di Graziella Zaccone Languzzi

1) Alessandria in fase di cosmetica urbana: il porfido luccica ma basta allontanarsi da Palazzo Rosso per vedere le crepe. L’ultima notizia è l’annuncio dell’ennesima operazione di maquillage attorno a Palazzo Rosso e Piazza della Libertà. Si sistemano i porfidi, si pulisce il guano, si cambiano reti antipiccione e dissuasori e si ridisegna il salotto buono della città. Tutto legittimo per carità, nessuno rimpiangerà qualche buca e nemmeno i piccioni che considerano i portici comunali una dépendance personale. Il problema è che mentre si lucida il salotto, il resto della casa continua a chiedere aiuto. Tutto ciò mi fa pensare a una vecchia signora che ogni mattina si mette davanti allo specchio, si incipria con cura, una passata di rossetto, due gocce di profumo dietro le orecchie e una pettinata strategica per nascondere il tempo che passa. Poi però sotto il vestito spuntano una sottoveste rattoppata, una calza smagliata e una biancheria che avrebbe bisogno di ben altro che un po’ di acqua di colonia. Ecco, a volte Alessandria mi sembra proprio quella signora. Basta allontanarsi di qualche centinaio di metri dal Palazzo Comunale per ritrovare marciapiedi che sembrano percorsi di addestramento per alpini, lastre che si sollevano come lievito madre, asfalti che raccontano più stratificazioni della storia romana e attraversamenti pedonali trasparenti . L’impressione è che l’amministrazione abbia sviluppato una particolare attenzione per ciò che si vede dalle finestre del Comune. Una sorta di urbanistica a raggio limitato che dal Palazzo Rosso tutto deve apparire in ordine, il resto magari verrà e sia chiaro, spendere soldi per manutenzioni e sicurezza è sempre meglio che lasciar degradare tutto, gli attraversamenti rialzati annunciati sono utili, la manutenzione necessaria e la riqualificazione dell’anello della piazza non è certo una colpa, ma una città non è una vetrina e non può vivere soltanto di interventi concentrati nei luoghi più fotografati, nella piazza più rappresentativa o nelle zone dove passano amministratori e visitatori perché una città assomiglia molto a una persona, non basta il fondotinta se poi le scarpe hanno le suole bucate. Così il porfido viene lucidato, i portici vengono ripuliti e i piccioni sfrattati. Peccato che appena si esce dal centro delle cerimonie, la realtà torni a bussare con la delicatezza di una lastra di marciapiede sconnessa. E allora viene spontaneo pensare a quella vecchia signora elegante e un po’ demodé, profumo francese, rossetto impeccabile, cappellino ben sistemato … poi però la biancheria rattoppata continua a spuntare da sotto l’orlo.
Voto: 4

2) Teatro Comunale delle riaperture annunciate. Dal cantiere alla leggenda …. il Teatro che doveva riaprire sempre l’anno prossimo. Vabbè vediamo se questa sarà la volta buona perché ci è stato annunciato che sarà riaperto prima di Natale e il sogno di Alessandria e Palazzo Rosso pare sia a portata di mano. La notizia del 12 giugno ci racconta che si partirà con la Sala Ferrero, il foyer e con il bar ristorante e per il vicesindaco Barosini ormai siamo a tre quarti del percorso, si legge qui. Se esistesse una disciplina olimpica dedicata agli annunci di riapertura, il Teatro Comunale di Alessandria sarebbe ormai pronto a salire sul podio e non per la velocità dei lavori, ma per la quantità di date che negli anni si sono succedute senza arrivare al traguardo: un conto alla rovescia infinito. Il paragone utilizzato da Enrico Sozzetti con le dichiarazioni di Donald Trump sulle tregue internazionali può sembrare provocatorio, ma fotografa bene la situazione: gli annunci si moltiplicano, la realtà continua a rincorrerli e si legge qui: “Alessandria e il Teatro comunale che continua a non avere la scadenza [Centosessantacaratteri]”. L’ultimo aggiornamento racconta di un’opera imponente, costata oltre 18 milioni di euro, con impianti all’avanguardia e spazi che stanno prendendo forma. Una buona notizia senza dubbio ma accanto alle certezze restano interrogativi che nessuno per ora, riesce a sciogliere definitivamente e le domande: quando aprirà davvero? Chi gestirà la struttura, con quali risorse verrà completata la sala principale e soprattutto: chi investirà nel tratto finale di un percorso che appare ancora lontano dall’essere concluso. Il rischio è che il dibattito si concentri sul nome del futuro teatro, sul logo o sul bar del foyer, mentre la domanda fondamentale resta senza risposta: quando i cittadini potranno tornare a sedersi in platea? La sensazione è che il Teatro Comunale sia diventato una sorta di opera in perenne anteprima. L’architettura e visualizzazione grafica 3D c’è, i progetti anche, le conferenze non mancano, ma quello che continua a mancare è una data che resista al passare dei mesi e forse il vero problema non è il ritardo, è l’abitudine al ritardo perché quando una scadenza viene rinviata abbastanza volte, smette di essere una scadenza e diventa semplicemente un’ipotesi. Un esempio? La piscina Comunale: più che un’opera pubblica, un calendario da aggiornare periodicamente dove le date cambiano ma il risultato resta lo stesso.
Voto: 4

