San Rocco (2) – La stanza della morte [Il Superstite 281]

Arona Danilo nuovadi Danilo Arona

 

Non si può raccontare l’oratorio San Rocco senza parlare di calcio. La parrocchia aveva persino una sua squadra ufficiale che si chiamava La Dominante, ma per quanto mi aiuta la memoria non la vidi mai all’opera. In verità, all’inizio della mia frequentazione (fine anni ’50), il campo dove giocare delle “vere” – si fa per dire – partite fu per qualche tempo la piazza.

Piazza San Rocco oggi è molto bella, forse più di allora. Comunque per noi era il campo E, come in ogni campo che si rispetti, esistevano due porte. Una era quella della chiesa che, quando si segnava, rischiava di essere perforata nella sua parte vetrata da una pallonata. L’altra, il portone del caseggiato dirimpettaio.
Il campo, va da sé, era durissimo, in cemento, pericoloso soprattutto per i portieri che si spellavano regolarmente gomiti e ginocchia (e io quello facevo, perché le ragazzine dei dintorni, non poche, posavano gli occhi più volentieri sui portieri in quanto più o meno fissi sulla posizione…).

Di solito le squadre erano composte da cinque-sei elementi ognuna e le partite duravano un’infinità. Dal momento che giocavamo in mezzo a una pubblica via di transito ogni tanto, già allora, passavano delle macchine. Quando capitava, la partita s’interrompeva e il risultato ne usciva viziato.
A un certo punto capitò che il parroco provasse una pena infinita per noiSan Rocco nuova e ci permise di giocare all’interno dell’oratorio. Nel cortile dove d’estate funzionava la cosiddetta “arena estiva” del cinema. Le cose lì andarono un po’ meglio perché non c’era il cemento. Ma il campo si presentava come un parallelepipedo irregolare pieno di ghiaia e sabbia. E per me portiere le cose, dal punto di vista del rischio ferite, non andarono meglio.

Poi ogni giorno accadeva uno strano rituale che, quando giocavamo, faceva un po’ schifo. Natale arrivava con un pentolone pieno di un viscidume con residui alimentari provenienti dalla cucina del convitto e lo gettava dentro un tombino a grate posto al centro del cortile. Siccome il tombino era cementato, lui gettava il contenuto della pentola sopra il medesimo e si formava quindi una pozzanghera puteolente che sembrava una pozza di vomito. Da quel momento l’andamento della partita era fortemente viziato dall’orrida presenza, perché tra tutti bisognava fare in modo che il pallone non cascasse là dentro. Altrimenti erano guai per le scarpe e i pantaloni. Nonché suprema porcheria per i portieri che di ufficio usavano le mani. Tentammo una volta di chiedere cortesemente a Natale di soprassedere dallo sversamento quando si giocava a pallone e lui per tutta risposta ci buttò addosso il nefando blob.

Va da sé, le partite giocate nel cortile risultavano ancora più strane di quelle in piazza. Per di più dal cortile si vedeva la finestra della “stanza della morte”, una camera al primo piano di un piccolo fabbricato costruito accanto alla chiesa. Insomma, non eravamo mai tranquilli perché qualcuno dei giocatori sosteneva di tanto in tanto di vedere un faccia bianca apparire dietro il vetro rotto di una finestra senza persiane. Ovvio, non era vero, si ciurlava nel manico partendo dalla strana leggenda metropolitana che circolava nell’oratorio a proposito di quella stanza sulla quale vigeva l’assoluto divieto da parte dei preti di accedervi.

Più ci pensavamo e più la faccenda appariva stramba. Perché tanta interdizione spesso ripetuta fino alla noia? Possibile che non capissero i preti che la proibizione accende la curiosità? E come mai la si chiamava “stanza della morte”?

Il Trio Imbattibile, una sera d’estate, decise di passare all’azione. Ognuno si portò una pila da casa e pagammo il biglietto per l’arena estiva sul cui schermo si proiettava Il traditore di Fort Alamo. Poi, nel mezzo della proiezione, uno alla volta sgattaiolammo verso il cortiletto adiacente dove si trovava l’edificio con la stanza incriminata al primo piano. Era buio pesto e, dato che il cortiletto era separato dal cortile più grande per mezzo di un alto muro, la luce cangiante e tremolante del film risultava come una sorta di lontano faro che non produceva alcun effetto positivo per la nostra esplorazione. Accendemmo quindi le pile e iniziammo a salire, circospetti e pieni di paura, le scale che portavano alla misteriosa camera.
Riuscimmo a percorrere pochi gradini. Uno spaventoso urlo gutturale alle nostre spalle, proveniente dal basso, ci pietrificò. Qualcosa di indefinibile, come se un cinghiale avesse tentato di pronunciare delle parole. Rico!
L’energumeno ci aveva visti mentre lasciavamo le sedie ed entravamo nel cortiletto. Quindi, da buon tuttofare della parrocchia, ci aveva seguiti di soppiatto per impedirci di violare il tabù della “stanza della morte”. Come cominciò a ragliare, noi capimmo subito che non si trattava di un mostro galattico e reagimmo puntandogli le pile in faccia e urlando, ognuno alla sua maniera, il famoso mantra:

EA EA EA GALA GALA EA RICU!

Stranamente, perché di solito Rico a quelle parole diventava aggressivo, l’uomo fuggì strepitando in direzione del cinema e noi dietro che gli puntavamo le pile come se fossero state delle pistole laser del futuro. Però, mentre lui scappava tra gli spettatori un po’ sconcertati per il casino, noi prendemmo a sinistra per il corridoio che conduceva fuori, sulla piazza. Per non farci identificare, dal parroco a Don Troncon ma in realtà tutti sapevano nome e cognome di coloro che avevano tentato di oltrepassare il confine proibito.

Dal giorno dopo l’accesso al cortiletto venne chiuso con lucchetto e catena e non ci fu mai verso di svelare il mistero. Qualche vago indizio ce lo trasmise il Moro che un giorno con l’occhio un po’ da brillo farfugliò di un passaggio dalla stanza medesima al sottotetto dell’abside dal quale tramite un foro circolare si vedeva di sotto. Ci disse anche: «Chissà a voi cosa verrebbe in mente di far cadere dall’alto!». Non è che avesse tutti i torti.

Poi una sera, poco tempo prima che i miei traslocassero in Pista e io smettessi per questioni di percorrenza chilometrica di frequentare San Rocco, mentre me ne stavo al cinema estivo in compagnia del Biondo (proiettavano, forse, Il ritorno di Montecristo…), quest’ultimo mi distolse dalla visione per dirmi all’apparenzatutto eccitato:
«L’hai vista?»
«Cosa?»
«Guarda la finestra della stanza della morte!»
Guardai. Non vedevo proprio nulla.
«Che dovrei vedere?»
«C’era una figura con un cappuccio».
Mi prendeva in giro, si capiva lontano un chilometro. Stetti al gioco.
«Magari sotto il cappuccio c’era il teschione».
«Sì, proprio così!»
«Allora era la morte».
«Eh, altrimenti perché la chiamerebbero la stanza della morte?»

Con una risata tornammo a guardare il film. Ci trovavamo forse agli inizi di settembre. Si percepiva malinconia nell’aria e il presagio della fine di qualcosa. La nostra età era sugli 11-12 anni, non poteva essere altrimenti.

Tutto a breve sarebbe cambiato. A San Rocco, per quel che mi riguardava, sarebbero subentrati San Francesco, la Madonna del Suffragio e Don Bosco.
Poi nel 1964 mandai a stendere i Santi e mi comperai la prima chitarra, Carmelo Catania.