Palazzo Rosso e Solvay: l’analisi ambientale è un’altra cosa [Centosessantacaratteri]

di Enrico Sozzetti

Dalla riunione di due Commissioni consiliari e dai relatori intervenuti non solo non emergono dati certi, ma anzi aumenta la confusione perché chi doveva parlare non lo ha fatto in modo chiaro

“Analisi ambientale alla luce dell’insediamento Solvay”. Ovvero quando il titolo di una riunione dice una cosa e il risultato dell’incontro invece un’altra. Succede a Palazzo Rosso, sede del Comune di Alessandria, dove è stata convocata la riunione congiunta delle Commissioni consiliari ‘Sicurezza e Ambiente’ e ‘Politiche Sociali e Sanitarie’.

I dati in realtà sono stati ben pochi, peraltro già noti. Gli enti di controllo o non sono intervenuti, o hanno formulato “i migliori saluti di buon lavoro”, senza aggiungere altro. E le contraddizioni sono state molte. Ampio spazio, invece, a una parte delle associazioni ambientaliste (c’è chi però non si è nemmeno presentato, diffondendo poi il solito comunicato a commento di una riunione cui non era presente) che, sparando a zero contro la multinazionale belga e contro le istituzioni, come ripetono da tempo, non fanno altro che chiedere “la chiusura immediata della Solvay; la bonifica totale dell’area inquinata ad opera dell’azienda stessa che questo inquinamento lo ha causato e perpetrato; lo screening di tutta la popolazione potenzialmente coinvolta da questo inquinamento al fine di tutelarne la salute”. L’incontro ha stimolato anche una delle ormai rarissime uscite pubbliche pubbliche di Rifondazione Comunista che in un comunicato stampa, riportando qua e là stralci di alcuni interventi in Commissione, conclude: “O si trova una soluzione ai problemi ambientali e di salute, o resta soltanto la chiusura della Solvay”.

E non sono mancati altri riferimenti alle produzioni, compresa l’ultima, annunciata pochi giorni fa: il nuovo impianto di produzione Tecnoflon. “Perché non fanno come negli Stati Uniti dove hanno un impianto simile che produce senza ricorrere a Pfas”? La domanda è stata ripetuta dagli ambientalisti. Peccato che a questo incontro dove si parlava del polo chimico di Spinetta Marengo, l’azienda non sia stata invitata. Quindi molti quesiti sono rimasti senza risposta.

Per inciso, la multinazionale belga quando ha presentato l’impianto ha precisato che questo “è l’unico del gruppo che realizza un prodotto ad alto valore aggiunto per prestazioni e caratteristiche. Tutti gli altri fanno una produzione ordinaria”. Un impianto per il quale Solvay ha scelto Alessandria per investire 31 milioni di euro.

Comunicare è un’altra cosa

La presenza dell’azienda sarebbe stata utile anche per mettere a confronto i pochi dati che Arpa (l’Asl, benché ripetutamente evocata per le competenze che ha sulla salute, non si è fatta sentire) ha ripresentato, da quelli sul cloroformio fino agli interventi di messa in sicurezza in corso all’interno dello stabilimento, come la barriera idraulica (anche in questo caso, c’è chi dice che non funziona, chi ribatte spiegando la costante diminuzione degli inquinanti).

Quello che è certo è che se, tutti, imparassero a comunicare in modo più chiaro, sarebbe tanto di guadagnato. Gran discussione sul cloroformio, poi si scopre che l’Arpa lo sta controllando solo da due anni, svolgendo in tutto cinque campagne di monitoraggio. Difficile quindi capire come stanno le cose, e ancora di più perché l’Arpa non fornisce i parametri di riferimento con il tetto massimo di legge (per la presenza in atmosfera non esiste limite). Elencare solo la presenza di concentrazioni non aiuta certo a capire (la presenza della sostanza all’interno delle cinque abitazioni di Spinetta sotto controllo viene rilevata in prossimità di tombini, botole, fessurazioni nel pavimento), mentre è necessario un andamento storico e un quadro ben più dettagliato. Ma né l’Asl, né il Comune, né altri enti preposti ai controlli lo hanno fornito. Lo ha fatto solo Solvay con un recente comunicato parlando di “concentrazioni degli inquinanti” che “sono state ridotte di migliaia di volte all’interno dello stabilimento grazie alle attività di bonifica e all’esterno del sito hanno raggiunto nelle campagne di monitoraggio recenti il minimo storico con una riduzione per i solventi clorurati di oltre il 90%”. Anche in questo caso però non sono stati forniti dati precisi sull’arco temporale dello studio e i riferimenti quantitativi alle sostanze.

