    superfici da preservare, considerando la qualità dei suoli, la continuità delle attività agricole, il rischio idraulico,
    la biodiversità e le caratteristiche del paesaggio.
  8. Un controllo puntuale dei risultati. Non bastano gli annunci o gli obiettivi generici. Servono dati aggiornati,
    indicatori trasparenti e rendicontazioni periodiche che consentano di verificare se le politiche adottate stiano
    realmente riducendo il consumo di suolo.
    Le richieste dovranno essere tradotte in atti e decisioni coerenti con la normativa vigente e con le competenze
    delle diverse amministrazioni, senza deroghe ingiustificate alla tutela del territorio.
    La sfida che abbiamo davanti non consiste nello scegliere tra tutela ambientale e transizione energetica.
    Entrambe sono indispensabili. Il problema è come realizzarle senza generare contraddizioni e senza scaricare
    sulle comunità locali i costi di decisioni poco lungimiranti.
    Un territorio che perde progressivamente terreno agricolo, superfici permeabili e spazi aperti rischia di
    compromettere una parte importante del proprio capitale naturale. Allo stesso tempo, una transizione
    energetica costruita senza una pianificazione attenta rischia di alimentare conflitti sociali e di indebolire il
    consenso verso obiettivi che dovrebbero invece essere condivisi.
    È necessario superare la logica secondo cui ogni singolo investimento, in quanto presentato come opportunità
    di sviluppo o come contributo alla produzione di energia rinnovabile, debba essere considerato
    automaticamente positivo.
    Ogni progetto deve essere valutato per ciò che effettivamente produce, per le risorse che utilizza, per le
    alternative disponibili e per i costi che lascia alla collettività.
    L’interesse pubblico non coincide automaticamente con l’interesse del singolo operatore. Deve essere il
    risultato di una valutazione equilibrata, trasparente e orientata al bene comune.
    Alessandria ha bisogno di una strategia che coniughi sviluppo economico, innovazione energetica, tutela delle
    attività agricole, sicurezza ambientale e qualità della vita. Continuare a consumare suolo senza una visione
    complessiva significa rinviare i problemi e rischiare di renderli più difficili da affrontare.
    Il dato che emerge dal rapporto Ecosistema Urbano 2026 deve diventare un punto di svolta, non l’ennesimo
    campanello d’allarme destinato a essere dimenticato.
    Non possiamo permettere che la perdita di suolo venga considerata un prezzo inevitabile del progresso. Non
    possiamo accettare che la produzione di energia rinnovabile si traduca, senza un’adeguata valutazione delle
    alternative, nella progressiva sottrazione di terreni all’agricoltura. E non possiamo continuare a trattare le aree
    libere come spazi disponibili per qualsiasi nuova trasformazione, senza considerare il valore delle funzioni che
    già svolgono.
    Difendere il suolo significa difendere il futuro delle attività agricole, la sicurezza idrogeologica, il paesaggio, la
    biodiversità e la possibilità di consegnare alle prossime generazioni un territorio ancora capace di produrre
    risorse e garantire benessere.
    La transizione energetica deve essere una parte della soluzione alla crisi ambientale, non il motivo per aprire
    nuovi fronti di consumo indiscriminato del territorio.
    Per questo chiediamo alle istituzioni di assumere una posizione chiara, di rendere pubblici i dati e di mettere
    al centro delle proprie decisioni il principio del risparmio di suolo, della prevenzione e della responsabilità verso
    le generazioni future.
    Alessandria non può rassegnarsi a occupare le ultime posizioni nelle classifiche ambientali. Deve
    scegliere di cambiare direzione, tutelando il proprio patrimonio agricolo e naturale e promuovendo
    uno sviluppo che non consumi le risorse da cui dipende il suo stesso futuro.
    Il territorio è un bene comune, e come tale deve essere difeso, pianificato e consegnato integro, per quanto
    possibile, a chi verrà dopo di noi.

Comitato Salviamo Le Cascine
Il Presidente Giancarlo Rossi


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