di Graziella Zaccone Languzzi

1) Nuovo ospedale e vecchie abitudini: quando la politica torna alla scuola materna. Ci sono vicende che più di tante analisi politiche raccontano lo stato di salute della nostra classe dirigente, perché mostrano atteggiamenti, riflessi e comportamenti che finiscono per apparire sorprendentemente infantili. La polemica nata attorno alla conferenza stampa sul nuovo ospedale di Alessandria appartiene a questa categoria. I fatti in estrema sintesi (perché il materiale è tanto) sono noti. Alla presentazione dello stato di avanzamento del progetto non era presente il Comune. Da lì è partita la prima stoccata: come mai il Comune era assente a un appuntamento così importante per la città? Qualcuno ha lasciato intendere che l’assenza potesse essere letta come una distanza politica tra Regione e amministrazione comunale. A quel punto è arrivata la replica del sindaco: “il Comune non era assente per scelta, semplicemente non era stato invitato”. Conferenza stampa, dichiarazioni, accuse di propaganda, richieste di spiegazioni e richiami al rispetto istituzionale. Ed ecco il pronto intervento da parte dell’Azienda Ospedaliera, che ha chiarito: si trattava di una conferenza rivolta ai giornalisti per aggiornare sull’iter amministrativo del nuovo ospedale e sul riconoscimento dell’IRCCS, e non vi era alcuna volontà di escludere il Comune, a cui comunque sono state porte le scuse. A questo punto è calato il sipario e mi sono chiesta: “tutto questo per cosa”? Perché, osservando la sequenza degli eventi, il quadro che emerge assomiglia meno a un confronto tra istituzioni e più a una scena che avrebbe potuto essere scritta da Giovannino Guareschi per Don Camillo e Peppone. “Non sei venuto”. “Non sono venuto perché non mi hai invitato”. “non sono stato io a non invitarti” … Ma allora chi è stato? Ecco il “colpevole”. E’ mancato soltanto qualcuno che chiamasse la maestra. E in tre atti si è passati dalla polemica politica alla smentita e l’intera questione ha assunto quasi i contorni di una commedia all’italiana. Ma sta parlando del futuro ospedale di Alessandria, di un’infrastruttura destinata a incidere sulla sanità del territorio per decenni, di investimenti, progettazione, viabilità, servizi e ricerca, temi enormi, che richiederebbero collaborazione, confronto e serietà e invece l’attenzione pubblica finisce concentrata su chi abbia ricevuto o meno una mail di invito. Naturalmente la correttezza istituzionale conta con il rispetto dei ruoli, i rapporti tra enti sono aspetti importanti, ma diventano secondari quando si trasformano nel centro della discussione, mentre il progetto che dovrebbe unire tutti passa sullo sfondo. Quando leggo questi battibecchi resi pubblici per pura propaganda, la mia sensazione è che la politica contemporanea soffra sempre più spesso di una sorta di adolescenza permanente, ogni episodio diventa occasione per marcare appartenenze, rivendicare meriti, cercare una stoccata all’avversario o difendere il proprio territorio politico. Non importa che si parli di sanità, trasporti, scuole o sicurezza, il riflesso condizionato è sempre quello della contrapposizione. Regione di destra, Comune di sinistra. Comune di sinistra, Regione di destra. Eppure un ospedale non vota, un pronto soccorso non è di destra né di sinistra, una sala operatoria non appartiene a una coalizione e un paziente quando entra in ospedale, non chiede la tessera di partito del medico che lo cura. Per questo la vicenda lascia una sensazione amara non per il mancato invito in sé, che appare ormai chiarito, ma per la rapidità con cui tutti i protagonisti si sono lasciati trascinare in una polemica che ha avuto il sapore della ripicca più che quello del confronto istituzionale. Forse il vero problema non è stabilire chi abbia iniziato ma troppo spesso, la politica sembra incapace di resistere alla tentazione di trasformare ogni episodio in una disputa identitaria . E mentre i nostri adulti litigano su chi doveva invitare chi, i cittadini restano ad aspettare ciò che davvero conta: che il nuovo ospedale venga costruito bene, nei tempi giusti e nell’interesse di tutti, il resto francamente assomiglia molto a una discussione da scuola materna.
