Nuovo ospedale? Sì, ma per l’Asl ‘e vendendo Novi e Tortona’. Alessandria invece ‘deve crescere per specialità e posti letto’. Lo studio Ires e la missione (possibile?) per la nuova sanità [Centosessantacaratteri]

10 a Enrico Sozzetti, zero agli anonimi del web! [Le pagelle di GZL] CorriereAldi Enrico Sozzetti

 

Un nuovo ospedale per Alessandria? Sì, ma non quello dell’azienda ospedaliera ‘Santi Antonio e Biagio e Cesare Arrigo’ che andrà comunque potenziato perché centro di eccellenza, bensì dell’Asl Al. Un nosocomio da 350 posti letto, multispecialistico e a media complessità. Ma per un ospedale che nasce, altri devono chiudere o essere ridimensionati. Quindi, “adeguamento e adattamento ai nuovi carichi insediativi degli ospedali dell’azienda ospedaliera di Alessandria e degli ospedali ‘Santo Spirito’ di Casale Monferrato e ‘Civile di Ovada’ (Asl Al) e dismissione dei presidi di Acqui Terme, Tortona e Novi Ligure”. Per Novi e di Tortona si ipotizza “l’alienazione, poiché le loro specifiche costruttive, morfologiche e localizzative ne permettono la trasformazione in un patrimonio valorizzabile”. L’ospedale di Acqui Terme “rimane nelle disponibilità dell’azienda a fronte di una trasformazione per l’esercizio di altre funzioni sanitarie (post acuzie, residenzialità non ospedaliera o altre funzioni territoriali)”.

Lo studio dell’Ires (Istituto di ricerche economiche e sociali) Piemonte sulla sanità alessandrina parla chiaro. E il contenuto, tenuto finora quasi segreto, a parte una uscita pubblica del capogruppo del Movimento Nazionale per la Sovranità, Gian Luca Vignale, e del responsabile politico del Mns, Marco Botta, è destinato a scatenare discussioni laceranti. “La strategia regionale – rileva lo studio Ires – punta al potenziamento della rete delle strutture sanitarie territoriali con la trasformazione degli ospedali da luoghi omnicomprensivi di cura a poli altamente tecnologici e specializzati per il trattamento delle acuzie o per la diagnostica avanzata. Si prospetta un minor numero di posti letto ospedalieri per la degenza ordinaria, un maggior numero di prestazioni territoriali, un’offerta maggiore di servizi sanitari e di prestazioni con degenza breve. Lo scenario di medio periodo non prevede l’aumento, né la riduzione dell’offerta ospedaliera, ma il riordino della rete locale, cioè una ridistribuzione delle attività sanitarie e la razionalizzazione degli asset ospedalieri attuali”.

Il documento di sintesi di Ires precisa anche le “tre scelte di fondo, già presenti negli atti di programmazione” che riguardano l’azienda ospedaliera ‘Santi Antonio e Biagio e Cesare Arrigo’ “da potenziare in termini di numero dei posti letto”, l’ospedale di Ovada “da mantenere nella rete ospedaliera in quanto presidio in area disagiata” e il ‘Santo Spirito’ di Casale Monferrato “da riordinare in quanto l’assetto attuale è sovradimensionato”. Lo studio ha preso in considerazione due opzioni alternative, che prevedono anche diverse modalità di finanziamento della seconda opzione.

La prima ipotesi è il riordino della rete ospedaliera, con il parallelo potenziamento della rete territoriale, mentre la seconda opzione parla di riordino della rete ospedaliera con la costruzione di un nuovo ospedale dell’Asl Al. Nel primo caso, lo studio Ires prevede di “realizzare gli interventi di adeguamento o trasformazione necessari ad accompagnare tutti i presidi esistenti verso lo scenario di medio periodo. Le porzioni in eccesso degli ospedali sovradimensionati sono riconvertite a funzioni territoriali od ospedaliere accessorie (poli per la continuità assistenziale, prima o dopo il trattamento ospedaliero, per la gestione dei picchi di domanda, delle unità polmone per la flessibilità ospedaliera, per il post-acuzie con prestazioni o assistenza ospedaliera)”.

