Parise (Il Gabbiano): “La comunità per minori non sostituisce la famiglia, semmai punta a restituire i figli ai genitori, e viceversa”. Case di riposo, nell’Alessandrino contributi Asl nettamente inferiori al resto del Piemonte: perché?

Condividi

Barbara Michelerio e Corrado Parise, autori di ‘Ci vediamo a casa. Storie di vita dalla comunità Il Gabbiano’

di Ettore Grassano

Un romanzo che racconta esperienze e frammenti di vita di persone reali, le ragazze e i ragazzi delle Comunità per minori del Gabbiano, ma anche gli educatori e gli operatori della storica Cooperativa Sociale fondata da don Angelo Campora nel 1983.

Venerdì pomeriggio, nel Salone di rappresentanza del Soggiorno Borsalino in Corso Lamarmora ad Alessandria, da alcuni anni ormai gestito e rilanciato dal Gabbiano, c’erano tanti volti noti della vita pubblica alessandrina, ma soprattutto c’erano loro, gli ‘ispiratori’ e i veri protagonisti del libro ‘Ci vediamo a casa’, fortemente voluto da Corrado Parise, Presidente del Gabbiano, che lo ha scritto a quattro mani con la scrittrice e insegnante casalese Barbara Michelerio. “E’ un flusso di emozioni, di esperienze, di storie di vita e di scoperte, frutto di un anno di incontri periodici di un gruppo di persone che hanno condiviso, e in parte ancora condividono, lo straordinario viaggio delle nostre Comunità per minori”. Attenzione: per tutti coloro che si sono persi la presentazione di venerdì (ad inviti, per ragione di spazi) c’è la possibilità di partecipare al ‘bis’ di domani, martedì 28 aprile, sempre al Borsalino, alle 18,30, e sempre con spettacolo multimediale, testimonianze, ricordi.

L’uscita in libreria e sulle piattaforme on line del libro “Ci vediamo a casa. Storie di vita dalla comunità Il Gabbiano” è per noi anche l’occasione di rincontrare il Presidente Parise: uno che si concede ‘con il contagocce’, e che offre sempre del comparto socioassistenziale, in cui opera ininterrottamente dal 1992, una lettura mai banale, capace di evidenziare criticità e nervi scoperti.

Presidente Parise, perché questo libro?
Per ricordare a me stesso, e a tutti noi che lavoriamo al Gabbiano, da dove veniamo, qual è la nostra storia professionale e culturale, che nelle pagine iniziali, come in quelle finali, cerco di ricordare, e contestualizzare. E soprattutto per rendere omaggio alle ragazzi e ai ragazzi che negli anni hanno usato le nostre Comunità: le loro storie sono storie universali e attraverso di esse si parla di tutti noi, del mondo in cui viviamo, dalla particolare prospettiva delle storie familiari, dei dolori e delle opportunità di vita e cambiamento che ciascuna contiene, del loro legame inscindibile con la comunità sociale. Il Gabbiano non esisterebbe senza le prime esperienze di Don Angelo al riformatorio di Bosco Marengo, istituzione storica che ospitò ‘discoli’ di tutta Italia, come li si chiamava allora: compreso il grande Ettore Petrolini. Don Angelo, come altri sacerdoti ‘di frontiera’ e laici della sua generazione, ebbe il grande merito di comprendere la necessità di un nuovo paradigma con cui affrontare il fenomeno dei minori in difficoltà: non repressione, ma dialogo, comprensione dell’altro, accoglienza. Un percorso lunghissimo, che Il Gabbiano cominciò nel 1978 come gruppo di volontariato e nel 1983 come cooperativa, e che continua oggi, ovviamente in un contesto in costante evoluzione.

Tracciamolo, l’identikit del Gabbiano nel 2026..
Le comunità per minori, da cui siamo partiti, rimangono per noi un elemento cardine, sia dal punto di vista dei valori che del metodo. Ne abbiamo due, a Solero e a Quattordio, ma ne stiamo per aprire altre due, ad Alessandria, in piazzetta Bini, e in Fraschetta, a Litta Parodi. Dalla società emerge, su questo fronte, un bisogno sempre più forte: non si tratta quasi mai di minori senza famiglia, ma con famiglie problematiche: e la nostra missione non è assolutamente sostituirci alle famiglie. Al contrario, la comunità deve essere strumento per restituire i figli ai genitori e i genitori ai figli, attraverso percorsi personalizzati, che consentano di sciogliere i nodi e le criticità, e di superare eventuali traumi. Ma Il Gabbiano, da ormai tanti anni, si occupa anche di adulti, di disabili, di anziani. Gestiamo 9 case di riposo: la più grande, il Soggiorno Borsalino di Alessandria, ha circa 200 posti, e ospita da qualche mese al suo interno anche la Comunità per persone disabili Rossana Benzi. La più piccola, a Busalla, è un gioiellino con 19 posti letto. Poi ci sono Sale, Frugarolo, Acqui Terme, Solero, Tortona.
Completano l’offerta i servizi territoriali, sia per gli adulti che per i minori. Siamo una realtà che ormai occupa circa 500 persone, con professionalità molto articolate, molte delle quali ad elevata specializzazione.