Voto: 3

2) Si torna a parlare della Coesione Territoriale del Bacino del Tanaro dopo le recenti dichiarazioni dell’ex consigliere comunale e esponente della Lega Gianni Ravazzi, che ha definito il progetto “congelato, ma non morto” , sottolineandone le potenzialità per il territorio alessandrino: “Ravazzi (Lega): “La Coesione Territoriale Bacino del Tanaro è congelata, non morta: rimane per Alessandria opportunità straordinaria”.
La vicenda affonda le proprie radici nell’amministrazione guidata da Gianfranco Cuttica di Revigliasco, quando lo stesso Ravazzi fu tra i principali sostenitori dell’iniziativa, lavorando alla costruzione di un percorso di cooperazione territoriale che coinvolgesse numerosi Comuni dell’area. Con il cambio di amministrazione a Palazzo Rosso nel 2022 e l’insediamento della giunta Abonante, il progetto sembrava destinato a proseguire, ma successivamente il tema è progressivamente scomparso dal dibattito pubblico e istituzionale. L’ultima traccia documentale rintracciabile risale al Consiglio comunale del 23 ottobre 2023, durante il quale la questione venne affrontata in una seduta trasmessa in streaming:
https://www.youtube.com/watch?v=jnYBc4xQeMs
Da allora, almeno pubblicamente, non risultano ulteriori sviluppi significativi. Se la situazione dovesse rimanere invariata fino all’ottobre 2026, si arriverebbe a tre anni di sostanziale silenzio su un progetto che aveva (avrebbe?) la potenzialità, attraverso i suoi quattro asset principali (leggete l’intervista di Ravazzi) di trasformarsi in straordinaria leva non solo di salvaguardia ambientale, ma di sviluppo del territorio: dalla Cittadella alla smart city, per intenderci.
Personalmente però il concetto di Bacino del Tanaro mi richiama soprattutto temi legati alla gestione delle acque e alla sicurezza idraulica. Una percezione alimentata anche dalle dichiarazioni rilasciate il 5 maggio 2022 da AIPO durante la firma dell’accordo, quando l’Agenzia Interregionale per il fiume Po affermò di aderire al progetto “per la difesa del suolo e dalle piene dei fiumi”: “Alpo aderisco a Bacino del Tanaro per la difesa del suolo e dalle piene dei fiumi”.
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Un messaggio che sembrava porre al centro soprattutto gli aspetti ambientali e di prevenzione del rischio idrogeologico, e a questo punto rimango molto perplessa su un progetto dove è stato infilato di tutto e di più. Resta quindi aperto il dibattito sull’effettiva efficacia di strumenti di programmazione così ampi e articolati. Da un lato vi è chi li considera occasioni strategiche per attrarre finanziamenti e promuovere uno sviluppo integrato del territorio; dall’altro emergono dubbi sulla capacità delle amministrazioni locali di tradurre progetti complessi in risultati concreti. La mia sensazione è che spesso questi contenitori programmatici rischiano di trasformarsi in percorsi burocratici molto articolati, all’interno dei quali trovano spazio interventi estremamente diversi tra loro, senza che si arrivi poi a una reale attuazione delle opere previste. Parallelamente continua a essere sollevato il tema delle risorse necessarie per la manutenzione ordinaria dei corsi d’acqua e per la prevenzione del dissesto idrogeologico, settori nei quali amministratori e cittadini lamentano da anni una cronica carenza di fondi che puntualmente vengono annunciati in pompa magna ma sono solo sulla carta. Io ormai non ci casco più. La domanda al momento rimane aperta: la Coesione Territoriale del Bacino del Tanaro tornerà ad essere una priorità politica dopo il 2027 oppure il progetto è destinato a rimanere sospeso indefinitamente? E soprattutto, quale sarà il destino delle risorse eventualmente stanziate e non utilizzate? Sono interrogativi che è normale pormi, quindi si attendono risposte chiare da parte delle istituzioni coinvolte.
