Medici di base dipendenti? Sarà rivolta! Il ‘tira e molla’ sulla Bretella Albenga–Predosa, e un plauso al Comitato Alluvionati del Casalese che non si arrende mai! [Le pagelle di GZL]

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di Graziella Zaccone Languzzi

1) Sanità sotto attacco. Il decreto, promosso dal Ministro della Salute Orazio Schillaci (tecnico in quota Fratelli d’Italia) partorisce l’idea geniale di trasformare i medici di base in dipendenti del SSN, ovviamente su base “volontaria”, giusto per accompagnarli con delicatezza nelle Case di Comunità. Un’altra perla di ingegneria sanitaria che prevedibilmente scaricherà il conto sui cittadini. La riforma, che pare sia volta a potenziare il territorio, ha scatenato la rivolta dei sindacati medici, che definiscono la misura “inutile e dannosa”, in grado di distruggere la professione. La rivolta dovrebbe esserci anche da parte di tutti i cittadini, il medico di famiglia come lo conosciamo oggi non si tocca. Quando un governa modifica regole preesistenti ed efficaci, introducendo leggi che potrebbero peggiorare la situazione e generare rischi di inefficienza e incertezza del diritto soprattutto nel settore sanitario, lo considero un fallimento. Questo accade quando l’intervento pubblico, pur essendo intenzionato a correggere un problema, produce inefficienze e danni economici o sociali superiori ai benefici. Ancora una volta la sanità italiana finisce nel mirino di una riforma calata dall’alto, e ancora una volta a pagarne il prezzo siamo noi cittadini. Il cuore del provvedimento è la possibilità, su base teoricamente volontaria, di trasformare i medici di famiglia in dipendenti del Servizio sanitario nazionale, affiancando il modello attuale convenzionato. Una scelta che viene presentata come innovazione e come strumento per rafforzare le cosiddette Case di Comunità, ma che nella realtà rischia di smantellare un pilastro fondamentale della sanità territoriale. La reazione della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale è stata immediata e durissima, si parla apertamente di una riforma elaborata senza confronto e potenzialmente pericolosa per i pazienti. E il punto è proprio questo: ancora una volta si interviene su un sistema delicato senza ascoltare chi quel sistema lo tiene in piedi ogni giorno. Dietro la parola “volontarietà” si nasconde un rischio concreto, e quando si introducono nuovi modelli organizzativi e nuove strutture, come le Case di Comunità, è inevitabile che nel tempo il sistema spinga verso una direzione precisa. Il risultato? Il medico di famiglia potrebbe perdere autonomia, trasformandosi in un ingranaggio burocratico con ancora meno tempo e meno libertà per seguire davvero i pazienti, e qui sta il nodo centrale. Il medico di base non è un semplice dipendente sanitario, è una figura di fiducia, un punto di riferimento umano prima ancora che professionale. Snaturare questo ruolo significa indebolire il rapporto diretto tra medico e cittadino, proprio mentre la popolazione invecchia e avrebbe bisogno dell’esatto contrario: più continuità, più ascolto. Non è la prima volta che interventi sulla sanità vengono presentati come “efficientamento” e finiscono invece per produrre disservizi, confusione e ulteriore pressione su chi lavora già al limite. La storia recente è piena di riforme annunciate come svolte epocali e rivelatesi, nei fatti, tagli mascherati o riorganizzazioni fallimentari. Se il governo andrà avanti insistendo su questa rotta, il rischio è l’ennesima “legnata” a un sistema già fragile, perché toccare la sanità non è mai neutrale, ogni scelta sbagliata si traduce in meno cure, più attese e maggiore disuguaglianza. La domanda che pongo allora è semplice: si vuole davvero migliorare la sanità territoriale o si sta preparando l’ennesima trasformazione che scaricherà problemi e costi sui cittadini? I medici hanno già dato la loro risposta. Ora tocca alla politica dimostrare di saper ascoltare cosa che, finora, sembra essere mancata del tutto.
Voto: 2

