di Bruno Soro
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“Gli uomini d’affari giocano una partita mista di abilità e di fortuna, i cui risultati medi per i giocatori non sono noti a coloro che entrano nel gioco. Se la natura umana fosse assolutamente insensibile all’attrattiva di tentare la sorte e alla soddisfazione (a parte il profitto) di costruire una fabbrica, una ferrovia, una miniera o una fattoria, il freddo calcolo potrebbe non essere sufficiente da solo a dar luogo ad un investimento cospicuo.”
J. M. Keynes, Teoria generale dell’occupazione dell’interesse e della moneta, UTET, Torino 1971, pag. 290
A commento del disastro, al tempo stesso economico (il possibile fallimento della Banca Etruria), politico (il conflitto di interesse che lega la politica agli affari) e sociale (i poveri diavoli che, truffati, chiedono di rientrare in possesso dei loro risparmi), un amico mi chiede: “tu che sei un economista, che cosa posso fare per mettere al sicuro i miei risparmi”?
Confesso che mi piacerebbe poter rispondere a questa domanda – che un paio di consulenti finanziari mi assicurano venga loro insistentemente rivolta in questi giorni dai correntisti dei rispettivi istituti bancari – con un bel “semplice, basta fare così e così!”. Prendo lo spunto dall’incipit di un bell’articolo di Isabella Bufacchi su Il Sole 24 Ore di domenica 3 gennaio (Bond bancari, mini tassi e l’illusione del «rischio zero», pagina 5), che recita testualmente: “Investimenti a rischio zero non esistono: il free-risk sui mercati finanziari è pura illusione, il pasto gratis, il free lunch, è un miraggio. Qualsiasi strumento finanziario comporta un rischio per chi lo acquista: azionario, obbligazionario, subordinato o senior. Che sia un rischio di credito, insolvenza, tasso d’interesse o di cambio, liquidità, geopolitica, un cigno nero.” E prosegue, “Persino i risparmi stipati sotto il materasso sono esposti al rischio di inflazione e quindi di perdita di potere d’acquisto.” Sembrerebbe, dunque, impossibile mettere al sicuro i propri risparmi.
Se il rischio zero non esiste in campo finanziario, non esiste neppure in quello degli eventi naturali. In entrambi i casi, tuttavia, il tempo (nella forma della scala temporale) gioca, sia in finanza, sia in natura, in maniera assai diversa: l’incertezza che grava sulle previsioni economiche della Cina, sul conflitto interno al mondo islamico, sull’annuncio che la Corea del Nord possa disporre dell’arma nucleare, sta provocando, proprio nel momento in cui scrivo (nell’oggi, quindi), l’ennesima crisi finanziaria. Al pari di tutte le altre, questa crisi comporterà in tempi brevi (prossimamente, diciamo nell’arco di un mese, di un trimestre, nel corso dell’anno) ripercussioni sull’economia reale. Tant’è vero che, proprio nei giorni scorsi, il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al ribasso (anche se di poco) le previsioni di crescita dell’economia mondiale e l’ex Governatore della Federal Reserve statunitense Alan Greenspan in una recente intervista rilasciata a La Stampa (La crescita di Europa e Usa? Io rimango pessimista, venerdì 18 dicembre), auspica “un profondo mutamento culturale, come quello promosso da Roosevelt, e fallito da Thatcher e Reagan”, per consentire all’Europa di uscire dal tunnel della stagnazione.
E tuttavia, considerando il fatto che (mio malgrado) vivo in un quartiere a rischio alluvione, peraltro non lontano dalle zone del novese dove l’autunno scorso una «bomba d’acqua» ha provocato allagamenti, e non lontano dalle zone del tortonese laddove qualche anno fa una scossa di terremoto ha provocato seri danni, il rischio zero non esiste nemmeno con riguardo ai fenomeni naturali.
La prima cosa alla quale occorre prestare attenzione, infatti, è il tempo, nella forma della diversa «scala temporale» che caratterizza gli eventi: brevissima, ore e giorni per quanto riguarda la Borsa e/o i mercati finanziari (come per le previsioni meteo), ma che si trasforma in mesi, trimestri, anni, con riferimento all’economia reale e (speriamo) in secoli per i fenomeni naturali di intensità catastrofica (il tempo di ritorno di una piena del Tanaro presa a riferimento per la progettazione dei lavori per la messa in sicurezza è stimato in due secoli e mezzo).
