Fiera del bue grasso: per quanto tempo ancora?

Ho appreso dai mezzi di informazione che dal 7 al 14 Dicembre le città di Nizza Monferrato, Moncalvo, Montechiaro d’Acqui e Carrù saranno coinvolte nella solita ben radicata tradizione delle fiere bovine che in questo periodo prenatalizio si celebrano in Piemonte: fiera nazionale del bue grasso a Carrù (CN), fiera del bue grasso e sagra del bollito a Moncalvo (AT), fiera del bue grasso e del manzo a Nizza Monferrato (AT), fiera del bue grasso a Montechiaro d’Acqui (AL).

Il pubblico appassionato della materia, sarà entusiasta del tour de force da fare per vedere animali schiavi, esposti dopo essere stati allevati e ingrassati all’inverosimile per essere destinati al macello e alla pentola.

Nizza  ricorda il Seicento quando “si distingueva in tutto il Piemonte proprio per il suo grande mercato settimanale di bestiame. Nella storia nicese l’allevamento ed il mercato del bestiame erano i punti attorno ai quali girava quasi tutta l’economia locale”.  Non siamo più nel Seicento e forse bisognerebbe iniziare a pensare a un’economia che escluda lo sfruttamento animale. Sottoporre quei disgraziati animali a una “suggestiva sfilata, con tanto di tappeto rosso” in attesa di mettersi “tutti a tavola per il tradizionale gran bollito misto” è come tornare indietro al Seicento. Viene premiato addirittura il miglior capo macellato e venduto a Nizza Monferrato, premio riservato ai macellai nicesi. Mi chiedo che senso abbia premiare un’azione di macelleria che genera fiumi di sangue, muscoli, ossa frantumate, viscere, budella, feci, urina, oltre che urla strazianti di esseri senzienti che di quell’orrore non ne vogliono proprio sapere. E’ scritto sulla lettera che il Comune di Nizza ha inviato agli allevatori: “Il programma prevede una esposizione bovina… e un pranzo… per il quale pranzo verrà macellato un Bue Grasso appositamente selezionato per l’occasione”. E’ una sorta di scelta della vittima sacrificale per la grande occasione e forse passa per essere un onore per la vittima: oltre al danno, la beffa.

A Moncalvo,  c’è la variante della fattoria didattica: “Conosciamo la carne e le sue origini: visita alla stalla”. Mi chiedo che cosa si racconterà ai bambini: sarebbe onesto spiegare loro che la carne nasce dall’uccisione di qualcuno che ha un cervello e che prova gioia e dolore. Purtroppo spesso le fattorie didattiche sono un bel quadretto mistificatorio della campagna e nessuno spiega ai bambini la verità: molti di loro credono che la “fettina” nasca al supermercato, magari in un colorato laboratorio chimico. Per l’occasione, i ristoranti della zona sono ben preparati all’evento e offrono menù ad hoc: salame cotto e crudo, carne cruda di manzo, agnolotti a tre arrosti, trippa di bue, bollito di misto di bue (muscolo, punta, testina, lingua, coda, cotechino), affettati misti, agnolotti in brodo di bue, cannelloni di manzo, insalata di fassone, lasagnette al sugo di brasato, riso con salsiccia, insalatina di nervetti, salamino… E la Pro Loco offre il “buji tut al dì” quindi, col bollito si può fare anche una sostanziosa merenda.

Quella di Carrù è una fiera nazionale ed è così consolidata che sono programmate le date del suo svolgimento fino al 2025. Si legge qui“I centoquattro premi saranno suddivisi in sedici categorie: buoi della coscia, migliorati e nostrani, manzi della coscia, migliorati e nostrani, vitelli castrati della coscia, migliorati e nostrani, vitelle della coscia, manze, vacche, torelli della coscia, tori a due denti, da quattro a sei denti ed oltre i sei denti… Giudicare i bovini sulla base di coscia, peso, denti… è deprimente: i bovini sono animali affettuosi come lo sono i nostri animali domestici che non sottoporremmo mai a questi riti ancestrali. “Gli appuntamenti gastronomici prevedono: cena bourguignonne con filetto e salsiccia di bue, pranzo gran galà del bollito di Carrù, distribuzione bollito “no stop”, cena con i quattro prodotti di eccellenza del cuneese: bue di Carrù, cappone di Morozzo, lumaca di Borgo San Dalmazzo, porro di Cervere.” Quindi a Carrù non c’è scampo neppure per il cappone e la lumaca.

A Montechiaro d’Acqui l’appuntamento è corredato da gara di bocce, mercatini natalizi e dei prodotti tipici, messa allietata da canti delle corali locali, tavola rotonda con gli allevatori e le associazioni locali, che tratteranno il tema: “La carne piemontese e la protezione dei territori”. Dopo la premiazione dei capi con le gualdrappe, si pranza con bollito misto, salumi, ravioli; si prosegue nel pomeriggio con la ricerca simulata del tartufo, l’esibizione degli sbandieratori, canti e musiche per le vie del paese. A Montechiaro, ai buoi faranno compagnia capponi e agnelloni. Quella di Montechiaro è l’unica fiera del bue grasso della provincia di Alessandria quindi pare che sia parecchio coccolata e incentivata.

Ogni appuntamento che prevede lo sfruttamento degli animali, sia esso commerciale, folkloristico, ludico, gastronomico merita una riflessione.

La logica e la promozione dell’allevamento, del culto della “razza pura” degli animali, di qualunque specie siano, anche se non fosse causa diretta di concreti maltrattamenti è, secondo me, estranea a una cultura di rispetto degli animali. Le razze pure sono il frutto di una selezione operata dall’uomo nel tempo per soddisfare i propri interessi, che siano ornamentali, economici o altri.

La pratica di macellare e mangiare animali è sempre più messa in discussione, sia per motivi etici che per motivi salutistici: mangiare gli animali non è una necessità ma una pretesa di soddisfare il diritto al palato. Nessun diritto dovrebbe causare al prossimo, umano o non umano che sia, quell’infinita sofferenza che causano la schiavitù e la macellazione degli animali.

Questa fiera è una tradizione e una “peculiarità” del Piemonte ma io che sono Piemontese non ne sono fiera e spero che questo rito macabro un giorno finirà.

Cordiali saluti.

Dott.ssa Paola Re
Responsabile Petizioni
FRECCIA 45
Associazione per la protezione e difesa animale
www.freccia45.org