L’assessore Riboldi: “IRCCS Alessandria Casale Monferrato tassello fondamentale per una sanità piemontese di vera eccellenza. Ora pensiamo al nuovo Ospedale”

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di Ettore Grassano

Il primo IRCCS pubblico del Piemonte sull’asse Alessandria Casale Monferrato è ormai realtà, e per l’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi, che di Casale è stato sindaco dal 2019 al 2024, c’è sicuramente anche una componente di orgoglio e soddisfazione in più per il raggiungimento di un traguardo davvero storico. E, come ci racconta l’assessore, l’Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico potrebbe e dovrebbe fare da ‘apripista’ al riconoscimento di altre realtà sanitarie piemontesi tra Torino, Novara, Orbassano.

Ma la sanità piemontese non vive di soli IRCCS. L’assessore Riboldi ne è consapevole, e tra liste di attesa, carenze di personale e riorganizzazione delle reti ospedaliere e dei servizi territoriali ci aiuta a tracciare una ‘mappa’ della situazione, per provare a ‘proiettare’ lo scenario regionale fino al 2029, e ovviamente anche oltre.

Assessore Riboldi, il primo IRCCS pubblico del Piemonte tra Alessandria e Casale Monferrato è un traguardo epocale: spieghiamo bene cosa questo significherà per i cittadini della nostra provincia, dal punto di vista sanitario.
«Il grande vantaggio di un IRCCS è quello di portare la ricerca direttamente al letto del paziente. Questo vuol dire maggiore accesso a sperimentazioni cliniche, percorsi diagnostici innovativi, nuove opportunità terapeutiche e una capacità ancora più forte di attrarre professionisti e competenze, quindi più personale e più fondi dedicati direttamente dal ministero.
Per quanto riguarda le patologie amianto-correlate e il mesotelioma, che rappresentano una parte importante della storia di questo territorio, il riconoscimento consentirà di compiere ulteriori passi avanti sul fronte della ricerca, della prevenzione e della presa in carico dei pazienti.
Ma c’è anche un valore simbolico molto forte: da una tragedia che ha segnato profondamente Casale Monferrato e l’intero territorio alessandrino nasce oggi una struttura riconosciuta a livello nazionale per la sua capacità di fare ricerca, innovazione e cura».

Quale sarà l’assetto gestionale che darete all’IRCCS? Guardando al panorama nazionale, lo strumento più efficace pare essere una Fondazione dedicata. In ogni caso: da dove arriveranno le risorse per sostenere un Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico?
«Il riconoscimento dell’IRCCS non nasce per modificare gli assetti istituzionali esistenti, ma per rafforzare ulteriormente un modello che negli anni ha già dimostrato la propria efficacia.
La legge regionale approvata nel 2024 prevede gli strumenti necessari per accompagnare lo sviluppo dell’IRCCS e garantire la piena integrazione tra attività assistenziale, ricerca e formazione. Nei prossimi mesi prenderà avvio il percorso previsto dalla normativa nazionale per il consolidamento del nuovo Istituto.
Parallelamente continueremo a investire nel rafforzamento delle attività di ricerca già costruite all’interno del DAIRI, che rappresenta uno degli elementi qualificanti del riconoscimento ottenuto.
Per quanto riguarda le risorse, il riconoscimento IRCCS consente di accedere a specifici finanziamenti ministeriali dedicati alla ricerca corrente e finalizzata, oltre ad aumentare la capacità di attrarre progettualità nazionali, europee e partnership scientifiche. L’obiettivo è mettere a sistema nuove opportunità senza gravare sui servizi destinati ai cittadini».

