di Graziella Zaccone Languzzi

di Graziella Zaccone Languzzi
1) Alzheimer e RSA, milioni di euro pagati dalle famiglie: ma quanti sapevano davvero di avere un diritto e perché nessuno lo spiega chiaramente? Un conoscente con la moglie affetta da Alzheimer tempo fa mi raccontò che sua moglie era caduta, e dopo il ricovero dell’ospedale era stato necessario per la riabilitazione ricoverarla per due mesi in una RSA a 2.700 euro al mese. Una cifra che per molte famiglie non è semplicemente una spesa, ma è un sacrificio. In quel periodo avevo letto un articolo che trattava i diritti di chi soffre di Alzheimer e malattie psichiatriche. Feci ricerche e scoprii che il mio conoscente avrebbe potuto avvalersi di tale diritto, e chiedere il rimborso delle rette versate indebitamente tramite ricorso, laddove la Legge lo permetteva. Trovai anche molto altro. Quindi nel mio cercare ho scoperto che ci sono Leggi dello Stato, e la pronuncia insindacabile di molte sentenze della Corte di Cassazione, a favore dei diritti dei famigliari di pazienti Alzheimer. Sentenze del Consiglio di Stato, del Tribunale di Grosseto, della Corte di Appello di Milano, del Tribunale di Foggia, del Tribunale di Monza, del Tribunale di Pordenone e molte altre che tutte insieme hanno consolidato il principio secondo cui la retta RSA per malati di Alzheimer, soprattutto nei casi più estremi, è a totale carico del Servizio Sanitario Nazionale, dove è sancito che le prestazioni socio assistenziali sono inscindibili da quelle sanitarie, rendendo nulla la richiesta di pagamento ai familiari. Per motivi di spazio ho omesso i numeri e le date delle sentenze. Nel merito vi è una normativa di riferimento (il D.P.C.M. 14 febbraio 2001 e il D.P.C.M. 29 novembre 2001) che definisce i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). I provvedimenti citati costituiscono i due pilastri normativi fondamentali in Italia per la tutela dei diritti dei malati di Alzheimer e delle persone non autosufficienti, in particolare per quanto riguarda la gratuità delle cure e la ripartizione dei costi di ricovero nelle RSA, per cui è illegittima ogni compartecipazione economica quando le prestazioni assistenziali sono inscindibili da quelle sanitarie.
Dopo essermi documentata in merito, preparai una relazione e la consegnai al mio conoscente consigliandogli di rivolgersi al medico di famiglia per avere conferma ed eventualmente al Patronato sindacale, ad un avvocato o all’ASL/AL.
Risposte? Poche e “confuse”, decisamente con imbarazzo. Da quel che ho potuto mettere insieme, il sistema nazionale dei LEA prevede infatti specificamente l’assistenza sociosanitaria residenziale e semiresidenziale. E allora perché una famiglia dovrebbe scoprirne il funzionamento soltanto perché il suo problema lo ha raccontato occasionalmente a persona curiosa ma molto attenta in ambito sanitario che è andata a cercare scoprendo ciò che viene taciuto? Perché è questo che sta venendo fuori. E chi deve dare questa informazione? Personalmente credo che si apra un problema civile prima ancora che giuridico, perché chi prende in carico il malato dovrebbe spiegare alla famiglia quali sono le possibilità previste dalla Legge…. una Legge del 2001 ecchecavolo!!! Chiedo: il medico di medicina generale? La ASL? L’unità di valutazione multidimensionale? La struttura RSA? Il medico che dispone il ricovero? Non è necessario che tutti facciano tutto, ma qualcuno dovrebbe assumersi la responsabilità di dire: “questo è il trattamento che viene disposto e la quota che il SSN sostiene e questa è quella che eventualmente resta a vostro carico”. Una famiglia non dovrebbe essere costretta a diventare esperta di diritto sanitario per poter assistere dignitosamente il proprio padre o la propria madre o ricevere informazioni da un conoscente incontrato per caso. L’Alzheimer porta via lentamente la memoria ad arrivare a azzerarla, ma non dovrebbe portare via anche i risparmi di una famiglia senza che quella famiglia abbia prima avuto la possibilità di conoscere le regole, sarebbe corretto conoscere il diritto alle informazioni. E allora lasciamo ai lettori una domanda e a chi che sta leggendo queste righe e ha vissuto la stessa situazione che ha pagato per mesi o per anni perché nessuno gli ha mai spiegato nulla, magari ha conservato fatture, ricevute e documentazione sanitaria e oggi si chiede se quelle somme fossero tutte dovute ed ecco perché questa storia non dovrebbe finire con una semplice domanda ma dovrebbe cominciare proprio da questa: “perché chi è preposto alla cura di un paziente Alzheimer in questa Regione ha taciuto sui suoi diritti?”.
