di Graziella Zaccone Languzzi

1) I pannoloni di un bambino disabile e la domanda che la politica non può più ignorare. Un bambino con disabilità grave e incontinenza totale chiede, attraverso la voce della sua mamma, una cosa semplice: poter ricevere con regolarità i pannoloni a cui ha diritto. Torno sul tema ‘pannoloni’ che tanto sta facendo discutere. La “pagella” pubblicata il 13 luglio ha ottenuto numerose condivisioni, commenti e messaggi. Uno di questi mi ha colpito particolarmente e mi ha fatto riflettere. Lo riporto integralmente, omettendo il nome della mamma di Casale Monferrato che ha voluto rendere pubblico il suo sfogo: “Sui pannoloni vi confermo purtroppo.. noi, con un bimbo disabile grave, ne riceviamo solo 180 ogni tre mesi. Lui fa la cacca ogni due ore (ha un’incontinenza totale), ma la cosa peggiore è che, da quando si apre la finestra utile in farmacia per la prenotazione, il corriere consegna dopo oltre due settimane. Secondo me dovrebbero fare come in Lombardia: lì ogni tre mesi il corriere consegnava automaticamente. Non c’era bisogno di rifare la prenotazione in farmacia. Qui, diciamo che la colpa è della società che gestisce il tutto: speriamo che la Regione trovi una soluzione.” La frase che mi ha fatto maggiormente riflettere è questa: “Secondo me dovrebbero fare come in Lombardia.” Da tempo mi pongo una domanda: nella pubblica amministrazione, sia sul piano politico sia su quello tecnico, chi prende decisioni che incidono concretamente sulla vita quotidiana dei cittadini dovrebbe perlomeno possedere una conoscenza approfondita del settore di cui si occupa, o no? Mi spiego. Un ministro o un assessore alla Sanità con una formazione medica, un assessore all’Urbanistica architetto o ingegnere e così via, potrebbero forse comprendere meglio i problemi tecnici del proprio ambito, essere meno dipendenti dai consulenti e dai dirigenti e valutare con maggiore consapevolezza le conseguenze delle proprie decisioni. La mia potrebbe sembrare una riflessione semplice, forse persino “facilona”, in realtà è un tema molto dibattuto nella scienza politica e nel diritto pubblico e, come spesso accade, non esiste una risposta univoca. Non scrivo mai nulla senza approfondire, per questo ho cercato cosa ne pensassero alcuni autorevoli studiosi. Luigi Einaudi sosteneva che chi governa dovesse studiare i problemi in profondità, diffidava dell’improvvisazione e, pur senza chiedere titoli di studio obbligatori, riteneva la competenza un requisito essenziale del buon governo. Herbert A. Simon, premio Nobel per l’Economia, ha dedicato gran parte dei suoi studi ai processi decisionali nelle organizzazioni pubbliche, sostenendo che decisioni complesse richiedono conoscenze specialistiche e procedure razionali. Sabino Cassese, tra i maggiori esperti di diritto amministrativo italiano, ricorda spesso come una pubblica amministrazione efficiente abbia bisogno di dirigenti selezionati per merito e competenza. Quando parlo di conoscenza, competenza ed efficienza mi riferisco indistintamente a ministri, assessori regionali, provinciali e comunali, nessuno escluso. Probabilmente non è opportuno imporre per legge un determinato titolo di studio per ricoprire un incarico politico, sarebbe però auspicabile che chi riceve una delega dimostrasse competenza, esperienza e conoscenza del settore di cui sarà chiamato a occuparsi. Naturalmente amministrare un Ente pubblico non significa soltanto conoscere una materia, significa anche mediare tra interessi diversi, gestire risorse economiche, negoziare e assumersi la responsabilità delle proprie scelte. È altrettanto vero che il politico dispone già di dirigenti, tecnici e funzionari che dovrebbero, ripeto dovrebbero, mettere a disposizione le proprie competenze specialistiche. Ma il compito della politica è saper ascoltare oltre ai cittadini quelle competenze, e assumersi la responsabilità delle decisioni. Torniamo allora a quel bambino. Un bambino che ha bisogno di essere cambiato ogni due ore, una mamma che vive l’ansia di dover attendere ogni volta una nuova prenotazione e una consegna che arriva dopo settimane. Se, come racconta questa mamma, il sistema adottato in Lombardia prevede una consegna automatica ogni tre mesi, perché non valutare un modello analogo anche in Piemonte per i pazienti con patologie croniche già accertate? Un metodo simile mi pare l’”uovo di Colombo”. Quando una condizione clinica è permanente, semplificare le procedure non significa ridurre i controlli, significa evitare inutili adempimenti burocratici quando il fabbisogno è già noto e certificato. Eppure a quanto pare in Piemonte chi ha bisogno di questi presìdi, continua a cercarli con il “lanternino”. La buona amministrazione si misura soprattutto nelle piccole cose perché dietro un pannolone non c’è un semplice dispositivo sanitario: c’è la dignità di un bambino, il tempo di una famiglia e il rispetto di un diritto che non dovrebbe mai arrivare in ritardo.
