
di Dario B. Caruso
Ci fu un tempo in cui l’autunno segnava il lento ritorno alla scuola, agli abiti via via più pesanti, alle giornate via via più brevi fino a culminare con il Natale e le giornate di sci in compagnia.
Con analogo e inverso percorso, esattamente sei mesi dopo la primavera sanciva il lento risveglio della natura, noi studenti vedevamo la luce in fondo al tunnel e già immaginavamo le dolci serate estive.

Negli anni Ottanta cominciò a farsi largo l’idea che “non ci sono più le mezze stagioni”.
Era fattuale e gli ultimi decenni lo stanno confermando: il cambiamento climatico avrebbe reso il passaggio estate/inverno e viceversa ogni anno più brusco; detto fatto, abbiamo visto i periodi di passaggio assottigliarsi fino a scomparire.
La tendenza odierna e la prospettiva futura sono disarmanti.
Siamo – ahinoi – alla ricerca della mezza stagione.
Sempre.
Trecentosessantacinque giorni all’anno.
Le nostre case e i nostri uffici si uniformano, temperatura costante intorno ai 20 gradi, umidità controllata dai deumidificatori, luce naturale o artificiale ma sempre piuttosto vivace.
Cosicché nelle case e negli uffici siamo vestiti con gli stessi indumenti, a gennaio come a luglio.
Il controllo assoluto di ciò che ci circonda avrà esattamente l’effetto opposto: finiremo per non riuscire a controllare alcuna cosa, ci scapperà di mano anche il più piccolo fenomeno naturale, saremo surclassati dall’irreversibile processo di autodistruzione che l’essere umano attua da tempo.
Godiamoci quindi – finché potremo – le nostre mezze stagioni artificiali e continuiamo a rimpiangere sia le lente e inesorabili fioriture primaverili sia le foglie cadute e le abbondanti nevicate in riva al mare.


