Tragicomiche cronache dal Punto Giallo Asl. I sogni di Barosini e un po’ di storia del Gruppo Amag [Le pagelle di GZL]

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di Graziella Zaccone Languzzi

1) Totem sanitario o percorso a ostacoli? Al Punto Giallo l’unica cosa semplice è chiedere aiuto. Venti giorni fa ero seduta nella sala d’attesa del Poliambulatorio Patria di via Pacinotti, ad Alessandria. La mia postazione era praticamente in prima fila, con vista privilegiata sul famoso Punto Giallo. Per chi non lo conoscesse, parliamo delle casse automatiche installate nelle ASL per il pagamento dei ticket sanitari, e in molti casi per l’auto accettazione delle prestazioni. Strumenti pensati per velocizzare le procedure, ridurre le code agli sportelli e offrire un servizio moderno, rapido e disponibile quasi sempre, almeno sulla carta. Come ho già scritto altre volte, ricevo spesso segnalazioni dai lettori per le mie pagelle, le raccolgo, le metto nel cassetto e le utilizzo soltanto quando riesco a verificare personalmente quanto mi viene raccontato. E così è stato anche questa volta. Quel giorno dal mio comodo osservatorio ho assistito per circa un’ora a una scena che definire istruttiva sarebbe riduttivo. In quel lasso di tempo non ho visto una sola persona completare l’operazione in totale autonomia. Nemmeno coppie relativamente giovani, quelle che teoricamente dovrebbero avere maggiore familiarità con la tecnologia, riuscivano a cavarsela. Un signore particolarmente determinato nel tentativo di fare tutto da sé, ha provato a infilare il bancomat in ogni fessura disponibile del totem, fortunatamente qualcuno gli ha indicato dove doveva appoggiarla prima che tentasse anche con la presa dell’aria. Nel 90% dei casi è dovuto intervenire l’addetto all’informazione per spiegare, guidare, correggere e rassicurare. Ora, io sto semplicemente raccontando ciò che ho visto e devo ammettere di aver assistito a tragiche comiche. Forse non tutti i totem sono così complicati, forse esistono modelli più semplici. Però una domanda mi è sorta spontanea: se alla fine quasi tutti devono chiedere aiuto a una persona in carne e ossa, non sarebbe più logico tornare allo sportello fisico? Le code infatti non spariscono, semplicemente si spostano davanti a quel “coso” giallo dove si formano piccoli capannelli di utenti confusi, spesso imbarazzati, alle prese con schermate, codici e procedure. E il disagio aumenta quando si tratta di persone anziane, di chi non possiede uno smartphone, non usa il bancomat o ha difficoltà visive e cognitive. A mio avviso lo scopo dichiarato dei totem è quello di snellire le attese, ma quello reale è soprattutto ridurre la necessità di personale agli sportelli. Peccato che, almeno in alcuni casi, i vantaggi non siano così evidenti. L’assistenza umana continua ad avere qualcosa che nessuna macchina riesce ancora a replicare: la capacità di comprendere dubbi, risolvere situazioni particolari e adattarsi alle esigenze delle persone, senza contare che in un contesto sanitario il contatto umano è spesso rassicurante e contribuisce a ridurre l’ansia. E lo dico senza alcuna vergogna, perché anch’io appartengo alla categoria dei poco o per niente avvezzi alla tecnologia avanzata. Per curiosità ho chiesto su Google quale fosse la procedura corretta per utilizzare i totem sanitari. Occorre avere a portata di mano la tessera sanitaria o il codice fiscale, il promemoria della prenotazione con numero o codice a barre, inserire o scansionare i documenti richiesti, selezionare la prestazione da pagare, procedere con il pagamento tramite carta, bancomat o dove previsto contanti e infine ritirare la ricevuta da consegnare al medico. Detto così sembra semplicissimo, peccato che osservando quanto accade nella realtà, la sensazione sia diversa. Chi riesce a completare l’operazione senza aiuti potrebbe tranquillamente alzare le braccia al cielo e gridare: “Hurrà, ce l’ho fatta!” . Io invece probabilmente urlerei: “Aiuto, c’è qualcuno che mi dà una mano?” … e non sto scherzando. Voi invece?
Voto: 3