Un altro aspetto da considerare nell’assumere una decisione circa l’impiego del risparmio è la necessaria distinzione, spesso sottovalutata, tra il rischio e l’incertezza.
La certezza, l’evento al quale viene associata una probabilità uno, è che prima o poi ci toccherà morire, o, per restare al campo dell’economia, il fatto “che ci sarà sicuramente in futuro una crisi” (le crisi sono connaturali al sistema di produzione basato sul capitale), oppure, con riguardo al tempo atmosferico, la certezza “che prima o poi pioverà”.
Il «rischio», invece, attiene alla probabilità, valutata con un numero che va da zero a uno (gli eventi casuali come il lancio di una moneta hanno probabilità 0,5) di subire un infortunio (in auto, in casa, al lavoro), oppure un danno provocato da un qualche evento fortuito (un furto, una perdita d’acqua, un fulmine che danneggia il televisore in casa propria, ma anche la caduta dell’aereo sul quale stiamo volando o il deragliamento del treno su cui stiamo viaggiando); così come è un rischio il cadere vittima di una malattia o di perdere il raccolto a causa di una grandinata: trattasi di eventi contro i quali, al fine di lenire le nostre paure, possiamo sottoscrivere un’assicurazione. Va da sé che se poi l’evento non si verifica, ci avremo rimesso il premio, vale a dire il compenso per l’assicuratore che si assume il rischio al posto nostro. Il quale, a sua volta, potrà riassicurare il rischio; l’ente che riassicura potrà cartolarizzare, ossia vendere a qualche intermediario finanziario e così via, creando in tal modo una catena di titoli di credito derivati, sul tipo di quelli che, divenuti inesigibili, hanno provocato la crisi finanziaria originatasi negli USA nel 2008, successivamente trasmessasi all’economia reale del mondo intero.
L’«incertezza», invece, attiene a quei fenomeni per i quali la quantificazione del rischio è assai difficoltosa, se non del tutto impossibile da calcolare, come ad esempio l’uso della bomba atomica da parte del regime Nord-coreano, o di cadere vittima di un attacco batteriologico da parte di un qualche squilibrato, o, per restare nel campo economico, la rinuncia da parte dei Paesi Arabi all’acquisto di armamenti dai Paesi Occidentali, oppure la chiusura dei mercati di importazione di gas e/o di prodotti petroliferi da parte di questi ultimi, o infine, per andare sul faceto, la chiusura da parte di Kim Jong-un del mercato di importazione delle sigarette Yves Saint Laurent o dell’Whisky Johnny Walker (prodotti dei quali si dice essere un gran consumatore): tutti eventi che provocherebbero un serio danno alle imprese che producono quel genere di beni.
Consapevole di ciò, al fine di valutare lo «stato dell’aspettativa psicologica», nella sua Teoria Generale (pubblicata originariamente nel febbraio del 1936), John Maynard Keynes ha suggerito di considerare l’efficace distinzione tra l’aspettativa a breve termine, quella che caratterizza l’attività finanziaria speculativa, e quella a lungo termine, che riguarda invece le decisioni di acquisto di una casa, o di un bene strumentale (quel genere di beni atti a produrre altri beni che gli economisti considerano investimenti), intendendo sottolineare il fatto che in questa seconda forma di aspettativa ciò che conta è lo stato della fiducia, vale a dire “la probabilità (soggettivamente) stimata che le nostre previsioni migliori non si dimostrino del tutto errate”.
