di Graziella Zaccone Languzzi

1) Sanità. Ricetta elettronica e autenticazione a due fattori: quando la sicurezza sanitaria incontra … l’UCAS. Ma non sanno più che studiare per far penare medici e pazienti? Dal 30 aprile in Piemonte la ricetta elettronica fa un salto di “qualità”, non nel senso di un semplice passo avanti, ma proprio un balzo atletico degno delle Olimpiadi burocratiche. Arriva infatti l’autenticazione a due fattori. Tradotto: per prescrivere un farmaco servirà non solo la competenza medica, ma anche una certa agilità digitale e possibilmente nervi saldi. L’obiettivo è nobile, come sempre: più sicurezza, maggiore tutela dei dati sanitari, meno rischi di accessi non autorizzati e scambi di identità. Insomma, nessuno potrà più fingersi il dottor Rossi per prescrivere tachipirina a caso, e tutto ciò pare una conquista per l’umanità. Eppure mentre il sistema si fa più sofisticato, c’è chi osserva con un sorriso appena accennato che dietro ogni innovazione tecnologica italiana sembra esserci una mano invisibile, instancabile e creativa, quella dell’UCAS (Ufficio Complicazioni Affari Semplici). Un ente non ufficiale ma decisamente operativo che lavora giorno e notte per trasformare anche la più lineare delle procedure in un’esperienza immersiva come un gioco di fuga da una stanza. Il nuovo meccanismo, infatti, prevede che il medico all’inizio del turno riceva un codice temporaneo (asset digitale o dispositivo di autenticazione), un piccolo dettaglio che aggiunge quel pizzico di suspense alla giornata lavorativa: “Arriverà via email? Sarà integrato nel software? Funzionerà al primo colpo o dopo tre tentativi ?”. Emozioni che mancavano nella routine ambulatoriale. Tranquilli tutti che non mancherà il supporto, un servizio di assistenza attivo tutti i giorni festivi compresi dalle 8 alle 20. Un orario che lascia scoperta solo una piccola finestra temporale … quella in cui per legge non scritta, i problemi tecnici tendono a manifestarsi con maggiore entusiasmo. Intendiamoci, la digitalizzazione è necessaria, la sicurezza è fondamentale e l’evoluzione dei sistemi sanitari è un passaggio obbligato. Ma forse, da qualche parte tra il primo fattore e il secondo, si annida sempre quel tocco di complicazione creativa che rende tutto un po’ più … italiano? Eh già cari concittadini, siamo in Italia, il bel paese che vive sospeso tra una burocrazia storica ancora soffocante e un massiccio tentativo di digitalizzazione forzata imposto dagli obiettivi europei. E così, mentre i medici si preparano a inserire codici, verificare accessi e combattere con password dimenticate, possiamo essere certi di una cosa: l’UCAS non si ferma mai. Veglia su di noi, sulle nostre procedure e sulle nostre giornate, garantendo che nulla sia mai troppo semplice: perché in fondo si sa, la semplicità è sopravvalutata.
Voto: 2

2) Rifiuti: Alessandria e l’arte di farti pagare un disservizio dove sei tu che devi lavorare differenziando, nel contempo dimezzandoti i ritiri dei rifiuti, ma non tagliandoti la Tari, semmai aggiungendo il costo per la movimentazione dei cassonetti. Questo è il paradosso firmato Amag Ambiente e si legge qui: “Raccolta rifiuti indifferenziati: dal 18 maggio Amag Ambiente passerà in centro solo una volta a settimana”. Prepariamoci a vederne delle belle. C’è qualcosa di profondamente grottesco e a tratti insultante nell’ultima trovata di Amag Ambiente insieme al Comune di Alessandria: ridurre il servizio e chiamarlo progresso. Dal 18 maggio in pieno centro la raccolta dell’indifferenziato verrà dimezzata. Non perché manchino risorse, non perché il sistema sia inefficiente o meglio non ufficialmente, ma perché, raccontano che bisogna “stimolare” i cittadini. Avete capito bene: il servizio pubblico non serve più a servire, serve a educare a colpi di disservizi. Il principio è quello della punizione collettiva: se qualcuno sbaglia, pagano tutti. Se la differenziata non decolla, la soluzione non è migliorare il sistema, semplificarlo, investire, a quanto pare no! … si taglia, si complica, si scarica tutto su chi paga e qui la farsa diventa sfacciata, perché mentre i cittadini vengono “incitati”, continuano a pagare la TARI piena e non una tariffa ridotta per un servizio ridotto: no, intera e pretesa fino all’ultimo centesimo e non basta, devono anche occuparsi della movimentazione dei cassonetti, trasformandosi di fatto in manodopera gratuita, anzi, peggio, a pagamento. È un capolavoro di ingegneria amministrativa: si prende un servizio pubblico, lo si riduce, lo si complica e poi lo si trasforma in un dovere civico, con tanto di senso di colpa incorporato. Se protesti sei pigro, se non ti adegui sei disinformato, se ti lamenti sei il problema. Il cittadino ideale in questo schema per “lor signori”, deve essere silenzioso, obbediente e svolgere più attività simultaneamente e nel contempo pagare, lavorare e non “mugugnare” . Vogliamo aggiungere la questione del tempo? Quella vera che nessuna delibera quantifica? La raccolta differenziata così concepita, non è più solo una pratica ambientale, è un gigantesco esperimento di sottrazione: minuti ogni giorno, ore ogni settimana, frammenti di vita organizzati intorno a calendari sempre più assurdi, orari notturni, passaggi alle 23:40, finestre temporali che sembrano progettate più per mettere in difficoltà che per facilitare. Si chiama sequestro del tempo, travestito da virtù ecologica, non ci credete? Guardatevi questo filmato: “Il sequestro del tempo”.
Un modello in cui il cittadino diventa un operaio non pagato, arruolato in una filiera multimilionaria che macina numeri come quel famoso 65% mentre scarica costi operativi e organizzativi su chi sta a valle. Il tutto con una narrazione impeccabile, “lo facciamo per l’ambiente”. Davvero? O lo si fa perché è il modo più semplice per tenere in piedi un sistema che altrimenti mostrerebbe tutte le sue crepe? Perché la verità è meno elegante delle conferenze o comunicati stampa, se per migliorare i risultati devi togliere servizi e aumentare il carico sui cittadini, non stai innovando, stai arretrando e allora la domanda: cosa hanno fatto di male i cittadini di Alessandria per meritarsi tutto questo? La risposta è la più scomoda … niente! E alla fine questo è il punto: quando si riducono i servizi ma si mantengono i costi, quando si scaricano responsabilità verso il basso e si rivendicano risultati verso l’alto, non siamo più di fronte a una gestione, siamo di fronte a una narrazione in cui il cittadino è contemporaneamente cliente, lavoratore e colpevole. E la “sperimentazione”? Quella durerà fino al 31 dicembre, poi si tireranno le somme. Magari scopriremo che funziona o magari scopriremo che i cittadini sotto pressione possono dissentire, ma sono costretti ad un adattamento forzato dalle imposizioni o ordinanze del potere e non gli rimane che obbedire, lavorare e continuare a pagare così il sistema funziona perfettamente, almeno per chi lo gestisce.
Voto: 2