2) “Alessandria sogna piazza della Libertà senza auto”. È il titolo di un articolo pubblicato da La Stampa il 3 giugno scorso. A ben vedere, tuttavia, più che il sogno di Alessandria, vale a dire dei suoi circa 96 mila cittadini, sembra essere il sogno del vicesindaco Giovanni Barosini, titolare di un pacchetto di deleghe talmente ampio che, a leggerlo tutto d’un fiato, si rischia di andare in apnea. Artigianato, commercio, agricoltura, mercati, rapporti con ASL e ASO, nuovo teatro, gemellaggi, marketing territoriale. Di fronte a un elenco del genere i comici Zuzzurro e Gaspare avrebbero probabilmente esclamato il loro celebre: “ciumba, che bel bottino!”. Come insegna la canzone di Cenerentola, “i sogni son desideri”, è capire se questo desiderio coincida con quello degli alessandrini oppure sia più semplicemente un progetto custodito nel cassetto del vicesindaco. Perché liberare piazza della Libertà dalle automobili significa eliminare una delle poche possibilità di accesso diretto al centro cittadino per chi ancora ha l’ardire di andarci a fare acquisti, bere un caffè o sbrigare una commissione senza dover prendere un taxi, il trasporto cittadino non è capillare quindi per niente pratico. In un’epoca in cui il commercio di vicinato combatte già una partita difficile contro centri commerciali ed e-commerce, togliere ulteriori possibilità di sosta rischia di assomigliare a una dieta prescritta a chi è già dimagrito troppo. Ma il sogno del vicesindaco non si ferma a piazza della Libertà: l’obiettivo riguarda tutte le piazze cittadine. E qui sorge spontanea una domanda che nemmeno Sigmund Freud riuscirebbe a liquidare con facilità: se le piazze non ospitano più le auto, dove parcheggiamo? Già oggi, il lunedì, con piazza Garibaldi, piazza Perosi e piazza Ceriana occupate dal mercato, la città sperimenta una sorta di esercitazione pratica di “parcheggio creativo”, gli automobilisti girano, cercano, perdono tempo, ma poi togliere spazi di transito e parcheggi alle auto è davvero corretto? Considerando che l’automobile rappresenta una rilevante fonte continua di entrate per Stato, Regioni, Province e Comuni, la questione merita una riflessione. L’automobilista paga il bollo, l’assicurazione annuale, le accise sui carburanti, i parcheggi e talvolta persino multe poi risultate non dovute. Per questo motivo, non sarebbe legittimo aspettarsi di poter usufruire pienamente del proprio mezzo e delle infrastrutture necessarie alla sua circolazione? Poiché sognare è legittimo e persino salutare, ma amministrare richiede anche qualche dose di realtà, forse sarebbe opportuno pensare prima ai parcheggi e poi ai divieti. Parcheggi veri, decorosi e possibilmente vicini al centro, magari non sotterranei e trasformati in ambientazioni che ricordano più un film post apocalittico che un servizio pubblico, come quelli di piazza Ambrosoli e via Verona: e non dimentichiamo il multipiano di via Parma, che pare aver intrapreso da tempo una personale carriera nell’abbandono. Nell’intervista il vicesindaco spiega che il percorso sarà graduale e accompagnato da soluzioni alternative, a partire da una migliore valorizzazione dei parcheggi esistenti e dalla creazione di nuove aree di sosta. Ottimo proposito, la domanda però, è la stessa che si sente spesso nei cantieri annunciati e mai partiti: lo faccia, cosa aspetta? Perché il calendario corre veloce, rimane solo più un anno e l’anno che resta davanti all’attuale amministrazione appare piuttosto breve per realizzare prima il pratico e poi il teorico. Tradotto: prima i parcheggi e poi i sogni. A giugno 2027, infatti, saranno gli elettori a decidere se il progetto merita di proseguire o di restare nel grande libro dei desideri incompiuti. L’esperienza degli ultimi tempi dimostra che la combinazione tra ZTL, APU e progressiva riduzione dei parcheggi non sempre produce i risultati sperati. Le trasformazioni urbane funzionano quando sono accompagnate da accessibilità, trasporto pubblico efficiente e alternative concrete. Diversamente il rischio è quello di ottenere una piazza certamente più libera dalle automobili, ma anche più libera dai clienti, dai passanti e dalle attività economiche. Prima di inseguire un sogno urbanistico, forse sarebbe utile chiedersi se il centro storico di Alessandria abbia davvero bisogno di nuovi divieti oppure di qualcosa di più semplice e meno romantico: riportare persone, lavoro e vitalità in un’area che da anni continua a perdere pezzi. Perché una piazza vuota di auto può essere una bella immagine. Una piazza vuota e basta, molto meno.
Voto: 2