L’istituto di ricerche economiche e sociali è altrettanto chiaro sul piano economico e finanziario. L’opzione di riordino della rete ospedaliera e il potenziamento della rete territoriale’ è “la meno gravosa” e per attuarla occorrono circa 217 milioni di euro, che andrebbero “a finanziare vari interventi modulabili nel tempo”. La seconda, con il nuovo ospedale da realizzare in partnership pubblico privata, prevede 316 milioni di euro complessivi, suddivisi in 192 milioni di investimento pubblico, modulabili, e 124 milioni di investimento privato che l’amministrazione “dovrebbe remunerare con un canone annuo ventennale di circa 8,7 milioni di euro”. Ires considera anche il ricorso all’appalto che “si discosta relativamente poco dall’altra, ma appare comunque più gravosa”. Per attuarla occorrono circa 317 milioni di euro, di cui 189 “non modulabili, per opere, tecnologie ed arredi per il nuovo ospedale”. In termini di risparmi di gestione, tutte le opzioni considerate “possono comportare un risparmio medio annuo che va dal 10 e al 20 per cento rispetto alla situazione attuale”.

Lo studio dell’Ires, commissionato dal Consiglio regionale nel mese di ottobre, su richiesta del Partito Democratico, doveva approfondire l’ipotesi di realizzare una nuova struttura ospedaliera in provincia di Alessandria e di studiare le condizione delle strutture da dismettere. “Questa ricerca – commentano Vignale e Botta – mette nero su bianco, con la lucidità di chi elabora un piano con caratteristiche scientifiche e non di propaganda politica, la situazione della sanità alessandrina dopo il riordino della rete ospedaliera imposta da Chiamparino e Saitta con la Dgr 1-600 ‘taglia-sanità’. Lo studio evidenzia come sia stata completamente sbagliata la politica dei tagli in sanità che non solo ha portato una fortissima riduzione dell’offerta sanitaria riducendo il diritto alla cura per migliaia di cittadini della provincia di Alessandria, ma anche un deficit nel bilancio causato dal fortissimo aumento della mobilità passiva verso Lombardia e Liguria”.

Leggere la sintesi della ricerca dell’Ires alla luce delle dichiarazioni dei nuovi direttori dell’azienda ospedaliera e dell’Asl Al, Giacomo Centini e Antonio Brambilla, fa assumere un rilievo tutto particolare alle parole “lavoreremo all’insegna della integrazione, come se fossimo un’unica azienda”. Perché l’analisi Ires vede l’azienda ospedaliera di Alessandria che consolida il ruolo strategico di eccellenza, hub e riferimento per il Quadrante Alessandria – Asti, mentre l’Asl punta a diventare una aziende territoriale per tutti i servizi, ma con un ridimensionamento e una diversa organizzazione degli ospedali. “Il governo dei tempi di attesa, la sanità digitale, il piano cronicità, la trasparenza: sono gli obiettivi di mandato generali assegnati dalla Regione Piemonte sui quali dobbiamo lavorare insieme nei prossimi anni, avendo cura di mettere al centro il cittadino e il paziente, facilitando e semplificando l’accesso ai servizi” afferma Brambilla. “Abbiamo professionisti che sanno attrarre, anche su patologie rare o di nicchia. Credo che il nostro compito sia quello di essere uno strumento di crescita per il personale, affinché possa rendere un servizio ancora migliore al cittadino. In questo senso, la sinergia con l’Asl è fondamentale, in quanto insieme possiamo supportare le eccellenze, le realtà radicate sul territorio per superare le distanze, aiutare gli operatori a snellire le procedure, risolvendo insieme a loro i problemi, investendo in termini di attrezzature e con meno burocrazia” sottolinea Centini.

Intanto cresce la polemica politica, anche perché le elezioni del prossimo anno si avvicinano. “Smentisco fermamente che la Giunta regionale abbia allo studio alcuna ipotesi di chiusura per gli ospedali di Acqui Terme, Tortona e Novi Ligure o di trasformazione per gli ospedali di Casale Monferrato e Ovada. Nessuno di questi provvedimenti è contenuto nel Piano di edilizia sanitaria che la Regione Piemonte ha approvato e nessun atto è previsto per il futuro in tal senso”. Lo dice Antonio Saitta, assessore regionale alla Sanità, in merito alle polemiche collegate allo studio Ires. Dal documento “emerge chiaramente come l’ipotesi formulata dagli stessi ricercatori, che comporterebbe la dismissione di alcuni ospedali della provincia, sia considerata gravosa e dunque non praticabile”. Parole di Saitta, soprattutto le ultime, che non coincidono del tutto con lo studio. L’analisi tecnica dell’Ires dice invece che si può fare, anche se a precise condizioni.