3) Monopattini elettrici nel mirino: finalmente arrivano targa e assicurazione, e ora dovrebbe toccare alle bici elettriche: “Monopattini elettrici: dal 16 maggio obbligo di contrassegno identificativo e assicurazione RC”. Dal 16 maggio 2026 cambia tutto. I monopattini elettrici, simbolo della micro mobilità urbana e della libertà di spostamento veloce, entrano ufficialmente in una nuova era fatta di regole più stringenti con contrassegno identificativo e assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile. Una piccola rivoluzione introdotta dal Decreto MIT 110 del 6 marzo 2026 che inevitabilmente, riapre una domanda più ampia: è giusto estendere questo modello anche alle biciclette elettriche? Non sarà una targa tradizionale ma poco ci manca. Il contrassegno adesivo con QR code da applicare in modo visibile sul mezzo, fungerà da vero e proprio identificativo personale legato al proprietario e non al veicolo, il monopattino smette di essere un oggetto “anonimo” e diventa tracciabile. L’obiettivo è chiaro: rendere più efficace il controllo, contrastare comportamenti pericolosi e responsabilizzare chi guida. In una realtà urbana sempre più affollata, dove pedoni, auto e mezzi leggeri convivono spesso con difficoltà, l’anonimato è stato finora uno dei principali problemi. L’obbligo di assicurazione RC segna un ulteriore passo verso l’equiparazione dei monopattini ai veicoli a motore, in caso di incidente la copertura garantirà risarcimenti certi, tutelando le vittime. Ovviamente saranno costi aggiuntivi e il rischio di scoraggiare l’utilizzo di un mezzo che fino a oggi è stato percepito come semplice, economico e accessibile, d’altra parte il riconoscimento e l’assicurazione è dovuto già non gli si impone il bollo come ai mezzi a motore. E le biciclette elettriche? Ed è qui che il dibattito si fa davvero interessante, se l’obiettivo è la sicurezza, perché fermarsi ai monopattini? Le biciclette elettriche sempre più diffuse e spesso più veloci, condividono molte delle criticità: circolano su piste ciclabili, strade urbane e aree pedonali, in certi contesti come i doppi sensi ciclabili, oppure ZTL/APU vanno contromano e possono causare incidenti e non sono facilmente identificabili. A mio avviso l’estensione delle regole alle e-bike offre maggiore equità tra mezzi simili, responsabilizzazione degli utenti, semplificazione dei controlli. Immagino già i contrari che temono una deriva eccessivamente restrittiva ritenendo che le e-bike restano, giuridicamente e culturalmente, “biciclette”, che l’introduzione di targa e assicurazione potrebbe frenare la mobilità sostenibile con il rischio di colpire soprattutto chi usa questi mezzi per necessità quotidiane. La nuova normativa sui monopattini rappresenta un test. Se funzionerà riducendo incidenti e comportamenti scorretti, potrebbe diventare il modello per una regolamentazione più ampia ma in caso contrario viene percepita come l’ennesimo peso burocratico. Il 16 maggio non segna solo l’entrata in vigore di una norma. E’ l’inizio di una nuova fase, in cui il rapporto tra cittadini, mezzi e spazio urbano dovrà essere ripensato. Nel contempo stiamo andando verso una mobilità più sicura, o semplicemente più regolamentata come giusto che sia.
Voto: 8