Voto: 6

3) C’è una domanda che merita di essere posta di fronte a un amministratore pubblico che risponde a una critica politica con un’intimidazione, o peggio ancora con una querela: perché la critica e la memoria danno così tanto fastidio? Questa riflessione vuole essere un sostegno a chi fa informazione e opinione (me compresa) soprattutto nelle piccole testate locali, spesso considerate più vulnerabili alle pressioni della politica. Le grandi redazioni dispongono di strumenti e risorse che consentono loro di difendere più facilmente la propria autonomia, ma per chi opera in realtà più piccole il rischio di intimidazioni può essere maggiore. Prendo sempre più atto che fare informazione e opinione oggi è un’attività esposta a numerose fragilità. Le pressioni dirette o indirette possono mettere a dura prova l’indipendenza e la serenità di chi svolge questo lavoro, ma anche di chi semplicemente per passione civile, contribuisce al dibattito pubblico. Uno dei principi fondamentali di ogni democrazia è il diritto all’opinione, al pensiero e alla critica politica, purché esercitati nel rispetto della verità dei fatti e della correttezza dei toni. Ricoprire una carica pubblica a qualsiasi livello, comunale, provinciale, regionale non conferisce il diritto di intimidire o tentare di mettere a tacere chi informa, commenta o esprime un dissenso motivato. La politica dovrebbe vivere di confronto, chi sceglie di candidarsi, di amministrare una città o di assumere un incarico pubblico accetta inevitabilmente il giudizio dell’opinione pubblica e di essere valutato non solo per ciò che fa oggi, ma anche per ciò che ha detto o fatto ieri e faccio un esempio: se un esponente politico quando si trova all’opposizione sostiene una determinata posizione e una volta giunto al governo di una città, di una provincia o di una regione, adotta una linea opposta, è naturale che qualcuno lo faccia notare. Non si tratta di un’aggressione né di una diffamazione, è il normale esercizio della memoria pubblica. Giornali, opinionisti, blogger e cittadini svolgono una funzione essenziale quando confrontano promesse e risultati, dichiarazioni e decisioni, parole e fatti tra l’altro se il pregresso è ampiamente documentato. La memoria è spesso scomoda proprio perché misura la coerenza e la coerenza in politica ha un valore enorme. Questo non significa che un amministratore non possa cambiare idea: cambiare opinione è legittimo e talvolta persino doveroso, ma quando ciò accade, la politica dovrebbe spiegare le ragioni del cambiamento, non irritarsi con chi lo evidenzia. In una democrazia matura, la critica politica non dovrebbe essere percepita come un’offesa personale e il rapporto tra potere, memoria, informazione e diritto di critica, accompagna le democrazie da secoli. Al di là delle singole vicende, il dibattito pubblico ha bisogno di persone che pongano domande, verifichino la coerenza delle scelte politiche e contribuiscano a mantenere viva la memoria dei fatti. A questo punto potrebbe essere utile non solo a chi fa informazione e opinione ma soprattutto chi governa, la lettura di due libri particolarmente significativi che aiutino a capire e comportarsi. Il primo è: “Il potere dei senza potere” di Václav Havel, che analizza come i sistemi di potere temano chi racconta la realtà e mette in luce le contraddizioni del sistema, si tratta di una riflessione ancora attuale anche per le democrazie contemporanee. Il secondo è: “1984” di George Orwell, forse l’opera più celebre sul rapporto tra potere e controllo dell’informazione, dove il potere non si limita a governare ma pretende di riscrivere la memoria e la verità, emblematica la sua celebre affermazione: “chi controlla il passato controlla il futuro”. Per questo ricordare non è un atto di ostilità, ma un esercizio di responsabilità civile e una politica che non teme le domande e il confronto dimostra la forza delle proprie ragioni, non la debolezza delle proprie certezze.
Voto: 2


