10 a Arrobbio nuovo Presidente della Fondazione CrAl. Incubo Pronto Soccorso, teleriscaldamento già superato dalla realtà [Le pagelle di GZL]

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di Graziella Zacccone Languzzi

1) Paolo Arrobbio è il nuovo Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria. Un manager di lungo corso, monferrino doc ma anche alessandrino d’adozione, avendo maturato nel capoluogo diverse delle sue esperienze professionali, prima del mondo del credito, poi in quello delle multiutility. La Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria apre dunque una nuova fase della propria storia affidandosi a una figura di lunga esperienza manageriale, profondamente legata al territorio e conosciuta negli ambienti economici e istituzionali cittadini e provinciali per equilibrio, competenza e capacità amministrativa. Paolo Arrobbio è stato eletto all’unanimità nuovo presidente della Fondazione CrAl dal Consiglio di Amministrazione riunitosi venerdì 8 maggio per la sua prima seduta ufficiale. Una scelta condivisa che rappresenta un segnale di continuità e compattezza in un momento importante per il futuro dell’ente. La nomina di Arrobbio appare un profilo capace di coniugare esperienza gestionale e conoscenza diretta delle esigenze del territorio alessandrino. Nel corso della sua carriera, infatti, ha maturato significative esperienze sia nel settore bancario sia nell’ambito delle multiutility, operando a lungo ad Alessandria e in provincia e costruendo negli anni rapporti solidi con il tessuto economico, sociale e istituzionale locale. Per raccontare meglio la figura di Arrobbio, cito un particolare: nella conclusione del suo mandato alla guida del Gruppo AMAG, avvenuta nell’autunno del 2022 in seguito al cambio di colore politico-amministrativo, dopo aver guidato la multiutility alessandrina dal 2019, Paolo Arrobio presentò una dettagliata relazione economica resa pubblica, evidenziando il risanamento dei conti della partecipata. Si leggeva un percorso attraverso il saldo dei debiti pregressi verso i fornitori e il recupero della fiducia degli istituti bancari, a fronte di una situazione finanziaria iniziale particolarmente complessa. Nessun presidente uscente a mia memoria lo fece, qui la relazione. Aggiungo che durante la sua presidenza non è mai successo di leggere di problemi della holding con i sindacati, né di assistere a continui avvicendamenti, dimissioni o autodimissioni di direttori e presidenti, come poi è stato stabilmente dal 2022 ad oggi. Quanto sopra ci tengo a puntualizzarlo, soprattutto per gli smemorati. Tornando ad oggi, il percorso professionale di Paolo Arrobbio viene considerato particolarmente prezioso in una fase in cui le fondazioni bancarie sono chiamate non solo a sostenere iniziative culturali e sociali, ma anche a svolgere un ruolo strategico di accompagnamento dello sviluppo territoriale e della coesione sociale. Nel suo primo intervento da presidente, Paolo Arrobbio ha parlato di “grande onore” e di “forte responsabilità”, sottolineando il valore del lavoro svolto dalla Fondazione negli anni passati e la necessità di consolidarne ulteriormente il ruolo. Le parole di Arrobbio: “Nel corso della mia carriera di dirigente di banca, e poi di amministratore di aziende del settore multi utility, ho operato a lungo in città e in provincia, e ben conosco le esigenze e le potenzialità delle nostre comunità e del nostro territorio, e il ruolo fondamentale della Fondazione, sul fronte economico ma anche culturale e di coesione sociale”. Parole accompagnate da un ricordo sentito del predecessore Luciano Mariano, indicato da Arrobbio come una guida “attenta, rigorosa e illuminata” per la Fondazione. Arrobbio ne raccoglie insieme a tutto il CdA il testimone, con l’obiettivo di rendere la Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria sempre più solida e centrale, vero motore economico del territorio di tutta la provincia. La nuova governance si insedia dunque con l’obiettivo di rafforzare ulteriormente il ruolo della Fondazione CrAl nel sostegno alla cultura, al welfare, alla formazione e ai progetti di crescita del territorio alessandrino, ma soprattutto delle imprese e del tessuto produttivo di tutto il territorio provinciale, confermando una presenza che negli anni è diventata punto di riferimento costante per tante realtà del mondo istituzionale, associativo, imprenditoriale e culturale.
Voto: 10

