Titti, o delle case ai margini del bosco [Il Superstite 265]

Arona Danilo nuovadi Danilo Arona

 

Correva il 1973 in Italia e nel mondo. Correva veloce e sanguinario, oscuro e misterioso. L’ennesimo governo fantasma di Andreotti, la grande industria che si stava smembrando e nessuno se ne accorgeva, la nazione che andava a piedi alla domenica in nome di un demenziale provvedimento a favore dell’austerità, la guerra che finiva in Vietnam e subito veniva esportata in Cile, il cadreghino di Nixon che iniziava a tremare e un intenso film di William Friedkin che faceva scoprire all’America, al mondo e persino al Papa che il Diavolo c’era ed era uno tosto.

Nel novembre del 1973 il giornale “Annabella” pubblicò nella rubrica “Facciamo amicizia” una lettera proveniente dalla campagna piemontese, una zona forse a pochi chilometri da Alessandria. La lessi per caso perché non comperavo “Annabella”, ma m’impadronii della pagina. Che ancora oggi conservo.

Ciao, carissima Marta, sono qua perché mi sento come una pentola a pressione senza valvola di sicurezza. E io ho 29 anni, sono ammalata, sono spaventata e sono sola. Giorni in cui il male supera il limite del credibile e io non so far altro che abbandonarmi a un grosso pianto. Isolata come sono dal resto del mondo esterno, cerco soprattutto una mano amica. Conosco soltanto sofferenza e ospedali. Mentre vorrei vedere il mare che mi figuro bellissimo. Mi ribello, non capisco, non accetto. Mi risponderai, vero? Titti

Questa fu la risposta della giornalista Marta Schiavi, titolare della rubrica “Facciamo amicizia”.

Avevo ricevuto la lettera di Titti alla fine dell’estate. Ho risposto, subito, in privato,Casa bosco come mi si chiedeva. Ma mi domando perché non ho seguito l’impulso che mi avrebbe spinta ad appagare almeno quel patetico desiderio di vedere il mare. Mi ero figurata però che la ragazza fosse poliomielitica e che non potesse muoversi. Le mandai quindi banalmente dei libri, non dando peso al suo grido di aiuto col suo mistero, non sciolto da lettere successive né dopo un paio di telefonate: avvertivo nella ragazza una dolorosa ipersensibilità che forse la spingeva a nascondere la natura del suo male. Ho deciso infine di andarla a trovare. So quanto sia inutile, in certi casi, spendere solo parole: bisogna fare qualcosa. Il paese, quattro case al margine di un bosco nella campagna piemontese, è lindo, carino, ma sembra del tutto disabitato. Non c’è un’anima in giro alle tre del pomeriggio e indovino, chissà come, dalla descrizione che Titti mi ha fatto quale può essere la sua casa. Suono al cancello e subito compare, agile, con una disinvoltura cittadina, una graziosa ragazza snella, in maglione e blue jeans. Io, che continuavo a credere che Titti fosse inferma, la scambio per una sorella, ma lei mi fa: “Sono io Titti, Marta”. C’è un momento d’imbarazzo nell’abbracciarci, nello scrutarci, nel confrontarci con l’immagine che ognuna si è fatta dell’altra. “Che cos’hai, Titti?” Le guardo le mani, che sono belle, dalle dita lunghe e dinoccolate quasi da pianista: se le sta torcendo, poi comincia a parlare quasi calma, senza reticenze, partendo dal difficile e ammucchiando un po’ i fatti, ma senza confusione.
In casa, intorno a lei, ad altre numerose difficoltà, ad aspri conflitti “per interessi” fra i vari membri della famiglia, cominciano ad aggiungersi strani fenomeni che hanno della magia: compaiono croci nere sui muri, si sentono colpi ossessionanti rimbombare dalle pareti e dal soffitto, si rinvengono strani feticci nei guanciali. In paese la casa viene definita “stregata”, la ragazza passa per matta, esaltata. Contro le stregonerie la esorcizzano. Va da un neurologo all’altro, da un ospedale psichiatrico all’altro. Le fanno l’elettroshock, le praticano endovenose che le causano crisi tremende e la prostrano. Ogni tanto un medico più umano e più attento le guarda dentro bene e dice che la ragazza non ha niente di grave, non è affatto pazza, che è solo ultrasensibile perché carente di affetto, e spaventata, e che sarebbe meglio farle cambiare aria, tenerla occupata. Da qualche tempo i fenomeni più strani non si sono più ripetuti, specie dopo la morte di due persone della famiglia che avevano su di lei un influsso nefasto. Adesso però è come rattrappita dal timore che qualcosa di brutto le possa ancora accadere. Di recente si è rivolta a esperti di parapsicologia per farsi spiegare altri fenomeni misteriosi di cui è protagonista, e questi hanno scoperto in lei energie positive. medianiche, fuori dell’ordinario. Ho consultato in proposito alcuni di questi esperti che mi hanno assicurato che la ragazza, se si libera dall’energia negativa che la opprime, potrebbe diventare una guaritrice lei stessa, e guarire portando sollievo agli altri. Io di fenomeni soprannaturali mi intendo molto poco, non so giudicare cosa sia bene in assoluto per Titti. So soltanto che vorrei aiutarla a liberarsi dai suoi incubi e dall’ambiente che troppo glieli ricorda. E prego chiunque sia in grado d’intervenire in modo concreto di mettersi in comunicazione con me.

Sono trascorsi più di 43 anni. Chissà se oggi Titti, se ancora viva e donna più che matura, si riconosce in questo pezzo. Potrebbe avere voglia o necessità di raccontare come andò a finire.
Se andò a finire.