Una terra come la Sardegna, meravigliosa, ricca di tradizioni e cultura, vanta anche scrittori di tutto rispetto nel nostro panorama letterario italiano, scrittori che con le loro opere hanno saputo valorizzare ed elevare il fascino di una regione che non aveva in qualche modo bisogno di lusinghe e di corteggiamenti.
Certo che la letteratura arriva nel cuore della gente dove una politica malaccorta e furtiva provoca rabbia, risentimento, toglie speranza e sogni, fascino alla bellezza. La letteratura fa emergere la tradizione di una terra nei suoi aspetti più intimi, la politica la affossa con i suoi abusi edilizi, le sue cementificazioni selvagge, le sue speculazioni.
Quando parlo di grandi scrittori che questa terra ha generato mi riferisco, senza togliere il merito ad altri di tutto rispetto, a Sergio Atzeni, Salvatore Niffoi, Marcello Fois e Giorgio Todde tanto per citarne alcuni.
Questi autori hanno una caratteristica comune che è un fatto letterario straordinario: quello di aver raccontato storie riscattando memoria e tradizioni, ma in primis quella di aver operato una vera e propria rivoluzione linguistica.
L’uso di una lingua contaminata e bastarda come il dialetto, il sardo in particolare, diventa una lingua sotterranea e parallela, elevata perché contiene riferimenti culturali, filosofici e, perché no, anche esperienze di vita e tradizioni che nella nostra lingua nazionale non potrebbero essere trasportati.
C’è qualcosa di straordinario in tutto questo. Proviamo a scrollarci di dosso l’idea che il dialetto sia una lingua di secondo ordine e proviamo a gettare lo sguardo più in là. Proviamo a immaginare gli scrittori che ne fanno uso, certo molti autori il dialetto non lo conoscono, molti lo parlano ma non lo sanno scrivere.
Restando nel nostro bellissimo Piemonte allora voglio ricordare uno scrittore di grande qualità, Giovanni Bonaria, che nel suo libro “La materia del vivere” ha cavalcato nella lingua la contaminazione dialettale e poi ha pensato una gran bella cosa, quella di unire al libro un glossario che non ha nulla a che vedere con un vocabolario vero e proprio, un glossario che oltre a fornire una traduzione letterale del termine accompagna una discussione vera e propria sul significato etimologico e filosofico della parola.
Giovanni è un grande per questo, ha capito che la lingua ha grandi trasformazioni, si modifica, si contamina, ma resta nell’immortalità, è la nostra grande ricchezza.