di Graziella Zaccone Languzzi

1) Michelin Italia. 55 anni di storia: quando un’azienda diventa anche famiglia: “Dagli pneumatici per autocarro a quelli per le metropolitane di Tokyo e Parigi: i 55 anni di Michelin ad Alessandria”. Cinquantacinque anni di Michelin ad Alessandria non sono soltanto una storia industriale, ma anche una storia fatta di persone, di famiglie e di generazioni. Leggendo l’articolo dedicato ai 55 anni dello stabilimento Michelin di Spinetta Marengo, il mio pensiero è andato inevitabilmente indietro nel tempo, con tanti ricordi. In quello stabilimento nel corso di questi cinquantacinque anni hanno lavorato con mansioni diverse uno zio, mio marito, mio fratello, mio figlio e mio genero. Una buona parte della mia famiglia insomma è passata da quei cancelli. E quando un luogo di lavoro attraversa così tante generazioni della stessa famiglia, smette di essere soltanto un luogo dove si timbra un cartellino, diventa una parte della propria storia. La Michelin, almeno nella mia esperienza e nei ricordi che conservo, ha saputo costruire intorno al lavoro qualcosa che andava oltre il lavoro stesso. Un esempio è stato lo sport, utilizzato non soltanto come passatempo, ma anche come elemento di aggregazione e come veicolo per trasmettere valori importanti quali precisione, resistenza, sana competizione e soprattutto spirito di squadra. Generazioni di “micheliniani” hanno indossato una maglia, partecipato a campionati aziendali, gareggiato a livello dilettantistico e agonistico, e attraverso lo sport si è consolidato quel senso di appartenenza che nel tempo ha fatto sentire molti dipendenti parte di una grande famiglia, una famiglia nella quale non di rado, il lavoro passava da padre a figlio, e quando arrivava il momento della pensione, quel legame non necessariamente finiva. Ne è un esempio il GAMI, Gruppo Anziani Michelin Italia, nato proprio con l’obiettivo di mantenere vivi i rapporti tra gli ex dipendenti, i cosiddetti “Seniores”. Il pensionamento non rappresentava necessariamente un distacco definitivo, ma quasi il passaggio a un’altra forma di appartenenza. Pranzi e cene sociali, occasioni per ritrovarsi e festeggiare anniversari e ricorrenze, gite culturali, escursioni e viaggi insieme ai vecchi colleghi: tante iniziative che negli anni hanno permesso a persone che hanno condiviso una parte importante della propria vita professionale di continuare a frequentarsi. E poi ci sono quelle piccole tradizioni che, proprio perché semplici, raccontano molto: come il tradizionale pacco natalizio del GAMI con prodotti artigianali piemontesi, e per gli ex dipendenti anche i pneumatici gratuiti a vita. Il GAMI ha conservato in qualche modo, un filo che il pensionamento avrebbe potuto spezzare. Operai, capi, dirigenti con ruoli diversi, ma con la stessa voglia di ritrovarsi e di non perdere quei rapporti costruiti negli anni. Per questo, quando si parla dei 55 anni della Michelin ad Alessandria, credo sia giusto ricordare anche questo lato umano, perché dietro le produzioni, i numeri, i pneumatici e le grandi commesse industriali ci sono persone e ci sono famiglie che hanno legato una parte della propria vita a quella fabbrica. Fin qui i ricordi, quelli belli. Ma visto che l’articolo racconta anche il futuro dello stabilimento e il rapporto tra Michelin e territorio, permettetemi di aggiungere un pizzico di pepe e sale. Si leggono nell’articolo gli interventi del sindaco di Alessandria Giorgio Abonante: uno riguarda il rapporto tra industria e territorio, e in particolare la viabilità dell’area. Il collegamento Alessandria-Tortona sta assumendo una rilevanza industriale sempre maggiore e, secondo quanto riportato dal giornale, il sindaco ha sottolineato che non sarebbe sufficiente arrivare alla costruzione del secondo ponte sulla Bormida, ipotizzando la necessità futura di un terzo ponte, anche in relazione alle previsioni degli strumenti urbanistici cittadini e provinciali. Caspiterina! Noi siamo ancora qui ad aspettare un probabile (o improbabile?) secondo ponte che viene considerato necessario per alleggerire una viabilità ormai sottoposta a una pressione importante, e spunta la necessità di un terzo ponte? Capisco perfettamente che programmare significhi guardare lontano, ma da semplice cittadina, mi viene spontaneo pensare che forse sarebbe già una bella cosa riuscire a vedere realizzato il secondo. Ma proseguiamo: si parla del parcheggio utilizzato dai dipendenti di fronte allo stabilimento, che è l’altro punto dell’articolo che mi ha fatto drizzare le antenne: riguarda l’idea di realizzare un parcheggio gestito dall’azienda più funzionale per