Sanità, fuga dal Piemonte? Sicurezza, l’ottimismo delle statistiche: e poi il degrado delle case ATC nel centro di Alessandria [Le pagelle di GZL]

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di Graziella Zaccone Languzzi

1) Zona rossa ai giardini di Alessandria: il grande esperimento del “tutti buoni fino al 20 giugno”. Qui si leggono i primi risultati: “Zona rossa ai giardini della stazione di Alessandria: nessun reato riscontrato nel primo mese di controlli”. Ad Alessandria abbiamo finalmente scoperto la soluzione definitiva alla sicurezza urbana: mettere una “zona rossa”, piazzare pattuglie ovunque e sperare che i soliti noti, colti da improvvisa crisi di coscienza, decidano di trasformarsi in educande svizzere almeno fino all’inizio dell’estate: e infatti sono arrivati i primi dati. Dopo un mese di controlli mirati ai giardini davanti alla stazione ferroviaria, le forze dell’ordine su disposizione della Prefettura durante il Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica hanno controllato 1297 persone. Nessun reato rilevato, nessun ordine di allontanamento, tutto tranquillo, tutto sereno quasi da organizzare un picnic con cestino e tovaglia a quadri. I controlli continueranno fino al 20 giugno, e qui parte inevitabilmente il teatrino italiano delle interpretazioni. Da una parte c’è chi dirà: “Avete visto? Nessun reato! Quindi il problema non esiste!”. Dall’altra parte c’è il cittadino medio che passa ogni giorno davanti alla stazione e pensa: “Certo… come no, hanno solo sospeso momentaneamente le attività, come i cantieri ad agosto.” Perché diciamolo: è abbastanza normale immaginare che sapendo di avere addosso occhi, divise, lampeggianti e controlli continui, anche il più creativo dei balordi decida prudentemente di prendersi una pausa operativa, chiamiamolo una sorta di vacanza dell’insicurezza urbana con un accordo: “ci rivediamo il 21 giugno, ragazzi, tenetevi in forma ”. Ed è questo che succederà, perché noi cittadini non siamo dei tardòch (tradotto dall’alessandrino significa degli sciocchi o ingenui), come qualcuno può pensare. Ma il punto è anche un altro: il dato che inevitabilmente fa pensare è che delle 1.297 persone controllate 990 sono risultate di nazionalità straniera, con una percentuale attorno al 76%, mentre gli italiani erano solo 307. La domanda concreta che mi pongo è: com’è possibile che un’area simbolica della città venga percepita da molti alessandrini come “non più loro”? Perché il problema reale non sono i numeri in sé, è la percezione di insicurezza, di abbandono, di spazi pubblici progressivamente sottratti alla vita normale. Quando una famiglia evita i giardini della stazione, quando un anziano accelera il passo, quando un ragazzo preferisce fare il giro lungo pur di non attraversare una zona, allora il problema esiste anche se il verbale dice “nessun reato rilevato”, perché l’insicurezza urbana raramente arriva con la cortesia di annunciarsi. E qui entro nel campo minato dove basta una frase sbagliata per essere immediatamente promossa a razzista professionista: fortunatamente la cosa non mi tocca. Chiaro è che dire “nessun reato” non significa automaticamente nessun problema, significa semplicemente che durante quei controlli non sono emerse fattispecie penalmente rilevanti. Fine. E non è la certificazione che i giardini siano improvvisamente diventati il Parco della Vittoria del gioco Monopoli. Resta poi quel curioso vizio tutto italiano di stupirsi sempre dopo. Prima si lascia marcire una situazione per anni, poi si mette una toppa temporanea, si annunciano controlli straordinari con toni da operazione militare internazionale e infine si celebrano risultati provvisori. Nel frattempo i cittadini chiedono una cosa molto meno ideologica e molto più semplice: normalità, poter usare una stazione, un parco, una panchina di giorno e di sera senza avere la sensazione di essere ospiti a casa propria.
Voto: 2

2) Nel cuore di Alessandria un patrimonio immobiliare storico trascurato: parlo del degrado delle case ATC tra via Milano, via Verona e via Volturno, ma non solo. Questa pagella nasce dalla visione di un filmato di Svegliati Alessandria dopo l’ennesima denuncia dei residenti assegnatari:

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Nel pieno centro storico di Alessandria, tra via Milano, via Volturno e via Verona, esiste un enorme complesso immobiliare che racconta secoli di storia cittadina. Un tempo convento e poi collegio religioso, successivamente rifugio per famiglie povere nel dopoguerra, successivamente questo patrimonio passò all’ATC che lo ristrutturò diventando la sede alessandrina ATC Sud con numerosi alloggi popolari e cortili interni comuni. Oggi quell’edificio è diventato simbolo di degrado, abbandono e mancata manutenzione pubblica.
I residenti denunciano una situazione diventata insostenibile, con persone estranee che entrano liberamente dagli accessi comuni, mentre irregolari e balordi utilizzano androni e cortili come rifugi notturni e si verificano episodi di sporcizia, urina, rifiuti e consumo di droga, e le parti comuni risultano trascurate e prive di adeguati controlli. Tra le richieste più semplici più volte avanzate dagli inquilini vi sarebbe l’installazione di un cancello o di un sistema di chiusura su via Volturno, per limitare gli ingressi incontrollati, ma, segnalano i residenti, da ATC non sarebbero arrivate risposte concrete anche se proprio lì si trova la sede alessandrina dell’ente. Un bene pubblico lasciato deteriorare, e la questione non riguarda soltanto il disagio abitativo. Qui si parla anche della progressiva perdita di un pezzo importante del patrimonio storico cittadino. Quello stabile non è un anonimo caseggiato moderno, è un edificio storico che occupa un intero isolato del centro, conserva ancora elementi architettonici antichi e rappresenta una parte della memoria sociale di Alessandria. Lasciare che cortili, androni e spazi comuni precipitino nel degrado significa abbandonare non soltanto gli inquilini, ma anche un bene pubblico di valore storico. Gli abitanti chiedono soprattutto interventi ordinari: pulizia, controllo accessi, sicurezza. manutenzione decorosa delle parti comuni, richieste basilari per qualsiasi stabile pubblico. Ci sono responsabilità precise: l’ATC dipende dalla Regione Piemonte ed è il soggetto responsabile della gestione e manutenzione del patrimonio di edilizia pubblica. Il Comune di Alessandria dal canto suo, non può ignorare le condizioni di uno dei complessi abitativi più delicati del centro storico. Nel gennaio 2025 la Regione Piemonte ha indicato le nuove cariche a gestire le case pubbliche, il presidente per il settore Sud è l’albese Leonardo Prunotto (espressione di Forza Italia), il vicepresidente è Marco Buttieri (esponente di Fratelli d’Italia, figura nota nel panorama politico cuneese). Insomma due alte cariche politiche della provincia di Cuneo per gestire le province Sud del Piemonte: Cuneo, Asti, Alessandria. Fa ancora più discutere il contrasto tra la situazione denunciata dagli inquilini e le dichiarazioni rilasciate nel 2025 dal nuovo presidente di ATC Piemonte Sud, Leonardo Prunotto. In un’intervista rilasciata a La Stampa poco dopo la nomina, Prunotto dichiarava: “Il mio sogno? Migliorare tutte le case popolari”. Parole importanti, che però rischiano di restare slogan se situazioni come quella del complesso di via Milano continuano a essere ignorate. La cosa forse più grave è che il degrado stia diventando normale e che ci si abitui all’idea che chi vive nelle case popolari debba accettare sporcizia, insicurezza, abbandono, assenza di manutenzione. Ma il diritto a vivere in un ambiente dignitoso non dovrebbe dipendere dal reddito, e Alessandria non può permettersi di perdere un altro pezzo della propria storia dietro portoni lasciati aperti, androni sporchi e istituzioni assenti.
Voto: 0

3) Continuano ad arrivare segnalazioni sull’argomento sanità, e prendo atto che quando si tratta della propria salute i cittadini diventano giustamente molto attenti: puntualmente ricevo la descrizione di esperienze personali, spesso difficili. L’argomento di questa settimana nasce proprio dalla segnalazione di una persona costretta a rivolgersi a un ospedale di Milano per ricevere cure in tempi accettabili. Mi sono posta alcune domande e, grazie al materiale reperibile online, mi sono imbattuta in una notizia pubblicata il 12 maggio scorso: “Pazienti in fuga dal Piemonte, in un anno triplicato il passivo per chi si cura in altre regioni”. Una fotografia impietosa della sanità piemontese, che purtroppo conferma quello che molti cittadini denunciano. I numeri parlano chiaro e difficilmente possono essere smentiti. Nel 2024 il Piemonte ha speso 281 milioni di euro per curare cittadini che hanno scelto ospedali fuori regione, incassandone invece soltanto 257 per i pazienti provenienti da altre realtà italiane. Risultato: oltre 24 milioni di euro di saldo negativo, un dato triplicato rispetto all’anno precedente. Altro che episodi isolati, qui siamo davanti a una vera emorragia sanitaria. La cosa più grave è che dietro questi numeri non ci sono statistiche fredde, ma persone che partono per andare a curarsi in Lombardia, in Liguria o in Emilia Romagna. Per anni si è raccontato il Piemonte come una regione di eccellenza sanitaria, ma evidentemente qualcosa si è rotto. Le liste d’attesa sono diventate insostenibili, mancano specialisti, alcuni reparti lavorano sotto organico e altri vengono progressivamente ridimensionati e nel frattempo le strutture di altre regioni diventano inevitabilmente più attrattive. È quasi offensivo sentire ancora certi proclami trionfalistici mentre i cittadini sono costretti a migrare per una risonanza, una visita specialistica o perfino per terapie delicate. Colpisce poi un altro dato: il Piemonte non solo perde i propri pazienti, ma non riesce più neppure ad attirare quelli da fuori regione come accadeva anni fa, segno evidente di un sistema che sta perdendo competitività. Si legge che la risposta della Regione almeno per ora, sembra essere quella degli “accordi di confine” con Lombardia, Liguria ed Emilia Romagna, una sorta di patto per regolamentare la mobilità sanitaria. Ma viene spontaneo chiedersi: davvero si pensa che bastino accordi burocratici per fermare la fuga dei pazienti? Le persone non scelgono un ospedale fuori regione per hobby o per turismo sanitario. lo fanno perché cercano tempi certi, cure efficienti e servizi che evidentemente sentono di non trovare più sotto casa. E allora forse sarebbe il caso di smettere di minimizzare, perché quando decine di migliaia di cittadini preferiscono curarsi altrove, il problema non è la percezione, il problema è reale. La politica dovrebbe avere il coraggio di dirlo chiaramente invece di rifugiarsi nelle solite formule rassicuranti. Fa riflettere anche il fatto che soltanto Torino e l’Asl Cuneo2 riescano ancora a mantenere un saldo positivo. Il resto del territorio arranca, soprattutto le aree più vicine alla Lombardia, dove molti cittadini ormai attraversano il confine sanitario quasi automaticamente. È il sintomo di una sfiducia crescente che non può più essere ignorata. La salute non è un favore concesso ai cittadini. È un diritto. E quando un cittadino piemontese è costretto a prendere un treno per Milano per curarsi in tempi dignitosi, significa che quel diritto si sta lentamente sgretolando.
Voto: 2


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