Voto: 0

2) Negli spazi dell’ex Centrale del Latte (quartiere Galimberti) arriva il quarto supermercato. Ma il quartiere ha davvero bisogno di un altro carrello? Alessandria è ormai una capitale indiscussa dei supermercati. Ce ne sono di ogni marchio e praticamente per ogni esigenza. Ma nel quartiere Galimberti sono tutti concentrati in una stessa zona, lasciando scoperta la parte opposta, dove non esiste neppure un negozio di prossimità. L’interesse da parte di qualcuno per l’area dell’ex Centrale del Latte di Alessandria può certamente far piacere. Dopo la chiusura dell’attività, infatti, l’immobile rischiava con il tempo di diventare l’ennesima area abbandonata della città, con tutto ciò che questo comporta: degrado, sporcizia e utilizzi impropri: il recupero dell’area è senza dubbio una buona notizia. Poi però si scopre che al posto dell’ex Centrale del Latte arriverà un nuovo insediamento commerciale, con una superficie di vendita di circa 900 metri quadrati e reparti di gastronomia, macelleria, pescheria e ortofrutta, se ne parla qui: “Un insediamento commerciale là dove c’era la Centrale del Latte di Alessandria”. E allora viene spontanea una domanda, senza voler disturbare troppo nessuno: al Galimberti serviva proprio un altro supermercato alimentare? Perché la zona non è esattamente sprovvista di offerta commerciale, ci sono già tre supermercati: sono pochi? Siamo nel mio quartiere, il Galimberti, dove nella parte finale sono già presenti due supermercati alimentari, mentre un terzo è in fase di costruzione, ora arriva il quarto a pochi metri dagli altri. A questo punto viene quasi da pensare che Alessandria abbia finalmente trovato la propria specializzazione di tipo economico, non più soltanto città dei ponti, della storia, della Borsalino o dei due fiumi, ma con i suoi circa 100 mila abitanti la città dei supermercati. Visto che siamo persone ambiziose, potremmo puntare direttamente al titolo di capitale piemontese della grande distribuzione. È la logica del progresso: se una cosa funziona, bisogna ripeterla, possibilmente concentrata nello stesso quartiere. La parte più interessante arriva guardando nella direzione opposta del Galimberti, verso la zona Villaggio Commercianti-Ospedali, dove troviamo la parte del quartiere fortemente residenziale, con una presenza significativa di persone anziane e il problema è decisamente diverso: non ci sono supermercati e non esiste neppure un negozio di prossimità, e quando si ha bisogno semplicemente di comprare il pane un alimento che si compera ogni giorno? Per fortuna ci sono un bar e una pizzeria che, oltre alla loro normale attività, riescono a offrire anche questo piccolo ma importante servizio e prima che la Centrale del Latte chiudesse, con le vetrinette frigo della Centrale, fornivano anche prodotto caseari come latte, burro, formaggi, yogurt, budini e uova ed era già un servizio. Chiusa la Centrale finita tale opportunità, rimane il pane e ne siamo anche grati. Pare un paradosso urbano: da una parte del quartiere quattro supermercati alimentari concentrati nella stessa zona; dall’altra, per comprare il pane, ci si affida al bar o alla pizzeria. Naturalmente nessuno mette in discussione l’utilità di un supermercato per chi deve fare la spesa settimanale, è comodo, offre una grande varietà di prodotti e consente di concentrare gli acquisti in un unico luogo, ma una città non è fatta soltanto di persone che salgono in automobile, raggiungono un parcheggio, riempiono il carrello e tornano a casa, ci sono anche gli anziani, ci sono le persone che non guidano, ci sono quelle che hanno difficoltà a spostarsi e ci sono semplicemente cittadini che, per una piccola necessità quotidiana, preferirebbero poter uscire di casa e trovare un negozio a pochi minuti a piedi. Per queste persone il negozio di prossimità non è un lusso: è un servizio. Si legge nell’articolo che c’è un altro problema: la viabilità