chi lavora nello stabilimento. E qui qualcosa da dire ce l’avrei e sarebbe ora, perché su questa storia ho un piccolo ricordo personale. Era il 2011. A fronte di una lamentela dell’allora presidente del GAMI, Ivo Sobrero, mi rivolsi all’allora presidente AMAG Lorenzo Repetto, durante l’amministrazione Fabbio. Il problema era molto semplice: il parcheggio davanti allo stabilimento era di proprietà comunale e le piantine che erano state messe a dimora non venivano annaffiate, e il rischio abbastanza evidente, era che quelle piante fossero destinate a morire. Lorenzo Repetto, devo riconoscerlo, si attivò prontamente inviando il personale ad annaffiarle. Ma in quell’occasione venni anche informata che il Comune aveva preso contatti con la direzione Michelin per valutare un possibile accordo affinché quell’area potesse diventare di proprietà dello stabilimento. La soluzione, almeno sulla carta, sembrava avere una sua logica: se il parcheggio fosse passato alla Michelin, avrebbe potuto essere direttamente curato, organizzato e gestito nell’interesse di chi ogni giorno si recava al lavoro. Pochi mesi dopo arrivarono le elezioni, cadde l’amministrazione Fabbio, cambiarono gli equilibri, si susseguirono nuovi presidenti AMAG e, come spesso accade nelle vicende amministrative, quella possibilità finì nel dimenticatoio. Oggi, a distanza di quindici anni, ci ritroviamo a parlare nuovamente della necessità di un parcheggio più funzionale per i lavoratori Michelin, controllato in sicurezza e con alberelli sani per le stagioni calde: a volte le idee hanno una pazienza davvero infinita, chissà che questa volta non sia quella buona. Perché se parliamo di un’azienda che da 55 anni è parte integrante della storia industriale di Alessandria, forse il rapporto tra stabilimento e territorio dovrebbe essere fatto anche di piccole cose concrete: strade adeguate, collegamenti efficienti, parcheggi decorosi e servizi pensati per chi ogni giorno attraversa quei cancelli per andare a lavorare. Il mio in fondo, è soltanto un ricordo personale, ma è anche la testimonianza di quanto profondamente la Michelin sia entrata nella storia di tante famiglie alessandrine. Quando dentro quei 55 anni ci sono uno zio, un marito, un fratello, un figlio e un genero non puoi limitarti a dire che è storia industriale, per me e per la mia famiglia è anche un pezzo di vita.
Voto: 9

2) La Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria presenta un nuovo grande progetto del suo nuovo corso. La notizia: “Fondazione CrAl in campo contro la desertificazione bancaria nei piccoli Comuni della Provincia di Alessandria”. Se una banca chiude, non sparisce soltanto un’insegna. sparisce un pezzo di paese. E allora tanto di cappello alla Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, che ha deciso di affrontare e provare a risolvere un problema vero, concreto e tremendamente attuale: la desertificazione bancaria della nostra provincia. Diciamolo con un pizzico di ironia: siamo arrivati al punto che in molti piccoli Comuni, per trovare una banca, bisogna organizzare una gita fuori porta. I numeri fotografano una situazione che non ha bisogno di grandi effetti speciali: su 187 Comuni della provincia di Alessandria, soltanto 37 hanno ancora uno sportello bancario, gli altri 150 sono rimasti senza, e insieme alle filiali negli anni sono spariti anche parecchi bancomat, servizi allo sportello, possibilità di parlare con una persona in carne e ossa. Certo, ci sono le app, l’home banking, lo smartphone e tutto quello che il progresso digitale ci ha portato, ma provate a spiegare la meraviglia della digitalizzazione a una persona anziana che deve risolvere un problema con il proprio conto e vorrebbe semplicemente entrare in una banca e parlare con qualcuno. È proprio qui che l’iniziativa della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria assume un significato particolare, e finalmente una Fondazione che non sta alla finestra ma si mette in campo al servizio della comunità. La sensazione, guardando alle iniziative del nuovo corso guidato dal presidente Paolo Arrobbio e dal rinnovato Consiglio di amministrazione, è quella di una Fondazione che vuole essere sempre più presente nella vita della provincia, e questa è una bella notizia non soltanto perché vengono sostenuti progetti, associazioni, cultura, sociale e territorio che sono naturalmente la missione di una Fondazione, ma perché si comincia a mettere il “naso” anche dentro i problemi strutturali che riguardano la comunità. Il nuovo Consiglio di amministrazione, rinnovato nel maggio del 2026, vede accanto al presidente Arrobbio il vice Presidente