Pronto Soccorso, le disfunzioni e le proposte CorriereAl 2

2) Pronto Soccorso spesso intasati impropriamente. Chi non riesce a ottenere visite ed esami in tempi accettabili cerca risposte dove può. Così il Pronto Soccorso si trasforma da luogo dedicato alle emergenze, a valvola di sfogo della sanità pubblica. Ho ricevuto diversi messaggi da lettori che mi chiedono di occuparmi di questo tema. Mi raccontano del perdurare di lunghe liste d’attesa per visite specialistiche o per esami diagnostici, e della necessità di rivolgersi al privato pagando cifre che non possono permettersi, nonostante una vita di contributi versati. Uno di questi lettori, in particolare, ammette di aver pensato a quella che considera una scorciatoia: rivolgersi al Pronto Soccorso per evitare costi troppo elevati, pagando soltanto il ticket previsto per un codice ritenuto non grave, e ottenendo così cure ed esami in tempi più rapidi. Nel messaggio cita persone che finiscono al Pronto Soccorso ad occupare tempo e risorse a causa di episodi legati a risse, abuso di alcol o droghe, persone che potrebbero fare a meno di menarsi magari. Situazioni che esistono, certo, ma che rappresentano soltanto una parte del problema, e non possono diventare l’unica chiave di lettura. Ho riflettuto alcuni giorni prima di scrivere questa pagella, ma ritengo corretto dare voce a chi vive questo disagio. Chiaro è che c’è una rabbia silenziosa che cresce tra i cittadini: quella di chi paga contributi per una vita e poi si ritrova davanti a liste d’attesa infinite, non è una novità che per una visita specialistica o un esame, i tempi del servizio pubblico siano spesso incompatibili con i bisogni reali delle persone. La conseguenza è nota: o si aspetta, oppure si paga. E in questo scenario il Pronto Soccorso diventa, volenti o nolenti, una scorciatoia e non dovrebbe esserlo. Eppure nella pratica capita che venga utilizzato anche per problemi non urgenti, nella speranza di ottenere esami in tempi rapidi e a costi inferiori rispetto al percorso ordinario, e questo è un paradosso che mina l’organizzazione stessa del sistema sanitario. Chi lavora nei pronto soccorso conosce bene il problema: sovraffollamento cronico, barelle nei corridoi, attese di ore e a volte giorni, e personale sottoposto a una pressione continua. In mezzo a tutto questo convivono le vere emergenze e una quota di accessi impropri, cioè casi che potrebbero essere gestiti altrove: se altrove funzionasse davvero. Il punto centrale resta uno: il sistema fatica a reggere. Se per una visita bisogna aspettare mesi, è inevitabile che qualcuno cerchi vie alternative, e se il territorio non offre risposte rapide, il Pronto Soccorso diventa l’unico punto di accesso sempre aperto. Continuare a ignorare questa realtà o ridurla a slogan non aiuta. Serve invece un’assunzione di responsabilità: ridurre le liste d’attesa, rafforzare i servizi territoriali e restituire al Pronto Soccorso il suo ruolo naturale, quello dell’emergenza. Perché, alla fine, a pagare il prezzo più alto sono sempre gli stessi: i cittadini contribuenti che restano in coda.
Voto: 2

3) Teleriscaldamento: infrastruttura del futuro…che forse è già il passato. Sul teleriscaldamento ho già scritto altre volte, ma nei giorni scorsi sono stata sollecitata a trattarne l’argomento. Non vado sui disagi e caos che il cantiere ad Alessandria sta causando da anni. Vado oltre, perché mi sono documentata sull’argomento. L’oggi assessore comunale Michelangelo Serra nel settembre 2020, quando era all’opposizione, in un’intervista espresse con tanta enfasi la sua contrarietà alla posa del teleriscaldamento ritenuto impattante, obsoleto, costoso e molto altro. Oggi posso dire che le sue dichiarazioni di allora non sbagliavano di una virgola: aveva proprio ragione su tutta la linea. Qui il filmato dell’intervista: “Teleriscaldamento | I residenti del quartiere Europa incontrano Telenergia”.