3) Il caso AMAG, da patrimonio dei cittadini a saldo di fine stagione con vent’anni di smantellamento: l’ultima fetta è Ambiente. AMAG continua a perdere pezzi. Dopo anni di cessioni e riorganizzazioni, ora tocca ad AMAG Ambiente. AMAG Spa e la stessa società sostengono che la gara a doppio oggetto per l’ingresso di un socio privato al 49% sia una scelta obbligata per migliorare il servizio, evitare penali e garantire investimenti urgenti. Una tesi che però trova l’opposizione di una parte della politica cittadina e di numerosi lavoratori. Ci sono voluti più di vent’anni perché il gruppo AMAG si sciogliesse come neve al sole. Un lento e progressivo smantellamento che oggi porta alla cessione di un altro pezzo di quella che era una delle principali realtà pubbliche del territorio. A tal proposito, consiglio la lettura dell’articolo del professor Pierluigi Cavalchini: “AMAG Alessandria. Un mistero”. La vicenda ricostruita dall’autore mostra come AMAG sia passata dall’essere un’azienda pubblica capace di produrre valore e garantire stabilità nei servizi essenziali a un gruppo costretto a rincorrere emergenze, ristrutturazioni, cambi di governance e continui piani di salvataggio. Negli ultimi anni parole come “crisi”, “rilancio”, “transizione”, “ristrutturazione” e “recupero” sono diventate parte integrante del vocabolario aziendale. Un lessico che racconta meglio di qualsiasi bilancio il declino di una realtà che un tempo rappresentava un’eccellenza cittadina. Per quanto riguarda la gestione dei rifiuti, verrebbe da dire che Alessandria è passata dalla padella alla brace. Un po’ di storia aiuta a capire come si è arrivati fino a qui. Negli anni ’50/’60 il servizio di nettezza urbana era gestito dalla SOCOS, suppongo fosse una società privata. La svolta arrivò nel 1974 quando il sindaco Felice Borgoglio (vice sindaco con delega alle Partecipate Alfio Brina, recentemente scomparso) decise di municipalizzare il servizio, partendo da un principio semplice: acqua, gas, trasporti e rifiuti erano servizi pubblici strategici e dovevano restare sotto il controllo diretto del Comune. Essendo una attenta conoscitrice della storia cittadina in molti ambiti compreso il lato politico, riconosco da sempre che Felice Borgoglio è stato uno dei sindaci più importanti della storia di Alessandria, grande protagonista negli anni ’70. La sua amministrazione coincise con una fase di profonda trasformazione urbana e di modernizzazione dei servizi. Costruì strutture e modelli destinati a durare nel tempo. Nel 1993, dopo il commissariamento della città, arrivò Francesca Calvo della Lega Nord. Per le municipalizzate fu un periodo particolarmente positivo e l’AMIU venne considerata un modello di riferimento nel settore, la direzione fu affidata dalla Calvo a Dino Foresto, e su AMIU fece un buon lavoro. Nel 2002 la guida della città tornò al centrosinistra con Mara Scagni. Nel 2003 nacquero ARAL e il Consorzio di Bacino Alessandrino. Attorno al settore rifiuti prese forma una complessa architettura di enti, partecipate e incarichi. Durante quel periodo le posizioni di gestione e controllo in AMIU apparivano decisamente abbondanti: un presidente, un vice presidente, un procuratore/direttore, sette consiglieri espressione della coalizione, un presidente del collegio sindacale, due sindaci effettivi e due supplenti, oltre al responsabile tecnico. È lecito immaginare che anche nelle altre strutture non mancassero poltrone e incarichi. Chi non entrò nel Consiglio, ciascuno ebbe una sua posizione (conservo l’elenco dei nomi). Alla fine del mandato Scagni, con l’introduzione del porta a porta, l’AMIU iniziò a mostrare i primi segni di sofferenza. Il servizio divenne progressivamente più costoso per effetto dell’aumento del personale, dei costi operativi e degli oneri legati alla raccolta differenziata. Nel 2007 arrivò Piercarlo Fabbio, ereditando una situazione già complessa. La successiva crisi finanziaria del Comune travolse anche il sistema delle partecipate e l’AMIU entrò in una fase critica. Nel 2012 Rita Rossa azzerò in pochi giorni i vertici della holding AMAG e avviò una nuova stagione di cambiamenti. Ma la parabola discendente era ormai iniziata. Negli anni successivi le partecipate persero progressivamente il loro carattere pubblico, mentre si susseguivano nuovi manager, nuove strategie e nuovi piani di rilancio. Nel 2017 Cuttica di Revigliasco cercò di tamponare la situazione, e Paolo Arrobbio, attuale Presidente della Fondazione CrAl, oltre a risanare i conti e a recuperare credibilità con il sistema bancario, mise in cantiere progetti innovativi importanti: su tutti smart city e comunità energetiche. Con l’amministrazione Abonante, però, quei progetti sono stati abortiti, e le difficoltà del Gruppo sono divenute evidenti. Oggi AMAG Ambiente, erede dell’AMIU, viene aperta al capitale privato e si prepara a cedere quasi metà del proprio controllo operativo (ammesso che esistano privati interessati al 49%: voi non chiedereste il 51%?). Felice Borgoglio negli anni ’70 costruì, chi è venuto dopo avrebbe dovuto conservare, migliorare e sviluppare quel patrimonio. Invece, amministrazione dopo amministrazione, si è assistito a un lento smontaggio di ciò che era stato realizzato. Oggi la cessione di AMAG Ambiente non appare come un nuovo inizio, ma come l’ennesimo capitolo di una lunga storia di ridimensionamento. Tornando ad AMAG SpA, quando un patrimonio pubblico viene venduto a pezzi, si può parlare di rilancio? Dopo vent’anni di cessioni, forse sarebbe più onesto chiamarlo con il suo nome: smantellamento.
Voto: 2


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