All’inizio del percorso non mancavano gli scettici sul raggiungimento di una meta così ambiziosa: ma l’attuale Commissario Straordinario, il Dottor Maconi, ad ogni difficoltà ha sempre saputo rilanciare, e ci ha creduto senza esitazioni. Sarà lui a guidare il nuovo IRCCS?
«Antonio Maconi ha avuto un ruolo fondamentale in questo percorso e credo che sia giusto riconoscerlo. In questi anni ha costruito e sviluppato il DAIRI, ha creato relazioni scientifiche nazionali e internazionali e ha contribuito in maniera decisiva al raggiungimento di questo risultato.
Per quanto riguarda la governance futura, la normativa prevede specifici passaggi. Uno dei primi sarà la nomina, da parte del Ministero della Salute su indicazione della Regione Piemonte, di un Direttore Scientifico facente funzioni che accompagnerà la fase di avvio del nuovo Istituto.
Saranno quindi le procedure previste dalla legge a definire i futuri assetti organizzativi. Oggi la priorità è consolidare il riconoscimento ottenuto e accompagnare al meglio la partenza dell’IRCCS, valorizzando il lavoro di Antonio Maconi e di tutti i professionisti, ricercatori e operatori sanitari che hanno reso possibile questo risultato».

Dopo Alessandria Casale, il Piemonte avrà altri IRCCS pubblici? La Lombardia ne ha 5 pubblici (tutti gestiti da Fondazioni ad hoc) e 14 privati riconosciuti e accreditati dal Sistema Sanitario Nazionale…
«Credo che il Piemonte abbia tutte le potenzialità per crescere ulteriormente anche sotto questo profilo. Già oggi esistono realtà di assoluto valore che stanno investendo sulla ricerca e sull’integrazione tra università e assistenza.
Proprio per accompagnare questi percorsi la Regione Piemonte ha istituito un tavolo di lavoro dedicato allo sviluppo della rete della ricerca sanitaria regionale, coordinato da Antonio Maconi, con l’obiettivo di accompagnare sei aziende sanitarie che stanno investendo in questo percorso: OIRM-Sant’Anna, ASL Città di Torino, CTO e Molinette dell’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino, AOU Maggiore della Carità di Novara e AOU San Luigi Gonzaga di Orbassano.
Ogni candidatura ha naturalmente tempi e caratteristiche proprie e il riconoscimento finale spetta al Ministero della Salute. Il nostro compito è creare le condizioni perché il Piemonte possa giocare un ruolo sempre più importante nella ricerca sanitaria nazionale».

Assessore, la sanità piemontese però non è solo IRCCS, e le criticità non mancano mai, sia sul fronte della qualità dei servizi (aspetto che sta più a cuore a tutti i cittadini), sia dal punto di vista dei costi, in costante affanno. Dopo due anni di lavoro certamente impegnativo, qual è il suo bilancio ‘di tappa’?
«Credo che il bilancio vada letto in una prospettiva più ampia rispetto agli ultimi due anni. Molti dei cambiamenti che oggi stanno diventando realtà nascono infatti da un percorso avviato già durante il primo mandato del presidente Cirio, quando sono state poste le basi per affrontare criticità che il sistema sanitario piemontese si trascinava da tempo.
Negli ultimi due anni abbiamo cercato di imprimere una forte accelerazione a questo lavoro, trasformando la programmazione in risultati concreti: il grande piano di edilizia sanitaria da quasi 5 miliardi di euro, il rafforzamento della sanità territoriale attraverso il PNRR (91 case della comunità, 30 ospedali della comunità, 46 centrali operative territoriali), la crescita del personale da 55 mila a oltre 59 mila unità, la drastica riduzione del ricorso ai gettonisti e il riconoscimento del primo IRCCS pubblico del Piemonte, nonché un percorso di forte recupero delle liste d’attesa con attività aggiuntive negli ospedali la sera, il sabato e la domenica e il nuovo metodo dei quadranti.
Naturalmente sappiamo che restano problemi importanti da affrontare, ma credo che oggi la sanità piemontese abbia una direzione chiara e una visione di lungo periodo».

Parliamo di prenotazioni e liste di attesa. Lei sa bene che tanti cittadini si lamentano: ci sono segnali di miglioramento?
«Le liste d’attesa restano una delle nostre priorità assolute. I cittadini hanno ragione a pretendere risposte e sappiamo che ci sono ancora criticità.

