Passaporti produttivi

Soro Bruno 2di Bruno Soro
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“Quando in un paese i posti di lavoro scompaiono, o rischiano seriamente di scomparire, ovvero di essere degradati in qualche forma di precariato sommerso, sotto la pressione combinata dell’automazione, della razionalizzazione organizzativa, della delocalizzazione, della competizione planetaria (…) , parrebbe giunto il momento di far qualcosa.”

L. Gallino, “Se tre milioni vi sembran pochi. Sui modi per combattere la disoccupazione”, Einaudi, Torino, 1998, p. 157.

Chi, nei trenta giorni che separano la Fiera di S. Caterina ed il Santo Natale, non ha mai apprezzato una stecca di torrone Pernigotti e nel corso della sua vita non ha mai assaggiato un Krumiro di Casale? Tranquilli, tutti coloro che non avessero mai fatto quelle dolci esperienze, specie tra i più giovani, avranno ancora la possibilità di farle. Uno dei marchi storici del «polo dolciario» del novese, la Pernigotti, è stato acquistato nei giorni scorsi dal gruppo turco Toksoz. Gli acquirenti, assicurano i vecchi proprietari della famiglia Averna (la ditta siciliana che produce l’omonimo amaro), sono determinati “ad agire in un’ottica di continuità e sviluppo”. Ma anche due delle famose aziende produttrici dei krumiri di Casale, hanno ceduto la loro attività: la Bistefani, in difficoltà finanziarie, è stata acquistata dalla ditta veneta della Bauli, produttrice dell’omonimo panettone, mentre la Krumiri Rossi avrebbe venduto il suo prestigioso marchio ad un acquirente cinese. Infine, notizia sempre delle scorse settimane, l’azienda francese Lvmh ha acquistato lo storico marchio della Loro Piana. Trattasi di quattro casi recenti di passaggio di proprietà di altrettante aziende italiane. Cosa sta succedendo nel settore manifatturiero italiano?

Di per sé, il passaggio della proprietà di un’azienda non costituisce necessariamente un danno, salvo che i nuovi proprietari non decidano di ridurre l’occupazione, di trasferire la produzione altrove, oppure di chiudere i battenti subito dopo essere subentrati nella proprietà: con i cambiamenti che ne conseguono, il passaggio di proprietà è uno degli effetti della globalizzazione ma, al tempo stesso, anche un sintomo del malessere dell’industria manifatturiera italiana. E’ noto come l’organizzazione che va sotto il nome di “capitalismo familiare”, che fonde in un’unica persona il proprietario dell’impresa ed il manager, sia una peculiarità del nostro sistema produttivo. In alcuni casi, come quello dell’acquisto da parte del colosso francese dell’azienda tessile vercellese, il passaggio di proprietà potrebbe rivelarsi addirittura vantaggioso per i consumatori italiani, in seguito all’aumento di efficienza. Valga per tutte il caso dell’industria piemontese “Novi, cioccolato, caramelle e confetti”, acquistata quando stava per dissolversi, dal Gruppo ligure Elah Dufour. A seguito del cambio di proprietà, la capacità produttiva della Novi è più che raddoppiata, diventando un’importante multinazionale, presente ormai sui principali mercati esteri. In questo caso, e soprattutto se il passaggio di proprietà avviene nell’ambito di un’area caratterizzata da una moneta unica (la lira prima e l’euro adesso) non vedo alcuna differenza se la proprietà dell’azienda, posto che rimanga sul territorio, sia ligure, piemontese, veneta, italiana o francese. Inoltre, come fa notare il presidente di Altagamma Andrea Illy su Repubblica di venerdì 12 luglio, siccome nella distribuzione, nella finanza e nella governance “i francesi sono maestri, l’Italia ha più da guadagnarci che da perderci”. In quest’ottica, il passaggio di proprietà della Loro Piana  non potrebbe che esser accolto favorevolmente, come sostiene peraltro su La Stampa di sabato 13 luglio un imprenditore, il fondatore della Rossimoda, che nel 2001  ha ceduto la sua azienda allo stesso gruppo francese.