Voto: 0

2) Ah! Ci risiamo! Lavoratori di Amag Ambiente in stato di agitazione. Cambiano presidenti, amministratori delegati, direttori ma i problemi restano. Infatti: “Lavoratori Amag Ambiente in stato di agitazione: duro attacco dei sindacati sui mezzi mancanti. L’azienda si difende”. A poche ore dalla pubblicazione della replica dei vertici di Amag Ambiente è arrivata la dura reazione dei sindacati. In un comunicato dai toni molto severi, Funzione Pubblica Cgil, Fit Cisl e Uil Trasporti hanno replicato alle dichiarazioni dell’amministratore delegato Paolo Borbon e del direttore Francesco Moretti, che avevano risposto alle criticità sollevate dalle organizzazioni sindacali nel corso del tentativo di conciliazione sullo stato di agitazione svoltosi in Prefettura. E’ interessante leggere cosa dichiarano i sindacati: “Parole vergognose e contraddittorie: nuovo scontro sindacati-Amag Ambiente. Cgil, Cisl e Uil alzano la voce”. In oltre quattro anni, tra Amag Holding e Amag Ambiente, si sono alternati presidenti, amministratori delegati, direttori e dirigenti. Un continuo cambio della guardia che però non sembra aver portato quella stabilità che cittadini e lavoratori si aspettavano. Eppure, nonostante l’attuale amministrazione sia politicamente vicina alle organizzazioni sindacali, i rapporti continuano a essere tesi. Lo dimostra l’ennesimo stato di agitazione proclamato dai lavoratori di Amag Ambiente dopo il fallimento del tentativo di conciliazione in Prefettura. Cosa è successo questa volta? Fp Cgil, Fit Cisl e Uil Trasporti contestano la gestione dell’appalto da circa 2,5 milioni di euro destinato al rinnovo del parco mezzi. A fronte dell’annuncio di oltre trenta nuovi mezzi, ne sarebbero arrivati solo alcuni e con difformità tecniche. Altri appalti sarebbero andati deserti, mentre le nuove vasche elettriche sarebbero state consegnate senza le colonnine di ricarica inizialmente previste. Tra le altre criticità evidenziate dai sindacati figurano anche i nuovi nastri trasportatori costati 270 mila euro, acquistati da tempo, momentaneamente in stand-by quindi non operativi. Anche in questo caso Amag Ambiente parla di rallentamenti legati agli iter autorizzativi e assicura che la situazione sarebbe ormai vicina alla conclusione. I sindacati parlano di errori tecnici nella predisposizione delle gare e denunciano ritardi che continuano a ripercuotersi sul lavoro quotidiano degli operatori e sulla qualità del servizio offerto ai cittadini. La replica dell’azienda però, segue uno schema ormai già visto. Le responsabilità vengono attribuite ai costruttori, alle ditte fornitrici, ai tempi delle autorizzazioni, alle gare andate deserte, ai vecchi contratti ormai superati, all’aumento dell’assenteismo e alle difficoltà del mercato. Spiegazioni che potrebbero contenere in piccola parte, elementi di verità e che in alcuni casi potrebbero essere documentabili, tuttavia sorge spontanea la mia solita domanda: è davvero possibile che ogni volta le responsabilità siano sempre degli altri? Se un mezzo arriva non conforme è colpa del costruttore, se una gara va deserta è colpa del mercato, se un impianto non entra in funzione sono gli iter autorizzativi, se il servizio fatica a rispettare i tempi è colpa dell’assenteismo, se aumentano i costi, la causa è la necessità di ricorrere a personale esterno. Manca però una riflessione su un aspetto fondamentale: chi guida un’ azienda ha anche il compito di prevedere i problemi, prevenirli quando possibile e trovare soluzioni efficaci. Governare significa assumersi responsabilità, non soltanto individuare cause esterne. Nessuno mette in dubbio che possano esistere imprevisti o difficoltà oggettive, ma quando le criticità si ripetono con tale frequenza e coinvolgono appalti, organizzazione, mezzi, autorizzazioni e rapporti sindacali, forse sarebbe opportuno interrogarsi anche sulla capacità gestionale e organizzativa dell’azienda. Nel frattempo lo stato di agitazione resta confermato e non è escluso uno sciopero dopo l’estate. Ancora una volta, a pagare il prezzo di questa situazione rischiano di essere i lavoratori costretti a operare in condizioni difficili, e i cittadini, che chiedono semplicemente un servizio efficiente. Perché cambiare presidenti, direttori o dirigenti serve a poco se alla fine i problemi restano sempre gli stessi. E quando ogni criticità trova immancabilmente un responsabile esterno, forse è arrivato il momento di chiedersi se buona parte delle responsabilità non sia anche all’interno di chi oggi è chiamato ad amministrare e dirigere l’azienda.