Torniamo ai minori: nel libro affiorano storie di adolescenza spigolose, ma anche romantiche e a volte poetiche. Adolescenze ‘normalmente’ conflittuali, come sono sempre state, come tutti noi le abbiamo vissute. E il suo alter ego narrativo, Riccardo, appare più un padre che un amico, o fratello maggiore: insomma, si percepisce la figura dell’autorità, un po’ da famiglia tradizionale.
C’è molta confusione intorno al concetto di famiglia tradizionale. Quello cui lei si riferisce è ciò che in gergo professionale chiamiamo codice paterno, cioè tutto ciò che è adatto a fornire al bambino il senso del limite. Va usato insieme al suo corrispettivo, il codice materno, che è caratterizzato dall’accoglienza e dall’affettività. Quando diciamo al bambino “ti voglio bene, ma questo non si fa”, usiamo entrambi i codici, e il bambino si sente sia accolto e amato sia correttamente limitato. Ma è una frase che usano spesso sia le mamme sia i papà e la famiglia che fa bene al bambino può avere qualunque forma, se assolve a questi compiti fondamentali. Le società più tradizionali tendono a dividere nettamente questi ruoli, quindi a lasciare al padre tutto il peso della legge e alla madre tutta l’offerta affettiva: non è il caso della nostra epoca e, se ne prendiamo coscienza, ci rendiamo conto che oggi abbiamo una grande opportunità, – essere famiglia in diverse forme, purché siamo coscienti dei bisogni fondamentali dei bambini. Tra questi, c’è certamente il bisogno di paternità per come l’abbiamo definita, ma non certo del ritorno al padre-padrone. Piuttosto, il vero rischio della famiglia oggi è un altro, quello associato a ciò che chiamo famiglia centripeta: una famiglia che crede che tutto si possa e si debba risolvere al suo interno, che spezza i suoi legami con la comunità sociale, pensando che fuori ci siano solo pericoli e lotta competitiva. Non è così, la famiglia si completa nel suo legame, nella sua relazione, con la comunità e se ne condivide la tensione etica. Nel libro si può vedere: le ragazze e i ragazzi, gli educatori è come se facessero sempre, inconsapevolmente la stessa domanda: Comunità solo per me? o comunità di tutti?

Chiudiamo con una riflessione sulle case di riposo: qual è la situazione nella nostra provincia, sul piano dell’offerta? Ed è vero ciò che tanti lamentano, ossia che le rette sono troppo elevate?
Negli ultimi anni c’è stata una inevitabile ‘razionalizzazione’ dell’offerta di strutture e di posti letto, anche con la chiusura di qualche casa di riposo priva dei requisiti di legge, e al contempo con la messa a punto di una qualità di servizi che punta verso l’alto, come è giusto che sia. Dal punto di vista imprenditoriale, posso assicurare che si tratta di un comparto in cui far ‘quadrare i conti’ è complicatissimo, e in cui i margini sono estremamente esigui, specie dopo tutte le varie crisi economiche che hanno spinto i prezzi verso l’alto. Sul fronte del costo del servizio per gli ospiti, e per le loro famiglie, la provincia di Alessandria ‘sconta’ purtroppo una peculiarità negativa che noi segnaliamo da anni. Ossia, mentre altrove, anche in Piemonte (a partire da Torino) la ‘mano pubblica’ interviene integrando i costi degli ospiti non autosufficienti al 50% nella quasi totalità dei casi, nell’alessandrino la percentuale di chi ha accesso ai contributi si contrae a non più del 20% degli aventi diritto, con liste di attesa esasperanti. Il risultato finale è che, spesso, se la famiglia di un anziano non autosufficiente a Torino paga al massimo 1.500 euro al mese, perché altri 1.500 euro li versa la Asl di competenza, da noi spesso non è così, e il costo finale di 2.500/3.000 euro rimane tutto a carico della famiglia. Ho citato naturalmente cifre tonde, per semplificare e rendere l’idea. Ma perché succede questo? E’ una domanda da girare ai vertici sanitari regionali e provinciali, e alla politica. Noi ci proviamo da tanti anni ad evidenziare il problema, ma nessuno ad oggi ha saputo individuare la soluzione. La situazione oggi è diventata una vera e propria emergenza: sempre più anziani che avrebbero bisogno di cure appropriate e compagnia vengono tenuti a casa in condizioni precarie e di solitudine; sempre di più le famiglie fanno fatica a pagare le rette. E’ necessaria una riforma profonda, che metta al centro i bisogni dell’anziano e l’aiuto economico a tutte le famiglie: la popolazione continua a invecchiare, è un problema di tutti e non si può trattare questo tema come cinquant’anni fa.


Condividi