C’è una luce che non si spegne mai [L’Olimpiade di Lettera 32]

di Beppe Giuliano

Capitolo 3

Oggi si accende il braciere olimpico, diventato man mano sempre più elaborato, opere d’arte che spesso si infiammano in modo pirotecnico: a Barcellona 1992 l’arciere paralimpico Antonio Rebollo scagliò una freccia infuocata, a Pechino 2008 il ginnasta Li Ning camminò nel cielo.

Scopriremo chi è l’ultimo tedoforo, da sempre il segreto meglio custodito di ogni Olimpiade, di solito con scelte che sorprendono e stupiscono: tutti abbiamo ancora negli occhi l’immagine di Muhammad Ali, già molto malato, ad Atlanta 1996.

Inclusione

L’accensione della fiamma olimpica per mano di Cathy Freeman, atleta aborigena argento nei 400 metri piani ad Atlanta 1996. Un passaggio, quindi, dall’ultima Olimpiade del Novecento al nuovo millennio e simbolo di una realtà sociale e politica australiana che nello sport ha ben trovato un veicolo di inclusione. Cathy è infatti l’ultima tedofora di una sequenza molto particolare, composta da sole donne (da ‘Portabandiere. Storie di donne a 5 cerchi’, Urbone Publishing, 2021)

Se scorriamo i tedofori di questo millennio, scopriamo intanto due scelte in qualche modo collegabili. A Sydney 2000 appunto Cathy Freeman, aborigena, atleta ancora in attività, in quella edizione campionessa dei 400 metri dell’atletica leggera. A Tokyo 2020, così si chiama anche se slittò di un anno causa Covid, Naomi Osaka, tennista che invece perse un terzo turno non così difficile, come le succede spesso. Cresciuta per diventare campionessa, potenziale da numero uno, è anche tra gli atleti (sempre più numerosi) che hanno ammesso il peso psicologico, sovente insopportabile, dell’agonismo ad altissimo livello.

Ed è una giapponese di origini multietniche, con quel che comporta. L’aveva raccontato molto bene Daniele Azzolini su ‘Tuttosport’: In una cultura che misura la bellezza dal grado di remissività delle donne, e dagli strati di biacca bianchissima che si mettono sul volto, la nera Naomi è e continuerà a essere una hafu. Il termine non è dispregiativo, ma c’è chi su di esso è disposto a innalzare staccionate, se non addirittura delle muraglie. Indica i giapponesi di origini multietniche, i giapponesi solo in parte tali, e Naomi lo è a pieno titolo: dal Paese del Sol Levante ha ricevuto i natali, una mamma e un cognome uguale a quello della città di nascita. Il resto, dai centimetri (che sono 180) ai muscoli potenti ma scattanti, che tanto ricordano quelli della giovane Serena Williams, è venuto dal padre, caraibico di Haiti.

C’è una luce che non si spegne mai

Ammettiamolo, nessuna cerimonia di apertura è stata bella come Londra 2012. Almeno finora, figuriamoci se i francesi non faranno di tutto per superare gli inglesi. Ricchissima di momenti stupefacenti, di stelle, di momenti pop, per non parlare dell’arrivo bondiano della Regina Elisabetta.

E per la sezione dedicata all’accensione del braciere, furono due le scelte che troviamo geniali, e difficili da battere.

Intanto, il titolo ‘There Is a Light That Never Goes Out’, c’è una luce che non si spegne mai, quello di una canzone degli Smiths, a detta di molti la loro più bella (opinione che, per quanto conti, condividiamo).

Eppoi la scelta appunto dell’ultimo tedoforo, che furono in realtà sette, tutti ragazzi giovani, ognuno scelto su indicazione di un campione, con l’intento di “ispirare una generazione”.

Il video sulle accensioni del braciere (fino al 2016)