“Non avere fretta di arruolarti, ragazzo. C’è sempre guerra per tutti.” Fa dire Ken Follet a Die Nadel, l’Ago, de La Cruna dell’Ago, la spia nazista in terra britannica, mentre chiacchiera con un giovane il cui problema è, oltre che difendere con coraggio la patria, trovare la pomata giusta contro i brufoli sul viso. Altrettanto ansioso di partire, è Paul Baumer protagonista di Niente di nuovo sul fronte occidentale, romanzo autobiografico di Eric Maria Remarque. Il diciannovenne tedesco si arruola forte di ideali patriottici, forgiato all’onore e all’orgoglio militare dai principi indotti dal suo insegnante. Anche Paul ha fretta di arruolarsi, ma la sua attrazione per la guerra come strumento purificatore, si trasforma presto in orrore allo stato puro. La trincea muta in un macabro scannatoio. Contrasta con quell’idea di guerra-maestra di vita, che aveva governato la sua breve vita. Almeno fino a quando, insieme a tutti i suoi compagni d’armi, non sente fischiare la prima pallottola. Remarque rappresenta la trincea come palcoscenico di giovani costretti ogni giorno a convivere con la tragedia e con le difficoltà imposte da una condizione di morte, perché, appena imbracciata un’arma, tutti loro si rendono conto che al fronte si bada solo a come si combatte e si perde il senso del perché si combatte. Una condanna. Un modo diverso per tratteggiare con forte realismo, quello che oggi si tende a esibire come una specie di video gioco fatto di esplosioni, raffiche, tute mimetiche, soldati robotizzati, palestrati ed esperti di armi ad altissima tecnologia di cui dispongono con grande perizia sui vari fronti bellici di questi ultimi vent’anni. Iraq, Afghanistan, Siria, Libia, i nuovi soggetti per le sperimentazioni tecnologiche nel campo delle armi e utili a svuotare arsenali ormai desueti persostituirli con il frutto di nuove e più raffinate quanto produttive ricerche. Mentre in altre regioni, in penombra, si provvede a scannarsi reciprocamente (in guerre magari mai dichiarate) ancora con strumenti più tradizionali, dagli ormai immortali kalashnicov fino alle più tradizionali lame tribali. Quasi a dare credito al detto ebreo, se le disgrazie sono poche, fanno piangere, se sono tante fanno divertire.
In questi giorni c’è un altro giovane che scalpita. E’ Kim Jong-Un, il figlio del dittatore nord coreano Kim Jong-Il scomparso un paio d’anni fa, e di una cantante d’opera, che nel partorire questo figlio deve aver centrato la stecca peggiore della propria vita. Kim Jong-Un, a capo di uno stato asiatico che appare ai nostri occhi (che quasi nulla conosciamo delle sue bellezze ambientali e delle sue tradizioni) come un triste angolo di mondo isolato dal resto dell’umanità. Taglio di capelli alla calciatora, faccina rubiconda di giovane senza brufoli, da giorni viene ripreso dalle televisioni con una bacchetta in mano intento a dare indicazioni di strategia militare al suo quartier generale, come un direttore d’orchestra pronto a dare il via a una melodia o a un mago intenzionato a creare la giusta illusione per scatenare l’applauso di un pubblico entusiasta. Dal 10 aprile (oggi), ha dichiarato Kim Jong-Un, la cui personalità rimbalza sui nostri schermi con le fattezze da dittatore dello Stato libero di Bananas e da folle tiranno del miglior 007, non gli sarà possibile garantire la sicurezza dei diplomatici stranieri in territorio nordcoreano, invitandoli quindi a lasciare lo Stato. I suoi test nucleari si sono dimostrati efficaci per poter prima minacciare e poi dichiarare guerra al nemico americano. Il giovane frettoloso quanto ardimentoso è convinto di uscire vittorioso dal conflitto, riannettendo così sotto il suo potere il territorio meridionale della penisola asiatica e sanando una ferita sanguinante dal lontano 1953. E parla liberamente di guerra atomica. Ma non si capisce bene, sul versante opposto, quanto le sue minacce vengano prese sul serio. L’informazione tace. I potenti tengono la bocca cucita. Cina, Russia e paesi emergenti sembrano solo interessati a non subire disagi ai loro affari. Risultato, si gioca la solita carta della guerra da gettare nel calderone di quelle dimenticate, cercando magari di farla nascere già dimenticata. Ormai ci siamo abituati. Per noi esistono solo missioni di pace.
“Non avere fretta, ragazzo.” gli ha mandato a dire il vecchio Fidel Castro. Secondo lui questa guerra potrebbe far soffrire il 75% della popolazione mondiale. Ma il ragazzo è testardo e sembra non voler ascoltare le parole di uno come Fidel, che, di come vanno le cose nel mondo, ne capisce, anche se lui la rivoluzione l’ha fatta solo con lo schioppo in spalla e spostandosi a dorso di mulo. Io, che non sono Kim Jong-Un e nemmeno più giovane, preferisco ascoltare il buon Fidel. E in attesa di nuovi eventi che potrebbero segnare la data del 10 aprile come una di quelle che cambiano la direzione della storia con una brusca sterzata di eventi incontrollati, prenderei dallo scaffale La Cruna dell’Ago e Niente di nuovo sul fronte occidentale. Nella miglior tradizione, li leggerei ancora una volta, magari seduto sulla tazza del cesso, perché, come dice un amico, tutta questa faccenda mi fa un po’ cagare addosso.