Domenico Mercogliano e i consiglieri Roberto Livraghi, Rossana Balduzzi e Luigi Bonzano. La mia impressione di cittadina è che abbiano deciso di non limitarsi a distribuire risorse, ma di provare anche a mettere intorno a un tavolo chi può cambiare le cose, che francamente non è poco. La banca non è soltanto la banca, la questione della filiale chiusa va ben oltre il semplice prelievo di contanti, un paese senza banca rischia di diventare progressivamente più lontano per l’anziano, per il commerciante, per l’artigiano, per l’agricoltore, per la piccola impresa, per l’associazione ma anche per i turisti, e soprattutto rischia di creare forte disagio a chi ha meno dimestichezza con il digitale. Per questo la Fondazione ha deciso di promuovere un tavolo istituzionale sulla desertificazione bancaria, chiamando al confronto banche, Comuni, Provincia, Banca d’Italia, Acri, Cassa Depositi e Prestiti, Ministero dell’Economia e rappresentanze territoriali. Il punto intelligente dell’operazione non è nostalgicamente riportare indietro le lancette dell’orologio. Non si tratta necessariamente di riaprire la vecchia filiale con tre impiegati, la porta girevole e il distributore di numeretti, si tratta di inventare nuovi modi per essere presenti. La banca del futuro? Anche su quattro ruote, se serve. Sul tavolo ci sono infatti diverse possibilità: sportelli leggeri, presidi mobili, consulenze periodiche all’interno di strutture dei Comuni, Atm evoluti capaci di offrire più servizi e punti digitali assistiti, nei quali qualcuno possa aiutare concretamente le persone a utilizzare i servizi online, insomma la banca del futuro non avrà sempre bisogno di un grande ufficio in centro paese, ma dovrà pur sempre avere una cosa: qualcuno che ci sia. E qui arriva una frase del presidente Arrobbio che merita di essere sottolineata: “Innovazione non deve significare abbandono, e digitalizzazione non può diventare solitudine”. Difficile non essere d’accordo Presidente Arrobbio, tanto di cappello. Questa iniziativa merita attenzione, ma qualcosa mi dice che la Fondazione ci riuscirà: affrontare un problema prima che diventi ancora più grande è esattamente quello che ci si aspetta da un’Istituzione che vuole avere un ruolo sul territorio, soprattutto perché la Fondazione ha scelto di occuparsi di una questione che non fa necessariamente notizia tutti i giorni, ma che tocca la vita quotidiana di migliaia di persone. C’è poi un aspetto più generale che merita di essere evidenziato: negli ultimi mesi la Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria ha comunicato un’immagine di sé più dinamica, più vivace con una particolare attenzione all’innovazione, allo sviluppo del territorio e alla capacità di mettere in rete soggetti diversi. Una Fondazione che non si limita a ricordare ciò che è stata, ma prova a capire ciò che serve oggi e non pretende di sostituirsi alle banche, ai Comuni o alle istituzioni, ma che prova a farli parlare tra loro. E se la Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria ha deciso di entrare in questa partita con il nuovo corso di Paolo Arrobbio e del Consiglio, coinvolgendo una squadra ampia di istituzioni e operatori, vale la pena seguirla con attenzione, e augurarsi che possa avere successo, per il bene di tutta la comunità della nostra provincia.
Voto: 10

3) Operazione “Strade Sicure”: sulla sicurezza urbana, dal 2016 al 2026, che cosa è cambiato ad Alessandria? Nel 2016, con Rita Rossa sindaco, l’ipotesi dell’Esercito per la sicurezza ad Alessandria era sul tavolo, oggi davanti alla stessa proposta, la risposta dell’amministrazione è negativa, che cosa è cambiato? La sicurezza non dovrebbe avere un colore politico. Eppure osservando quanto accaduto negli ultimi giorni in Consiglio comunale ad Alessandria, una domanda è inevitabile: se nel 2016 l’impiego dell’Esercito veniva considerato una possibilità dal centrosinistra, perché oggi la stessa ipotesi viene respinta a priori? Partiamo dai fatti. Dopo i recenti episodi di violenza che hanno interessato la città, il consigliere di minoranza Mattia Roggero, capogruppo della Lega, ha chiesto di valutare l’impiego di militari nell’ambito dell’operazione “Strade Sicure”, come strumento aggiuntivo per il controllo del territorio. La proposta è stata discussa in Consiglio comunale e ha trovato il parere contrario dell’assessore alla Sicurezza e Polizia Locale Enrico Mazzoni, che ha sostenuto in un primo istante che “l’Esercito ha altri compiti”. Nei giorni successivi, sullo stesso tema sono intervenuti anche Emanuele Locci, capogruppo di Fratelli d’Italia, e Davide Buzzi Langhi, capogruppo di Forza Italia.