Lo studio rende in considerazione anche altri dati dell’area dove risiedono circa 438.000 abitanti. “Nel 2000 – si legge – i ricoveri dei residenti in questa area, fra ordinari e day hospital, erano circa 98.600, nel 2016 erano scesi a 67.700, il 30 per cento in meno. La quantità di ricoveri si mantiene comunque più elevato della media regionale: nel 2016 il tasso di ricovero su 1.000 residenti (non standardizzato) era pari a 154, superiore alla media regionale (139). Questo valore può essere parzialmente giustificato dalla maggior presenza di anziani”. Nel 2017 il 28 per cento circa dei residenti nel territorio dell’Asl Alessandria “si è ricoverato in strutture ospedaliere che non appartengono all’azienda, per le discipline presenti, sia in ricovero ordinario, sia in day hospital. In particolare una quota consistente dei residenti (15 per cento) si ricovera in strutture fuori regione per le discipline presenti, in particolare chirurgia plastica, malattie endocrine, oculistica, lungodegenza e riabilitazione. Se, al fine di studiare l’attrattività dei servizi offerti, l’attenzione si sposta sui ricoveri dei non residenti nelle strutture ospedaliere dell’Alessandrino, si scopre che la percentuale di non residenti sul totale dei ricoverati oscilla tra il 10 e il 15 per cento”.

Infine, le considerazioni sul patrimonio ospedaliero e l’offerta di posti letto. Il primo “presenta caratteristiche migliori rispetto alla media regionale. I presidi sono idonei agli usi attuali e disponibili all’adeguamento o alla trasformazione. Il fabbisogno stimato per realizzare interventi edilizi necessari a risolvere le criticità attuali è di circa 193 milioni di euro: 75 per l’azienda ospedaliera di Alessandria, 23 per l’Asl di Asti, 95 per l’Asl Al”. L’offerta complessiva “è pari a 1860 posti letto. L’offerta potenziale, determinata sulla base della superficie degli ospedali e dagli approfondimenti svolti dall’Ires Piemonte, è assai superiore e pari a circa 2600 posti letto. La programmazione regionale prevede un ampliamento nell’offerta di circa 190 posti letto nelle strutture del ‘Santi Antonio e Biagio e Cesare Arrigo’ di Alessandria, fino al pieno sviluppo delle potenzialità insediative ad oggi già esistenti. È prevista invece una riduzione del numero dei posti letto per tutti gli ospedali dell’Asl Al”. Per alcune strutture “tale riduzione è così rilevante da far emergere, in prospettiva, perplessità sulla sostenibilità stessa dell’esercizio in termini di volumi minimi di attività” dice l’Ires.

A giudizio di Domenico Ravetti, capogruppo Pd al Consiglio regionale e già presidente della Commissione regionale Sanità, lo studio “mette in campo alcune ipotesi su cui lavorare. Ipotesi che prescindono in larghissima misura dalla riforma sanitaria Saitta – Chiamparino. Ires evidenzia che sono nelle disponibilità di Aso e Asl Alessandria edifici con un potenziale per oltre 700 posti letto in eccedenza rispetto al bisogno di salute dei cittadini. Da ciò ne deriva che le istituzioni locali possono mantenere tutto com’è, oppure riempire gli spazi vuoti con servizi territoriali magari legati al piano cronicità, oppure costruire una struttura da 320 posti letto tra Novi Ligure e Tortona, notizia nemmeno tanto originale visto che il dibattito e il relativo studio su un ospedale tra Novi e Tortona era stato alimentato da più versanti politici negli anni scorsi. Io capisco tutto, anche quello che volte è bene non capire. Ma i porti da chiudere sarebbero quelli delle polemiche inutili. Per questa ragione ho chiesto al presidente della Provincia di Alessandria di organizzare un incontro pubblico per la presentazione dello studio di Ires, una presentazione senza i simboli dei partiti”.