Da Abramo Vitale, nel 1490. Fino al 1938 la comunità ebraica alessandrina risultava composta da 245 persone [Lisòndria tra Tani e Burmia]

di Piero Archenti

La comunità ebraica di Alessandria è presente in città dal tardo medioevo, ed è stata una delle più importanti della regione Piemonte. Passata nella seconda metà del XX secolo sotto il controllo della comunità ebraica di Torino, nel XXI secolo si è ridotta a poche unità. Gli ebrei ottennero facoltà dai duchi di Milano di stabilirsi nella città di Alessandria sul principio XIII secolo dove venne fondata una sinagoga diretta da un rabbino indipendente e capo dell’università stabilita in questa città. Mancano tuttavia i documenti storici che posano confermare questa data tradizionale. Ricca è la documentazione che riporta la presenza ebraica in tardo medioevo.

Ad Alessandria e Casale Monferrato e in altri centri monferrini come Moncalvo sono attestate famiglie ebree di origine francese o germanica prima della cacciata degli ebrei dalla spagna nel 1492 che non vennero a stabilirsi ad Alessandria. A Fubine la Cascina Valmezzana era abitata da Ebrei. Sebbene Alessandria e il suo territorio facessero parte del ducato di Milano e dal 1535 soggetto alla monarchia spagnola gli ebrei non vennero espulsi né subirono violenze e i Re di Spagna ricevettero prestiti dai banchieri ebrei alessandrini. Il ghetto venne comunque decretato dal governatore spagnolo fin dal 1585.

Passando al Regno di Sardegna, con il trattato di Ultrechet, furono mantenuti i privilegi acquisiti dalla comunità, ma nel 1723 venne imposto ai 420 ebrei di Alessandria la residenza obbligata nel ghetto tra via Milano e via Migliara.

Fin dall’epoca napoleonica quando gli israeliti furono chiamati a Parigi per il Sinedrio, fu discussa la questione della possidenza. L’avvocato Francesco Gambini sconsigliava che gli ebrei dovessero possedere terre. Questa sua dottrina compendiò nel libro “Dell’ebreo possidente”. In un’altra opera dal titolo “La cittadinanza giudaica in Europa “voleva dimostrare che gli ebrei non avrebbero mai potuto affratellarsi con gli altri membri dell’umana famiglia, confortando il suo assunto con le istituzioni talmudiche e coi precetti dell’esperienza. Egli stesso però chiamava la questione esaminata da lui un problema dell’avvenire. Gli fu risposto con un altro libro: Origini delle interdizioni giudaiche. Passò del tempo. Il 29 marzo 1848, il Re Carlo Alberto chiamava gli israeliti subalpini a far parte dei diritti civili e politici. I cristiani facevano plauso, fra cui è degno di ricordo Massimo d’Azeglio e il teologo canonico Gatti pubblicava L’emancipazione degli israeliti.

Nel 1938 la comunità ebraica alessandrina risultava composta da 245 persone (113 uomini e 132 donne). Di esse 25 verranno deportate e uccise durante l’Olocausto.

La Sinagoga di Alessandria si trova nel centro storico di Alessandria, in via Milano, nell’area dell’antico ghetto ancora riconoscibile dagli stretti androni di alcuni palazzi delle vie adiacenti al Tempio. Quest’ultimo, aperto nel 1871 e costruito su progetto dell’architetto Giovanni Roveda, è caratterizzato da una facciata in stile neogotico e, all’interno, da un’ampia sala con due matronei.

E’ uno degli esempi più monumentali di sinagoga ottocentesca italiana. Interesse artistico e storico riveste anche il cimitero israelitico alle spalle del cimitero urbano. Fu aperto nel 1820 in sostituzione dell’antico cimitero che si trovava presso la “Porta di Marengo”. In seguito demolita insieme a tutta l’imponente cinta muraria della città, nei pressi dell’antica situata in piazza d’armi divenuta poi, per una parte, piazza Matteotti (già piazza Genova).


                          Abramo Vitale

E’ questo il nome, a quanto risulta, del primo israelita che all’incirca cinque secoli fa compare in Alessandria. Non è dato conoscere donde provenisse: sono di quel tempo persecuzioni, anche violente, di altri paesi d’Europa mentre invece vi era larga tolleranza in Italia. Avvenne anzi che nelle città italiane fiorenti per commerci o industrie, fossero invitate talune famiglie di ebrei, per esercitare operazioni di prestito essendo allora vietata l’usura ai cristiani.

E’ noto quanto fosse in quell’epoca rinomata Alessandria per la sua industria della lana ed è precisamente nel 1490 che Abramo Vitale de’ Sacerdoti figlio di Giuseppe Vitale, fa domanda all’anzianato alessandrino per aprire nella nostra città un banco di prestiti e pegni. Domanda accolta ma a titolo precario; ben presto però il Banco diventa necessario in quanto per cause di guerra, si era dovuto chiudere il Monte di Pietà fondato da noi nel 1493 e ripreso soltanto dopo molti anni. Fu così che con atto pubblico 30 agosto 1501 Abramo Vitale inizia stabilmente per sé e per i suoi successori la cittadinanza Alessandrina.

Avvenne poi che Francesco Sforza limita nel 1535, la concessione del Banco per soli otto anni, concessione per altro confermata nel 1539 da Carlo V Spagna nuovo padrone del Ducato di Milano che comprende anche Alessandria. Riprese in seguito le persecuzioni, lo stesso Imperatore ordina l’espulsione degli ebrei dalle Province di Spagna in Italia: sembra tuttavia che per Alessandria non avesse effetto completo se, proprio su denuncia del popolo, il bando fu ripetuto. Su questa denuncia popolare sui suoi effetti sempre negativi, diremo subito. Risulta infatti che in Alessandria gli ebrei fossero più che tollerati dal Governatore, per “comodità del Presidio” in quanto i fieri “Hidalgos” spesso e volentieri, per mantenere il loro fasto, ricorrevano al Banco Vitale. Questo sapeva il popolo che per vendicarsi degli odiati spagnoli cercò il modo, con una denuncia, di tagliare loro la borsa!

E poiché da Madrid si era nuovamente rinnovato e con maggior severità l’ordine di espulsione, ecco che nel 1590 Simone Vitale, discendente di Abramo e titolare del Banco, partire alla volta della Spagna per chiedere udienza al nuovo Imperatore Filippo II. Si racconta che il nostro Simone recò seco la lunga lista dei suoi crediti sia verso il Governatore di Alessandria come verso l’ufficialità del Presidio. Ottenuta udienza il Vitale, con sottile astuzia, si disse pronto ad ubbidire: chiese soltanto di rimanere in Alessandria Il tempo necessario per riscuotere i suoi molti crediti. La Corte …a corto di denari per non rimborsare subito quanto dovuto acconsentì alla richiesta e Simone ritornato in Alessandria con accresciuta generosità verso gli “Hidalgos” (così si disse) assicurò per sé e per tutta la sua discendenza la permanenza in Alessandria dei Vitale. Annota infatti il Ghilini all’anno 1597, un esodo generale da Alessandria di tutti gli ebrei, ad eccezione di Simone Vitale, della di lui moglie e dei figli.

Piero Angiolini 5-XI-1955