L’acquisto della Pernigotti da parte di un gruppo turco (anche se una volta superate le difficoltà politiche attuali, prima o poi la Turchia entrerà nella UE), ma soprattutto quello dell’azienda casalese produttrice dei Krumiri Rossi da parte di un gruppo cinese, può sollevare invece qualche perplessità addizionale. Ciò, soprattutto quando ci si dimentica che la Turchia e la Cina appartengono al gruppo dei “paesi emergenti”, comprendente oltre ai BRIC (acronimo che esprime le economie di Brasile, Russia, India e Cina), almeno altri quattro paesi, l’Indonesia, il Messico, il Sud Africa e la Turchia. Dagli inizi del nuovo secolo, mentre l’economia italiana è cresciuta mediamente ad un tasso medio annuo dello 0,7%, questi paesi sono cresciuti a tassi che vanno da un 2,4% del Messico(l’economia che è cresciuta più lentamente, ma ad un tasso che è pur sempre più di tre volte quello dell’Italia), al 7,1% dell’India e al 10,2% della Cina. Queste economie, la cui crescita è trainata sia dalle esportazioni che dalla domanda interna, hanno accumulato, in seguito all’attivo della loro bilancia commerciale, consistenti riserve valutarie. Attraverso i cosiddetti «fondi sovrani», ma anche mediante investimenti diretti, tali riserve fuoriescono da quei paesi, alla ricerca di rendimenti elevati (come ad esempio quelli degli utili di aziende con marchi prestigiosi) sotto forma di movimenti di capitali. Dal momento che le imprese a conduzione familiare sono maggiormente soggette a deficit di capacità gestionali e alla scarsità di risorse finanziarie, ci si può attendere che l’acquisto di aziende italiane da parte di investitori stranieri, specialmente quelle che, in ragione della qualità dei loro prodotti, sono maggiormente appetibili, non potrà che ripetersi.

In un interessante articolo apparso qualche anno fa sul sito www.lavoce.info, gli economisti Marco Pagano e Fausto Panunzi hanno messo in evidenza come nelle imprese a conduzione familiare il deficit di capacità gestionale venga alla luce spesso in coincidenza del trasferimento per successione. “Se si considera – sostengono questi autori – che l’abilità gestionale e il quoziente intellettivo sono distribuiti in modo casuale tra la popolazione, esiste un’alta probabilità che un figlio o un nipote incapace porti alla rovina un’impresa familiare. A volte, se non è la stupidità degli eredi, è la loro litigiosità a rovinare l’impresa: perché il controllo sull’impresa è uno e indivisibile, mentre coloro che desiderano comandare sono più d’uno”. Inoltre, in quelle stesse imprese accade sovente che al deficit di capacità gestionale si accompagni una certa scarsità di risorse. Nella misura in cui il patrimonio familiare sia infatti ritenuto inadeguato alle necessità di finanziamento dell’impresa (oppure che i proprietari non intendano mettere a rischio il loro patrimonio), al fine di assicurarne la continuità, la proprietà sarà indotta ad indebitarsi, rivolgendosi al sistema bancario (di questi tempi in crisi di liquidità), o ad altre istituzioni finanziarie (la borsa o i fondi di investimento). Nell’un caso come nell’altro, può venire a crearsi un conflitto d’interesse tra creditore e debitore che può influire pesantemente sulla gestione aziendale: il ricorso alla cessione dell’azienda e del relativo marchio può pertanto essere visto come un rimedio a tale eventualità.

Ora, dal momento che il nostro sistema produttivo è caratterizzato da una forte presenza di imprese di piccole e medie dimensioni, nelle quali la forma organizzativa dell’impresa familiare è predominante, i casi di cessioni aziendali come quelli più sopra ricordati non debbono sorprendere: più che di «passaporti produttivi», si tratta infatti di cambiamenti nella forma gestionale, accelerati dalla crisi economica e imposti dalla necessità di rimanere su un mercato sempre più globalizzato. Fin qui la teoria. In pratica, però, nella fase iniziale del processo di ristrutturazione, i nuovi proprietari colgono l’occasione per “liberarsi” di quei lavoratori che posseggono una minore formazione e sono meno disponibili ai cambiamenti. E’ su di essi che grava maggiormente il rischio del licenziamento e, soprattutto, il costo sociale dell’operazione.

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