della zona, che sono i camion. Nel progetto sono previste anche nuove aree verdi, alberi e interventi sulle piste ciclabili di via Monteverde e via Pisacane, sono certamente elementi positivi, ma lo stesso settore Urbanistica del Comune ha evidenziato possibili criticità viabilistiche legate all’uscita dei mezzi pesanti direttamente su via Monteverde, strada caratterizzata da traffico pedonale, ciclabile e veicolare. Si prevede quindi di limitare l’immissione dei mezzi su quella strada e privilegiare via Pisacane. Anche questo è un aspetto che merita attenzione perché, quando aumenta la presenza commerciale, inevitabilmente aumentano anche i movimenti legati all’attività come clienti, rifornimenti, mezzi di servizio. E allora forse sarebbe interessante chiedersi prima ancora di inaugurare il nuovo punto vendita, come questa nuova presenza commerciale si inserirà nella vita quotidiana del quartiere e non soltanto dal punto di vista economico, ma anche da quello della viabilità e della vivibilità. Il punto non è essere contrari al recupero degli spazi dell’ex Centrale del Latte, tutt’altro Il verde e la riqualificazione urbana sono positivi, recuperare un’area dismessa è positivo ma proprio perché si sta decidendo il futuro di un pezzo di quartiere e città, sarebbe interessante ragionare anche sulla qualità dell’insediamento e sulla sua reale utilità per il quartiere, perché alla fine rimane un dato curioso: in una parte del quartiere Galimberti avremo quattro supermercati alimentari, nella parte opposta invece, continueremo a considerare quasi un piccolo miracolo riuscire a comprare il pane vicino casa, al bar o in pizzeria.
Voto: 4

3) Rio Lovassina, l’esondazione che non passa mai: cambiano gli anni, non il copione. Anche nell’ultimo violento nubifragio che ha colpito Novi Ligure e il Novese, il Rio Lovassina ha raggiunto il livello di guardia ed è esondato in via Genova, a Spinetta Marengo, provocando ancora una volta allagamenti e pesanti disagi. E insieme all’acqua è tornato anche un problema sottovalutato: quello dell’insalubrità del rio. Qui alcuni articoli aggiornati ad agosto 2026: Ultima inondazione. Spinetta Marengo attende il bando di gara per rio Lovassina, fine nel 2027. Lovassina via al secondo lotto di lavori per la messa in sicurezza. Insomma ogni volta esce un proclama e poi? Alla prossima. La mia solita domanda a questo punto è inevitabile: com’è possibile che nel 2026 si continui ad assistere allo stesso copione? Viviamo nell’epoca in cui l’uomo manda sonde nello spazio profondo, utilizza droni sempre più sofisticati ed è entrato nell’era dell’intelligenza artificiale, eppure basta un temporale perché il Lovassina torni a fare danni, spesso anche quando il maltempo non interessa in maniera particolarmente significativa Alessandria. Evidentemente il progresso tecnologico corre molto più velocemente della nostra capacità di risolvere problemi con cui i cittadini convivono da decenni. Il Lovassina è tristemente conosciuto anche per il suo elevato livello di inquinamento, un primato di cui nessuno può certo andare fiero, costruito nel corso degli anni tra scarichi, incuria e una gestione del territorio che non è riuscita a risolvere definitivamente il problema. Così, quando il rio esonda, non porta nelle strade soltanto acqua, trascina fanghi, sedimenti e tutto ciò che si è accumulato nel tempo, riportando a galla insieme ai rifiuti anche il prezzo dell’abbandono e delle criticità mai realmente risolte. Anni fa, dopo l’ennesima esondazione, mi rivolsi agli uffici delle Opere Pubbliche della Regione Piemonte, distaccamento di Alessandria, per capire chi fosse realmente responsabile della gestione del Rio Lovassina. La risposta fu lapidaria: non era competenza della Regione. Una risposta che mi lasciò perplessa perché approfondendo la normativa emerse un quadro ben più articolato, nel quale le competenze risultano distribuite tra diversi enti.