Il 18 settembre l’assessore Mazzoni è tornato pubblicamente sulla questione, replicando al centrodestra con parole piuttosto nette. “La sicurezza è un tema troppo serio per essere ridotto a propaganda social o a scorciatoie di comodo”, quindi ha sostenuto che oggi come oggi l’impiego dell’Esercito nell’ambito di “Strade Sicure” non sarebbe un’opzione praticabile aggiungendo che a stabilirlo sarebbe lo Stato stesso, qui la frase: “Militari in città? Opzione non praticabile, lo dice lo Stato”. Il tema era talmente presente nel dibattito cittadino che nei giorni successivi comparve persino sui social: era una posizione pubblicamente assunta dall’Amministrazione di allora. Il sindaco Rossa, parlando della situazione della città, dichiarò: “Non si può andare avanti così con la microcriminalità, le comunità non reggono. Bisogna intervenire subito, anche inviando reparti dell’esercito se necessario”. Sono parole che rilette dieci anni dopo, assumono un significato particolare: perché se l’ipotesi dell’Esercito poteva essere considerata una possibilità di fronte a una situazione di difficoltà, oggi la stessa possibilità viene descritta dal Partito Democratico come non praticabile? E’ cambiato semplicemente chi propone la soluzione? E’ una domanda politica certamente, ma nasce da fatti documentati, non dalla volontà di “riscrivere la storia” ed è proprio sulla questione normativa che a mio avviso, occorre fare chiarezza. L’articolo 7-bis del D.L. 23 maggio 2008, n. 92, disciplina il concorso delle forze armate nel controllo del territorio. La norma prevede che, in presenza di specifiche ed eccezionali esigenze di prevenzione della criminalità e quando sia ritenuto opportuno un maggiore controllo del territorio, possa essere autorizzato un piano di impiego di personale militare. I militari sono posti a disposizione dei prefetti per la vigilanza di siti e obiettivi sensibili e per attività di perlustrazione e pattugliamento in concorso con le forze di polizia. Questo significa una cosa molto precisa: il Comune non può decidere autonomamente di mandare l’Esercito in città, ma è altrettanto importante non confondere questo dato con un presunto divieto dello Stato. La decisione sull’impiego dei militari non appartiene al sindaco, né al Consiglio comunale, il sistema coinvolge le autorità statali competenti a partire dal Ministero dell’Interno e dalla Prefettura nell’ambito delle procedure previste dalla normativa. Il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, presieduto dal prefetto e al quale partecipa anche il sindaco del capoluogo, è uno degli organismi attraverso cui vengono esaminate le questioni relative alla sicurezza del territorio. Suppongo che la minoranza comunale non chieda di “militarizzare” Alessandria, chiede al sindaco che si attivi presso le autorità competenti di valutare se, e in quali condizioni, un ulteriore presidio militare possa essere utile in determinate aree della città. Come mia abitudine mi documento e ho trovato un lungo elenco di città medie e piccole che hanno attivato in collaborazione con le Forze di polizia tramite le loro Prefetture “Strade Sicure” . Qualche esempio. A Fino Mornasco (10.167 abitanti ) in provincia di Como, nel marzo scorso è stata concordata l’estensione del servizio dei militari alla stazione ferroviaria e alle aree adiacenti, nell’ambito delle decisioni assunte dalla Prefettura sulla sicurezza del territorio. Altro esempio vicino a noi, Vercelli (46.619 abitanti). Se esiste uno strumento previsto dalla legge, già utilizzato in altre città e attivabile attraverso le autorità competenti, perché non valutarne l’eventuale utilità anche ad Alessandria? Per questo mi ha colpito anche la frase dell’assessore Mazzoni secondo cui la minoranza starebbe tentando di “riscrivere la storia” per giustificare posizioni vecchie e nuove. Ricordare ciò che è accaduto nel 2016 non significa riscrivere la storia, significa ricordarla. La sicurezza dei cittadini e di una città non dovrebbe dipendere dal colore politico di chi propone una soluzione. Io personalmente questa richiesta la condivido. La condividevo quando nel 2016 a porla era una sindaca del centrosinistra e la condivido oggi che a porla è un consigliere della Lega: sulla sicurezza prima della politica vengono i cittadini.
Voto: 2