2) Bretella Albenga–Predosa: progresso sì, ma con calma…anzi, facciamo pure con estrema filosofia zen. Alla sinistra, quando è all’opposizione, non va bene nulla; quando invece è in maggioranza, riesce nell’impresa ancora più notevole di non far andare bene niente lo stesso. A fare un esempio, cambiando per un attimo l’argomento, cito l’indispensabile nuovo ponte sulla Bormida ad Alessandria: un capolavoro invisibile. Qui la scusa è raffinata, il sindaco preferisce vedere “tutta la cifra in cassa”, così per sicurezza il progetto riposa serenamente in un cassetto. Nel frattempo, oltre 40 milioni già disponibili fanno quello che possono: perdono valore con grande senso del dovere. Bilancio di questi quattro anni di consigliatura? Per il ponte un risultato tangibile c’è: uno strato di polvere sempre più spesso sulle scartoffie di un’opera necessaria trasformata in perfetto esempio di immobilismo …ben conservato. Detto ciò torno all’argomento principale. C’è una costante nella politica italiana più affidabile delle previsioni meteo: qualsiasi opera venga proposta, qualcuno dirà “fermi tutti”. E questa volta tocca alla bretella Albenga–Predosa, promossa dalla Regione come infrastruttura strategica e accolta invece dal PD regionale con il classico entusiasmo di chi ha appena pestato una pozzanghera per non dire altro. Si legge qui: “Bretella Albenga-Predosa, sì della Regione ma è scontro politico”. Da una parte, la maggioranza parla di collegamenti più efficienti, meno traffico, sviluppo economico e un Piemonte più competitivo. Dall’altra, il Partito Democratico alza il sopracciglio e frena: “Opera troppo impattante, servono alternative”. Alternative che, a quanto pare, includono un casello qui, una ferrovia là, un collegamento altrove…insomma, un elegante puzzle infrastrutturale che però nel frattempo, lascia tutto più o meno com’è. Il dubbio sorge spontaneo: ma esiste, nell’universo conosciuto, un’opera che vada bene al primo colpo? Perché il sospetto è che, se ai tempi della preistoria ci fosse stato un comitato di valutazione permanente, qualcuno avrebbe bocciato anche l’invenzione della ruota: “troppo impattante sul territorio, valutiamo alternative più sostenibili come il trascinamento manuale”. E nel Medioevo? Probabilmente i ponti sarebbero stati rinviati: “Meglio un confronto con gli amministratori locali del villaggio accanto”. Risultato: tutti ancora a guadare il fiume. Oggi viviamo tra autostrade, ferrovie, gallerie e per chi può, in grattacieli, per una certa politica le caverne erano meno impattanti … più green, segni evidenti di un progresso costruito anche grazie a decisioni prese, non solo discusse. Perché è legittimo interrogarsi sull’impatto ambientale, ci mancherebbe, ma è altrettanto legittimo chiedersi se il “no, però…” perpetuo sia una strategia o semplicemente un riflesso automatico. Nel caso della bretella Albenga–Predosa, il rischio è che il dibattito si trasformi nell’ennesima partita infinita: da una parte chi vuole correre, dall’altra chi propone di cambiare scarpe, percorso e magari pure sport. Nel frattempo un territorio rimane fuori da una rete di collegamento autostradale, il traffico resta e pure le code. Ma tranquilli: per quelle, probabilmente, si aprirà un tavolo di confronto.
Voto: 2