3) Europa verde o Europa scollegata dalla realtà? Chi mi legge sa bene quale sia il mio giudizio critico sull’Unione Europea, e non sono certo la sola. Qualche giorno fa un amico mi ha inviato un articolo accompagnato da un commento lapidario: “Questi sono sempre più matti”. L’articolo riguarda il nuovo Regolamento europeo sul Ripristino della Natura, uno dei provvedimenti ritenuto più ambizioso da quei signori piazzati in quel carrozzone a decidere per i Paesi membri , un provvedimento inserito nel quadro del Green Deal europeo: “Nature Restoration Regulation”. All’interno dell’articolo vi è il testo del lunghissimo nuovo Regolamento Europeo (è in inglese quindi ho chiesto aiuto al traduttore automatico). Con questo regolamento l’Unione Europea afferma di voler tutelare ecosistemi, biodiversità e clima. Obiettivi certamente condivisibili, la domanda però è un’altra: a quale prezzo e con quali conseguenze per i territori, per l’agricoltura e per le attività produttive? Negli ultimi anni Bruxelles sembra aver imboccato una strada sempre più distante dalla realtà quotidiana di cittadini, agricoltori e imprese e in nome della tutela ambientale si moltiplicano vincoli, obblighi e adempimenti burocratici, mentre chi vive e lavora sul territorio viene spesso considerato più come un problema che come parte della soluzione. L’Italia rischia di essere uno dei Paesi maggiormente interessati dagli effetti di queste politiche, i nostri paesaggi non sono ambienti incontaminati rimasti immutati nel tempo, ma il risultato di secoli di lavoro umano, di agricoltura, allevamento e gestione del territorio. La sensazione di molti cittadini è che l’Europa stia progressivamente confondendo la necessaria tutela dell’ambiente con un approccio sempre più ideologico penalizzando le capacità decisionali degli Stati membri. Se il Green Deal continuerà a procedere senza tenere adeguatamente conto delle esigenze concrete dei territori, il rischio è quello di allontanare ulteriormente i cittadini dalle istituzioni europee, alimentando una distanza che già oggi appare evidente. Ma c’è un altro aspetto del regolamento che merita attenzione, tra gli obiettivi previsti figura infatti il ripristino della continuità dei corsi d’acqua europei, attraverso interventi che potrebbero riguardare anche sbarramenti e opere considerate non più funzionali. L’obiettivo dichiarato è quello di migliorare la salute dei fiumi, favorire la biodiversità e rendere nuovamente liberi almeno 25.000 chilometri di corsi d’acqua entro il 2030… chissà come pensano di riuscire a farlo fare in meno di quattro anni. Secondo l’impostazione europea, dighe, traverse, briglie e altri ostacoli artificiali alterano il flusso naturale dei fiumi, ostacolare gli spostamenti della fauna acquatica e modificare gli ecosistemi fluviali. Da qui la volontà di intervenire per ripristinare una maggiore continuità naturale. Ed è qui che entra in gioco anche l’Italia e a fare un esempio parlo del nostro corso d’acqua, il fiume Tanaro. Il Tanaro nel suo percorso di circa 276 chilometri è caratterizzato da numerosi sbarramenti trasversali, chiuse, derivazioni idroelettriche, briglie di consolidamento e altre opere artificiali distribuite soprattutto nei tratti montani e collinari, numerosi sono gli impianti e opere realizzati per scopi irrigui da soggetti privati o consorzi. Anni fa, per una sfida nata ai tempi quando ero ospite fissa a Radio Voce Spazio di San Michele, da un noto personaggio alessandrino (oggi scomparso) mi sentii sostenere che lungo il Tanaro non esistessero opere in grado di ostacolare il deflusso delle acque. Io sostenevo il contrario e per dimostrare nero su bianco ciò che andavo sostenendo, intrapresi un paziente e lungo lavoro di censimento, contando uno per uno gli sbarramenti presenti lungo il corso del fiume. Quel lavoro, che conservo ancora oggi in forma cartacea, dimostrava esattamente il contrario. Quando proposi un confronto pubblico a RVS sull’argomento, il diretto interessato preferì non raccogliere l’invito temendo il confronto pubblico. Chissà perché negare l’esistente e l’evidente. Ho di fronte a me quelle pagine mi chiedo quanto tempo ci vorrà per eliminare ogni sbarramento anche privato esistente sul nostro fiume per farlo scorrere liberamente … ma liberamente per farlo andare dove, nelle nostre case, attività, opere pubbliche? Al di là delle opinioni politiche una cosa appare certa: prima di immaginare interventi su larga scala decisi da Bruxelles, sarebbe opportuno conoscere fino in fondo le realtà locali, la storia dei territori e le esigenze di chi quei territori li vive ogni giorno perché la natura va certamente tutelata, ma senza dimenticare che l’uomo, in molte parti d’Europa, ne fa parte da secoli e la frase: “Questi sono sempre più matti”, la ritengo appropriata.
Voto: 2