Voto: 2

3) Bormida, l’allarme arriva dalla Liguria ma riguarda anche Alessandria. Chi controlla le acque che entrano in Piemonte? Schiuma sulla superficie del fiume, un improvviso aumento della portata senza precipitazioni e una moria di pesci ancora senza spiegazioni sono gli elementi che hanno spinto Rete Liguria Bene Comune a presentare un Esposto chiedendo un monitoraggio permanente della Bormida, si legge qui: “Bormida, schiuma anomala e portata fuori controllo: Rete Liguria presenta un esposto e chiede un monitoraggio permanente del fiume”. Una vicenda che nasce nel Savonese, ma che interessa anche il Piemonte e in particolare la provincia di Alessandria. L’episodio risale alla serata del 13 luglio quando nel tratto della Bormida che attraversa Cairo Montenotte un cittadino ha documentato un sensibile aumento della portata del fiume, nonostante l’assenza di piogge, accompagnato dalla comparsa di una schiuma anomala. La segnalazione è stata raccolta dai Comitati ambientalisti, che chiedono ora verifiche puntuali per accertarne le cause. Nel gruppo di monitoraggio civico “Rete per la Valbormida” è stata avanzata anche l’ipotesi che il fenomeno possa essere collegato a una manovra della centrale idroelettrica denominata “Valcummi”, con un rilascio d’acqua destinato alla pulizia dell’alveo. Una possibilità che, come precisano gli stessi Comitati, non trova al momento alcuna conferma tecnica o istituzionale e che dovrà essere verificata dagli Enti competenti. L’Esposto chiede infatti di accertare se il 13 luglio siano state effettuate manovre sugli impianti idraulici, di individuare l’eventuale gestore coinvolto, di eseguire campionamenti delle acque e di verificare la presenza di possibili sostanze inquinanti. A rendere ancora più delicata la situazione è un episodio precedente. Il 22 giugno, nello stesso tratto della Bormida, si era verificata una moria di pesci e ad oggi non sono ancora state rese note le cause e proprio per questo i Comitati chiedono che i due episodi vengano approfonditi nell’ambito di un monitoraggio continuo del fiume, senza però ipotizzare collegamenti diretti in assenza di riscontri. La questione, però, non può essere considerata un problema esclusivamente ligure. La Bormida prosegue infatti il suo corso entrando in Piemonte, attraversando la Val Bormida alessandrina prima di confluire nel Tanaro ad Alessandria. Eventuali alterazioni della qualità dell’acqua, della portata o dell’equilibrio dell’ecosistema potrebbero quindi avere conseguenze anche lungo il tratto piemontese. Da qui una domanda che riguarda direttamente il nostro territorio: chi controlla le acque che dalla Liguria entrano in Piemonte? Se gli accertamenti richiesti ad ARPA Liguria appaiono doverosi, altrettanto importante sarebbe un’attività di verifica da parte di ARPA Piemonte lungo il tratto alessandrino del fiume. Un monitoraggio coordinato tra le due agenzie regionali consentirebbe infatti di seguire la Bormida lungo tutto il suo percorso e di verificare se le anomalie riscontrate a monte producano effetti anche più a valle. Nell’Esposto viene inoltre chiesto alla Procura di Savona di valutare l’apertura di un fascicolo conoscitivo, di istituire controlli periodici sulla qualità e sulla portata del fiume, di informare preventivamente i cittadini in caso di manovre sugli invasi e di rendere pubblici gli esiti delle indagini sulla moria ittica dello scorso giugno. Più che accuse, quelle avanzate dai Comitati sono richieste di trasparenza, perché un fiume che attraversa due Regioni non può essere seguito a compartimenti stagni. La tutela della Bormida richiede controlli costanti, collaborazione tra Liguria e Piemonte e informazioni tempestive ai cittadini anche perché ciò che accade a monte, inevitabilmente può avere effetti anche ad Alessandria.
Voto: 3


