Siamo stati tutti là [Lettera 32]

di Beppe Giuliano

 

La prima volta era l’esordio stagionale dopo aver vinto lo scudetto, quello di Accacchino scaricato e sostituito da “robiolina” Invernizzi, della tabella dei “senatori” Mazzola, Facchetti e Burgnich, della grande rimonta sui cugini.

Esordio della stagione dopo, 3 ottobre 1971, ho compiuto nove anni da pochi giorni.

La prima volta ero seduto di fronte alla tribuna e li vedevo entrare in campo, è il ricordo vivo che ho, come fosse oggi. Molto più importante della vittoria 2-0. Veder entrare a San Siro Mazzola, Burgnich, Facchetti…

Bonimba, il mio preferito!

E Mariolino Corso, il preferito di mio padre, che ha sempre avuto un debole per i mancini di talento, fino a Recoba (quante litigate con lui per il “chino”!).

Ecco, la seconda volta a San Siro il protagonista fu lui. Mariolino Corso. Giusto due anni dopo, il 7 ottobre 1973, un altro inizio di campionato. Inter-Genoa.

C’erano ancora i miei campioni e c’era anche Corso: con la maglia del Genoa. Venduto nell’estate, per mio padre una specie di sacrilegio.

Infatti di quel brutto 0-0 ricordo soprattutto Mariolino con la divisa bianca cerchiata rossoblù, mentre per esempio non ho memoria del fatto che quella partita fosse pure l’inizio del (breve) ritorno in panchina del “mago”, Accaccone Helenio Herrera. Prima della fine del campionato, ritiratosi H.H. dopo un “colpetto”, di là dimissionario il “paròn” Nereo Rocco, la certificazione della fine dell’età dell’oro in cui San Siro, “la Scala del calcio”, era davvero il centro del mondo del fútbol.

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Mezza famiglia nerazzurra, la mia, l’altra metà rossonera.

Con mio zio Pino, casciavit fino in fondo al suo grande cuore, che mi portava a vedere partite di tutte e due le squadre.

Lui già abbonato da bambino, insieme a suo fratello interista (sempre stati del tutto diversi, d’altronde), e là a San Siro anche poco prima della fine dei suoi giorni tutt’altro che facili. Con la bicicletta, ed era un bel tragitto soprattutto quando abitava alla “baia del Re”, come chiamavano quel quartiere di periferia negli anni cinquanta, o col tram quando insieme a lui c’ero io, o mia cugina che ha ereditato lo stesso amore per il Milan e l’abbonamento, ancora oggi, sempre a San Siro.

Adesso han deciso che lo stadio si può abbattere, non presenta alcun “interesse culturale” han detto. L’ha deciso gente senza cervello e senza cuore.

Gente che probabilmente non ha mai saltato sotto le luci a San Siro, su quei gradoni quando ancora non c’era il terzo anello, magari per quel gol di Kalle Rummenigge volato a colpire la sforbiciata su nel cielo (gol annullato dallo stesso arbitro che pochi mesi dopo annullò un altro capolavoro a Platini, evidentemente gli stavano antipatici i fuoriclasse). Giusto per citare una delle emozioni provate là.

E insieme alle mie come in una somma a infinito le emozioni di milioni di altri tifosi, non importa se dell’Inter o del Milan, che come me ogni volta che entrano nuovamente a San Siro si guardano intorno, un po’ intimiditi come in ogni maestosa cattedrale.

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Che c’è di strano siamo stati tutti là