3) Il Casalese tra promesse e ritardi con fondi stanziati, ma i lavori sul Po devono ancora attendere e il rischio idrogeologico resta. Da oltre 25 anni la battaglia del C.AL.CA. Una lunga lotta contro il rischio alluvioni. Da tempo il C.AL.CA. (Comitato Alluvionati del Casalese), nato nell’immediato post-alluvione dell’ottobre 2000, si rivolge agli organi competenti per la messa in sicurezza del territorio casalese dal rischio idrogeologico. Le richieste del Comitato, sempre formalizzate per iscritto e protocollate, vengono indirizzate non solo agli enti tecnici, ma anche alle istituzioni politiche locali, regionali, ai parlamentari eletti sul territorio e al Governo. Nonostante l’impegno costante, le risposte sono spesso tardive e soprattutto assenti. In passato si sono anche rivolti alla Presidenza della Repubblica. All’elenco mancherebbe solo il Santo Padre, ma conoscendo la loro determinazione potrebbe essere solo questione di tempo! Nel frattempo, continuano a partire lettere corredate da lunghe liste agli indirizzi dei vari Enti, a cui non seguono molte volte riscontri. Nei giorni scorsi, una risposta è arrivata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, attraverso il Dipartimento Casa Italia. In merito alla richiesta di chiarimenti sul finanziamento da 10 milioni di euro destinato al sovralzo dell’argine del Po tra Casale Monferrato e Morano, il Dipartimento ha confermato che l’intervento rientra nell’Accordo di Coesione finanziato con fondi FSC 2021/2027 per un totale di 470 milioni di euro destinati alla mitigazione del dissesto idrogeologico. La disponibilità effettiva delle risorse resta però subordinata al completamento dell’iter procedurale: validazione degli interventi, firma dell’Accordo e successiva delibera CIPESS, che assegnerà formalmente i fondi. Una risposta che, pur confermando la copertura finanziaria, lascia intravedere tempi non immediati. Ed è proprio su questo punto che si concentra la replica (sempre nero su bianco in protocollo) del Comitato C.AL.CA. che esprime forte preoccupazione per i ritardi. Secondo quanto evidenziato anche da AIPO, il territorio resta esposto a un rischio concreto di alluvioni, come dimostrato anche dall’emergenza verificatasi appena un anno fa, con l’evacuazione della frazione Terranova. Terranova, Oltreponte, Casale Popolo e Nuova Casale sono del resto, i quartieri e frazioni già colpiti dall’alluvione del 2000. Nel documento si sottolinea come ogni ulteriore rinvio nell’avvio dei lavori possa tradursi in un pericolo reale per la sicurezza del territorio. Un rischio noto per il Comitato da oltre venticinque anni, oggi confermato anche dagli studi tecnici dell’AIPO. Per questo motivo il Comitato avanza una proposta concreta: chiedere alla Regione Piemonte di anticipare i 10 milioni di euro necessari così da consentire l’avvio immediato dei lavori, in attesa che i fondi FSC vengano formalmente assegnati attraverso i passaggi istituzionali previsti. Secondo il C.AL.CA. si tratterebbe di una soluzione ragionevole per accelerare la messa in sicurezza dell’area e ridurre i tempi di intervento su un’opera considerata prioritaria e la risposta del C.AL.CA. al Dipartimento “Casa Italia” si legge qui. D’altra parte è corretto chiederlo visto che per il Piemonte quando sarà in vigore l’Autonomia Differenziata, tale sicurezza sarà considerata tra le materie strategiche nel contrasto al dissesto idrogeologico e la gestione del territorio. Resta la constatazione della straordinaria tenacia di questi cittadini che da oltre venticinque anni portano avanti la loro battaglia senza arrendersi. La loro forza risiede negli innumerevoli avvisi di pericolo messi nero su bianco, protocollati e conservati. L’auspicio è che non debbano mai diventare documenti da esibire alle autorità preposte in seguito a eventuali danni causati da esondazioni con una voce di accompagnamento: “noi li avevamo avvisati non una ma molteplici volte”. Infine torno sul rispetto alla partecipazione, sul silenzio di enti, istituzioni e rappresentanti politici che ricevono istanze dai cittadini senza fornire risposta, è utile richiamare alcune norme che ne evidenziano l’inadeguatezza e la mancanza di rispetto verso i diritti della collettività e qui li cito: la Direttiva Alluvioni 2007/60/CE e il D.Lgs. 49/2010 (PGRA) impongono tra l’altro, la messa a disposizione del pubblico dei documenti, delle mappe di pericolosità e l’attivazione di processi di consultazione pubblica. A questi si affiancano strumenti fondamentali di trasparenza e partecipazione, quali la piattaforma IdroGEO/ISPRA, i Piani di Protezione Civile Comunale, l’accesso civico e gli open data. Ne deriva un quadro normativo solido e articolato, volto a trasformare il cittadino da spettatore passivo a soggetto consapevole garantendo l’accesso alle informazioni sui rischi che incidono sulla sicurezza e sull’integrità della vita, dei beni, delle abitazioni e delle attività economiche. Alla luce di ciò, è doveroso che chi ricopre ruoli pubblici prenda pienamente atto di tali obblighi e adotti comportamenti rispettosi, trasparenti e coerenti con i principi di una società civile.
Voto: 9 al C.AL.CA., 4 allo Stato


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