Dalle mie ricerche ho rilevato che sulla carta è un capolavoro: sistema centralizzato, efficienza teorica elevata, economie di scala, possibilità di integrare fonti rinnovabili. Dalle brochure il teleriscaldamento è praticamente la risposta a tutto, nella realtà è spesso un’infrastruttura rigida, capital intensive e, dettaglio non proprio secondario, ancora largamente dipendente dal gas metano. E già qui si potrebbe chiudere la discussione, ma andiamo con ordine. Il modello funziona (forse) se si verificano contemporaneamente diverse condizioni: alta densità abitativa, distanze contenute tra produzione e utenze, carichi termici stabili e prevedibili che tradotto significa città compatte, consumi costanti, poche dispersioni. Appena uno di questi parametri salta, iniziano i problemi. Perdite lungo la rete, calo dell’efficienza complessiva, aumento dei costi per utente. Ma l’infrastruttura resta lì, immobile, da ammortizzare comunque. E qui entra in gioco la parte economica: CAPEX elevatissimo (spese in conto capitale), OPEX (spese operative) tutt’altro che trascurabile, tempi di ritorno dell’investimento che possono superare i 20–25 anni. Una scommessa di lungo periodo basata su uno scenario energetico che nel frattempo sta cambiando molto più velocemente delle tubazioni interrate. Poi c’è il tema tecnologico. Il confronto corretto non è con le caldaie degli anni ’90, ma con i sistemi attuali: caldaie a condensazione ad alta efficienza, pompe di calore elettriche sempre più performanti, sistemi ibridi, quindi in molti casi, il vantaggio emissivo del teleriscaldamento alimentato a gas si assottiglia fino a diventare marginale, se non nullo, soprattutto considerando le perdite di rete e i rendimenti reali di esercizio. E arriviamo al punto più scomodo: il combustibile. Gran parte delle reti esistenti (e anche alcune di quelle nuove come in Alessandria) si basa sul gas metano. Peccato che l’Unione Europea abbia già tracciato una traiettoria chiara con la riduzione drastica delle emissioni e progressiva uscita dai combustibili fossili e non è un’opinione, è un vincolo regolatorio. Risultato? Il teleriscaldamento a metano è, tecnicamente parlando, un’infrastruttura con obsolescenza programmata. Non perché non funzioni oggi, ma perché non sarà compatibile domani. Infatti molte reti stanno già affrontando o dovranno affrontare a breve conversioni complesse verso fonti rinnovabili o di recupero: geotermia, biomasse, calore di scarto industriale o da trattamento rifiuti. Operazioni tutt’altro che banali che richiedono ulteriori investimenti, riconfigurazioni impiantistiche, adattamenti della rete e spesso nuove criticità operative. Nel frattempo, si continua a proporre il modello come soluzione “definitiva”, quando è evidente che si tratta nella migliore delle ipotesi di una piattaforma transitoria. C’è poi un aspetto raramente enfatizzato: il lock-in tecnologico. L’utente collegato a una rete di teleriscaldamento non ha alternative immediate. Non può cambiare fornitore con un click, non può installare autonomamente un sistema alternativo senza costi rilevanti. È vincolato a un’infrastruttura monopolistica locale con tutti i rischi del caso: guasti centralizzati, tempi di ripristino non sempre rapidi, dinamiche tariffarie poco contendibili. A ciò si aggiunge la questione della resilienza. In un sistema distribuito (caldaie autonome, pompe di calore), un guasto resta locale, in un sistema centralizzato, un problema può propagarsi su larga scala, quindi efficienza da un lato, fragilità sistemica dall’altro. Ora la domanda, più tecnica che ideologica, resta: ha senso oggi investire massicciamente in reti progettate attorno a un vettore energetico in uscita, con tempi di ammortamento che superano l’orizzonte di validità tecnologica e normativa? Forse sì, ma solo a una condizione: smettere di raccontarlo come il punto di arrivo e iniziare a considerarlo per quello che è, un’infrastruttura ponte costosa e complessa, che dovrà inevitabilmente essere ripensata. Nel frattempo, però, le tubazioni si posano. E quelle, a differenza delle strategie energetiche, non cambiano idea tanto facilmente.
Voto: 3


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