Un passo avanti va riconosciuto che fu compiuto durante l’amministrazione Cuttica. Alla fine di luglio del 2020 vennero effettuati importanti lavori di pulizia del tratto tombinato del rio, interventi che per entità, non avevano precedenti. Ma se oggi continuiamo a parlare delle stesse esondazioni, è evidente che quel lavoro pur importante e necessario, non è stato sufficiente a risolvere il problema alla radice. Le competenze amministrative sono condivise. La Regione Piemonte interviene sulla pianificazione e sulle opere strutturali di maggiore rilievo, mentre il Comune di Alessandria ha responsabilità che riguardano la gestione e la manutenzione dei tratti di propria competenza e del sistema di drenaggio urbano, ma ai cittadini interessa relativamente poco sapere chi debba intervenire, quello che chiedono è molto più semplice: è che qualcuno intervenga davvero. Negli anni gli allagamenti hanno provocato danni ad abitazioni, negozi, aziende e magazzini. E qui si apre anche il capitolo delle responsabilità su cui vige il silenzio di chi è responsabile. L’articolo 2051 del Codice Civile disciplina la responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia. La domanda che però, resta è: quanti cittadini e quante imprese, dopo anni di allagamenti ripetuti, sono stati realmente risarciti? Quanti hanno ottenuto piena giustizia per i danni subiti? Sarebbe interessante conoscere i numeri. Nel frattempo le soluzioni tecniche non sembrano essere un mistero, da anni si parla di vasche di laminazione a monte dell’abitato, dell’adeguamento delle condotte e di un sistema più efficiente per lo smaltimento delle acque meteoriche. Interventi discussi, studiati e riproposti nel tempo, ma che sembrano continuare a rimanere impigliati nella rete, questa sì davvero inestricabile di progetti, competenze, burocrazia e rinvii, nel frattempo il Rio Lovassina continua a fare quello che fa da decenni: esondare ma non è certo normale. Non è normale che famiglie e imprenditori debbano convivere con il timore del prossimo temporale e non è normale che ogni nubifragio riporti a galla gli stessi problemi, le stesse criticità e troppo spesso le stesse promesse. Amministrare un territorio dovrebbe significare soprattutto prevenire, non limitarsi a intervenire con sacchetti di sabbia e dopo l’emergenza, ripulire e aspettare il prossimo episodio. I cittadini hanno il diritto di pretendere opere efficaci, chiarezza sulle competenze, trasparenza sulle responsabilità e, quando ne ricorrano i presupposti, il giusto risarcimento dei danni subiti. Il Rio Lovassina non è un problema comparso ieri, è una criticità conosciuta da decenni. Se dopo decenni siamo ancora qui a parlare di esondazioni, forse il vero problema non è più soltanto quanto sale l’acqua del Lovassina, è quanto lentamente scende quella delle responsabilità.
Voto: 2