Un problema di conoscenza

Che dire? Forse ha ragione l’università quando ha parlato, con Leonardo Marchese, direttore del Dipartimento di Scienze e innovazione tecnologica, della presenza “di un problema di conoscenza, della necessità di disporre di serie storiche molto più lunghe per capire cosa succede e quanto stanno incidendo i lavori di messa in sicurezza in corso all’interno del polo chimico” e di “mancanza di dati certi”.

Anche la Regione Piemonte con la direzione Ambiente, a esplicita richiesta di chiarimenti da parte del consigliere comunale Enrico Mazzoni su quale ufficio abbia diffuso informazioni sulla presenza di inquinanti in campioni di uova e latte, non ha risposto, affermando che “le competenze sono dell’Asl o della direzione Sanità”. Anche in questo caso c’è stato un successivo silenzio tombale.

Tra produzione e autorizzazioni

Infine, la querelle fra il consigliere regionale Sean Sacco e Daniela Pastorino, che si occupa del servizio Via e Ippc (Valutazione di impatto ambientale; Integrated Pollution Prevention and Control, controllo e prevenzione integrata dell’inquinamento) della Provincia di Alessandria, con la prima che ha detto, in sintesi, così: “La produzione di C6O4 è stata autorizzata nel 2021, la richiesta è stata presentata nel 2019 da Solvay. Prima del 2021 non c’era alcuna autorizzazione a produrre. Il prodotto però esisteva già nel 2017, ma non era autorizzato”. Sacco ha ripetuto la lunga serie di critiche e contestazioni sia alla Solvay, sia a tutti i soggetti istituzionali preposti ai controlli, e poi ha riacceso la polemica con la Provincia in relazione alle autorizzazioni produttive su Pfas e C6O4. Il battibecco è stato però all’insegna della confusione su date e provvedimenti e non è stato nemmeno chiaro il riferimento di Pastorino alle autorizzazioni all’uso della sostanza “per la produzione sperimentale” e per la successiva “produzione industriale”. Quello che risulta è che il sito di Spinetta Marengo ha introdotto nel ciclo produttivo il C6O4 nel 2013 “in ottemperanza dell’iter autorizzativo previsto per una modifica ‘non sostanziale’ dell’Autorizzazione integrata ambientale rilasciata dalla Provincia di Alessandria il 24 giugno 2010”. Nel 2021 è arrivata l’Aia, autorizzazione integrata ambientale che “autorizza l’esercizio di una installazione a determinate condizioni che garantiscono la conformità ai requisiti Ippc” come precisa la definizione del Ministero della transizione ecologica.

Tornare alla preistoria?

Di fronte all’eterno dilemma posto dalla convivenza tra attività produttiva, salute, tutela ambientale, la riunione a Palazzo Rosso non solo non ha aggiunto nulla, ma ha anche contribuito ad alimentare dubbi e incertezze a causa della mancanza di dati. E su tutto aleggia un certo atteggiamento antindustriale che ha preso piede non solo ad Alessandria, ma in una ampia parte del paese, e una posizionamento delle associazioni ambientaliste (gli attivisti sono sempre gli stessi da decenni tranne qualche innesto più giovane in tempi recenti, comunque capaci di fare suonare la grancassa sui social e sulla stampa) sempre più radicale che parla unicamente di chiusura di stabilimenti e di bonifiche, come se in Italia non fosse nota la storia di siti industriali abbandonati che ancora oggi restano in attesa di un intervento, continuando a rilasciare gli inquinanti senza che vi sia più alcun controllo.

Un territorio attrattivo per le imprese deve avere regole chiare e nette, servizi efficienti, enti locali affidabili. In ballo non ci sono solo le centinaia di dipendenti del polo chimico, gli svariati milioni di ricaduta sul prodotto interno lordo, la necessità di fare rispettare il delicatissimo equilibrio fra industria e ambiente, ma la capacità stessa di coniugare lo sviluppo alla sicurezza e al rispetto del lavoro e dell’ambiente. Tutto questo è possibile? Sì. Tutto questo è difficile da gestire? Sì. Ma è l’unica strada. L’alternativa è chiudere tutto (e tornare all’età della pietra) come chiedono quelli che per farlo utilizzano tutti gli strumenti e le tecnologie più innovative alimentate dalla chimica e dai prodotti di Solvay.