A questo proposito l’esperienza ci insegna che le nostre «previsioni migliori circa il futuro» si riducono con l’aumento dell’età: il fumo in età giovanile (sempre più un vizio di genere), come pure la guida spericolata, riflettono la maggiore speranza di vita. Per contro, gli eventi “temporalmente a noi più vicini”, anche se avvengono in paesi lontani ci preoccupano assai, mentre quelli “temporalmente più lontani”, come i danni legati all’inquinamento o alla eventualità di incorrere nelle avversità causate dai mutamenti climatici ci preoccupano di meno. E ancora, a livello aggregato lo «stato della fiducia», che si traduce in quella particolare forma di «capitale immateriale» che gli economisti e i sociologi etichettano con il nome di «capitale sociale» – l’insieme delle regole che assicurano la convivenza – è influenzato dall’importanza che ciascuno di noi attribuisce allo «stato della fiducia» (fingendo di ignorarne l’esistenza e così contribuendo a distruggere il «capitale sociale»), ogniqualvolta ricorriamo ad una qualche forma di «economia sommersa»: il lavoro in nero; la mancata richiesta dello scontrino fiscale dal bottegaio; la rinuncia alla fattura dal medico o dall’elettricista, accampando la scusa che risparmiamo l’IVA ed il professionista l’imposta dovuta; l’accettazione passiva di qualsivoglia forma di malversazione.
Negli anni più recenti, studi condotti da importanti centri internazionali di ricerca a livello di sistema economico hanno evidenziato l’importanza che il «capitale sociale» assume nell’influenzare la crescita di una economia (laddove c’è maggiore fiducia l’economia cresce più rapidamente). Per contro, essi hanno mostrato come la distruzione del «capitale sociale», considerando il fatto che lo «stato di fiducia» è caratterizzato da una forte asimmetria, dal momento che occorre molto tempo per conquistare la fiducia e basta un nonnulla per perderla, appaia una delle cause principali del declino di una economia e/o della civiltà di un popolo.
Distinguere il rischio dall’incertezza consente poi di comprendere la diversa natura degli investimenti finanziari, soggetti ad un rischio quantificabile (tanto più elevato quanto maggiore sarà il rendimento), dagli investimenti reali, quali ad esempio la decisione da parte di un’impresa di mettere in produzione un nuovo modello di auto senza sapere, al momento in cui la decisione viene assunta, come quel modello verrà accolto (ovvero quale sarà la sua domanda) quando, tra qualche tempo (mesi, anni) il nuovo prodotto verrà immesso sul mercato. Infine, per restare al campo degli investimenti reali, sovente, da parte delle famiglie, si sottovaluta il fatto che il costo dell’istruzione (a maggior ragione quello dell’istruzione universitaria), viene percepito esclusivamente come una spesa, mentre in realtà costituisce una forma di investimento in «capitale umano» (l’accumulo della conoscenza), la cui importanza, sia a livello individuale che collettivo, è ampiamente riconosciuta come uno dei fattori più rilevanti nel favorire la crescita economica.
In conclusione, così come possiamo considerare un atteggiamento prudenziale l’acquisto di una abitazione costruita con criteri antisismici, per meglio fronteggiare l’eventuale rischio «terremoto», oppure su piloty, per fronteggiare il rischio «alluvione», o infine quello di ristrutturare l’abitazione aumentandone l’isolamento termico, allo scopo di risparmiare energia contribuendo nel contempo a ridurre gli effetti che favoriscono il rischio dovuto ai «cambiamenti climatici», analogamente, nell’impiego del risparmio, sarà prudenziale l’atteggiamento improntato a una differenziazione del rischio, sia prestando attenzione alla diversa scala temporale degli investimenti (siano essi di natura finanziaria o reale), che allo «stato dell’aspettativa psicologica» connesso a ciascuna forma di investimento. Unitamente ad una accorta valutazione della serietà e competenza (due virtù sempre difficili da individuare a priori) delle persone/istituzioni alle quali affidiamo i nostri risparmi. Né più né meno di ciò che facciamo quando affidiamo (o scegliamo di non affidare, lasciando scegliere agli altri di fare i nostri interessi) di essere rappresentati politicamente da questa o quella formazione politica, da questo o quel personaggio. Anche in questo caso il rischio zero non esiste: non possiamo sapere a priori che colui/colei al quale affidiamo la nostra fiducia effettivamente la meritino. Forse può esserci d’aiuto l’atteggiamento scientifico: è sempre bene coltivare il dubbio e, in ogni caso, imparare a convivere con l’ansia che ci deriva dall’incertezza (del vivere).