“…che una donna brutta, povera e stupida”.
Al liceo, con frasi di questo genere, quelli della mia generazione ci hanno campato un bel po’, e per questo dovrebbero dire grazie a Massimo Catalano, eclettico fancazzista assurto alla notorietà-quella-vera (dopo aver fatto mille altre cose) nell’arboriano “Quelli della notte” (Raidue, 1985).

«La perdita di Massimo è importante. Rimarrà nel nostro lessico, resta il re della banalità. Ormai è diventato un must dire ‘è una catalanata’». Ordunque… l’avesse detto il prete ai funerali (impossibile, Catalano non li ha voluti) o qualche critico televisivo, gliel’avrei anche passata. Ma no, il frasone di circostanza, che suona un po’ fesso (nel senso di vuoto), l’ha pronunciato addirittura Renzo Arbore. Peccato… sarebbe bastato dire semplicemente che «è molto meglio essere giovani, belli, ricchi e in buona salute, piuttosto che essere vecchi, brutti, poveri e malati».
Vi sembra ancora una banalità?