Tuttavia i dati più recenti mostrano alcuni segnali incoraggianti, soprattutto sulle prime visite. Abbiamo aumentato significativamente il numero delle prestazioni erogate passando da 1,9 milioni del 2023 ai 2,2 milioni del 2025, potenziato le attività aggiuntive serali e nei fine settimana arrivando alle 250.000 del 2025, e stiamo lavorando alla realizzazione del nuovo CUP regionale con l’obiettivo di semplificare l’accesso ai servizi.
Siamo consapevoli che la strada è ancora lunga, ma oggi abbiamo strumenti e investimenti che ci consentono di affrontare il problema in modo strutturale».

Questione personale: pochi medici, infermieri spesso in fuga. State tentando anche reclutamenti all’estero, ma la questione rimane critica…
«La carenza di personale è una sfida nazionale ed europea. Non esistono soluzioni semplici o immediate.
In Piemonte abbiamo scelto di agire su più fronti: nuove assunzioni, valorizzazione economica e professionale, riduzione del precariato, concorsi centralizzati attraverso Azienda Zero e iniziative per attrarre professionisti anche dall’estero con percorsi formativi universitari dedicati.
I primi risultati si vedono: oggi il sistema sanitario piemontese conta oltre 4.200 professionisti in più rispetto al 2019 e oltre 2.260 rispetto al giugno 2023. Dobbiamo continuare su questa strada perché senza professionisti non esiste sanità».

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Guardiamo all’Alessandrino: che una rete di presidi ospedalieri come la nostra sia insostenibile con parametri di sanità specialistica è evidente, ma appena qualcuno prova ad affrontare la questione, viene impallinato su fronti diversi. Eppure logica vorrebbe che in una provincia di poco più di quattrocentomila abitanti esistesse un ospedale moderno e di qualità, e una rete di servizi territoriali degni di questo nome….ci arriveremo mai?
«Io credo che il futuro della sanità non sia scegliere tra ospedale e territorio, ma farli funzionare insieme. L’Alessandrino ha bisogno di un ospedale di riferimento forte, moderno e altamente specializzato, ma anche di una rete territoriale efficiente fatta di Case della Comunità, Ospedali della Comunità, assistenza domiciliare e servizi di prossimità.
È esattamente la direzione che stiamo seguendo. Non sarà un cambiamento che si realizza in pochi mesi, ma i cantieri del PNRR e gli investimenti che stiamo portando avanti vanno proprio in questa direzione».

A proposito: ci dia un quadro aggiornato sui tempi del nuovo ospedale di Alessandria.
«Abbiamo appena compiuto un passaggio molto importante con la pubblicazione della gara per la progettazione del nuovo ospedale. Si tratta di un investimento complessivo da 410 milioni di euro finanziato attraverso il programma INAIL per l’edilizia sanitaria, con un’anticipazione regionale di 20 milioni di euro destinata alla progettazione.
L’obiettivo è affidare la progettazione entro il 2026 e trasmettere il Progetto di Fattibilità Tecnico-Economica all’INAIL entro il 2027. Parliamo di una struttura progettata per integrare assistenza, ricerca, formazione e innovazione. Un ospedale che nasce già pensando alla nuova dimensione dell’IRCCS e alla medicina dei prossimi decenni».

Alla fine del suo attuale mandato, nel 2029, per cosa le piacerebbe essere ricordato dai piemontesi?
«Mi piacerebbe essere ricordato per aver contribuito a lasciare una sanità più forte di quella che ho trovato. Una sanità con più personale, meno attese, ospedali più moderni e una rete territoriale più vicina ai cittadini.
Mi piacerebbe soprattutto che i piemontesi potessero dire di avere una sanità pubblica più forte, più accessibile e più vicina alle persone. Una sanità universale e gratuita che continui a garantire il diritto alla cura indipendentemente dalle condizioni economiche e sociali.
Se riusciremo a riportare sempre più cittadini, a partire dalle fasce più fragili, a scegliere e a fidarsi del servizio sanitario pubblico, allora vorrà dire che avremo raggiunto uno degli obiettivi più importanti del nostro lavoro».


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