
di Ettore Grassano
“Quando ho sentito il medico del pronto soccorso dire al telefono al collega del reparto ‘ti mando su il cieco’ mi è venuto spontaneo dirgli ‘arrivando dirò mi manda l’imbecille del pianterreno’, ma poi mi sono reso conto che il problema non era solo maleducazione individuale, ma la mancanza di strumenti adeguati con cui interagire con le persone disabili. Ho chiesto un confronto con i vertici della struttura, e qualcosa di positivo per fortuna sta maturando”. Valter Scarfia, Presidente provinciale dell’Unione Italiana Ciechi, è una vecchia conoscenza di chi scrive, ma anche dei lettori di CorriereAl, che soltanto il mese scorso hanno avuto l’occasione di leggera la sua ultima intervista.
Una chiacchierata ‘a tutto campo’, in cui Valter, oltre a svelarci di essere ormai diventato il social manager della mamma novantacinquenne, cuoca sopraffina con un video blog di cucina super apprezzato (“settimana scorsa il video sugli zucchini ripieni ha fatto 70 mila visualizzazioni, vi rendete conto?”, sorride), ci ha aiutati da par suo a capire cosa significa oggi, per un disabile (non necessariamente non vedente, o comunque non solo) muoversi in una città come Alessandria, quali vantaggi vengono offerti dalla tecnologia, anche applicata alla domotica, ma anche quali sono le difficoltà in ambito sociale, e professionale.
Ci eravamo lasciati con una promessa: affrontare il tema, delicatissimo, del rapporto dei non vedenti con le strutture ospedaliere, a partire naturalmente dal caso alessandrino. “Per anni – spiega Scarfia – ho raccolto le lamentele di soci e socie, stanchi di essere ignorati, o al contrario di essere ‘spostati’ a forza, senza spiegazioni, come se potessero vedere, o dovessero semplicemente fidarsi. Senza contare appunto gli episodi di maleducazione, come quello successo a me in prima persona nel 2024, cui vi ho accennato”.

Ma cosa, concretamente, si sta facendo per migliorare? Il caso particolare di Scarfia a cosa ha portato? “Diciamo che ero un po’ avvantaggiato, sia per la mia carica di presidente provinciale, ma soprattutto perché al centralino dell’Ospedale di Alessandria ci ho lavorato per una trentina d’anni, fino alla pensione nel 2020. Per cui, sapendo come muovermi, non ho avuto grandi problemi a farmi ricevere da una sorta di commissione interna, alla presenza di alti dirigenti, forse un po’ spaventati dal tono della mia missiva. Ma a me davvero non interessava creare il ‘caso mediatico’, non credo alla giustizia in stile Gabibbo. Volevo invece porre una questione, che credo riguardi non solo i non vedenti, ma tanti disabili: non vogliamo essere raccomandati, ma neppure trattati come deficienti”.
Scarfia fa anche qualche esempio concreto, non solo ospedaliero, ma anche: “Se vedi un cieco che si muove con il suo bastone in un luogo che pare non conoscere, provare a chiedergli se ha bisogno una mano può essere un atto di gentilezza. Se poi nell’atrio dell’ospedale ci fosse un addetto che ti accompagna dove devi andare, saremmo al top. Ma non solo: sai quante volte succede che, se il non vedente è accompagnato, e chiede un’informazione a qualcuno, quel qualcuno tende a rispondere all’accompagnatore? Ma siamo ciechi, mica anche sordi: parlateci pure liberamente, vi capiamo!”
Cosa intende evidenziare Scarfia, con un tono anche scherzoso? Che esiste a tutt’oggi un serio problema relazionale nei confronti del disabile, persino in strutture sanitarie il cui personale dovrebbe invece appositamente formato, per capire come approcciarsi, e come essere inclusivo, anziché respingente. E allora, come se ne esce? “Prima di tutto – continua il Presidente dell’Unione Ciechi – con il dialogo costante, e non evitando il disabile, e men che meno mortificandolo con frasi tipo ‘ti mando su il cieco’, ‘vieni a prendere il paralitico’ o simili. Ma l’educazione non basta, occorre conoscere, almeno un po’, le problematiche di chi si ha di fronte. E ci si arriva con la formazione.
Come Unione Ciechi negli anni scorsi, nell’ambito del progetto ‘Piemonte al tuo fianco’, finanziato dalla Regione, abbiamo già organizzato un paio di incontri con il personale ospedaliero, ma su base volontaria, con una partecipazione davvero modesta: tipo 14 iscritti su 1.500 dipendenti. Peraltro efficace per quei pochi, se considero che solo qualche mese dopo, recandomi al Centro Riabilitativo Borsalino, sono stato accolto da un addetto in maniera impeccabile, e ad un certo punto mi ha detto: sono uno di quelli che hanno seguito il tuo corso caro Valter. E’ stata una soddisfazione, significa che è la strada giusta”.
Peraltro il Direttore dell’Ospedale, precisa Scarfia, ha avuto un’intuizione importante per arginare il rischio della bassa partecipazione su base volontaria, e i prossimi incontri saranno inseriti nel percorso ECM, erogando crediti formativi.
“Partiremo con un modulo di 6 ore, per il momento ne abbiamo programmati due in collaborazione con l’Azienda Ospedaliero Universitaria, ma ci hanno anche già contattati da una struttura sanitaria di Milano, che pare interessata a ‘clonare’ un percorso simile: le buone idee, quando funzionano, camminano in fretta per fortuna. E davvero c’è tanto bisogno, e non solo in ambito sanitario, di sfatare un po’ di luoghi comuni sulla disabilità, partendo da situazioni e approcci molto concreti. Tra un anno spero di raccontarvi ulteriori passi in avanti!”




