di Graziella Zaccone Languzzi

1) Sanità, comunicazione del 9 aprile da parte dei sindacati Cisl, Fials, Nursind e Nursing Up dopo l’incontro con la Regione Piemonte: “Mancano 170 infermieri nei presidi Asl della provincia”: sindacati pronti alla mobilitazione. Su queste dichiarazioni è intervenuto l’assessore Riboldi rassicurando i sindacati con questa dichiarazione: “Consapevoli di una fase complessa ma faremo proposte concrete”. Speriamo. Nel frattempo mancano infermieri ma dove andiamo a “pescarli”? Due settimane fa, una pagella era dedicata alla notizia che la Regione Piemonte (non certo unica in Italia) è in cerca di infermieri in Uzbekistan, da inserire nel sistema sanitario regionale. Negli stessi giorni, si legge anche: “Sanità, l’Europa “scippa” gli infermieri italiani prima della laurea. E in Italia c’è carenza. Inchiesta Nursing Up”. Da non crederci, e ritengo ci sia qualcosa di profondamente sbagliato e quasi offensivo, in questa storia. Non è solo una questione di numeri, di stipendi o di politiche sanitarie, è una questione di dignità nazionale, di responsabilità politica e di lucidità amministrativa. Perché qui non siamo davanti a una semplice inefficienza, siamo davanti a un fallimento sistemico che si ripete da anni sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno abbia il coraggio o la volontà di fermarlo. L’Italia forma infermieri con risorse pubbliche, investe tempo, competenze, strutture universitarie, li prepara, li rende pronti e poi semplicemente li perde. Non perché il mondo è aperto o perché i giovani vogliono fare esperienze all’estero (perlomeno non tutti). No, li perde perché il nostro sistema sanitario non è in grado di offrire condizioni minimamente competitive, né economicamente né professionalmente. Turni massacranti, gravi responsabilità, scarsi riconoscimenti, paga da 1.500 euro al mese: che se trovi lavoro sotto casa ci campi, in caso contrario metà va solo nell’affitto. E ci stupiamo se a queste condizioni ragazzi e ragazza preferiscono paesi dove lavorano in strutture all’avanguardia, guadagnano minimo il doppio, con casa pagata e welfare. Più che di esodo parlerei di espulsione di massa: è il sistema stesso che spinge fuori Italia questi giovani, che li accompagna alla porta dopo averli formati. E lo ripeto: con soldi pubblici. E mentre accade questo, lo Stato o meglio le Regioni cosa fanno? Invece di interrogarsi seriamente sulle cause, mettono toppe. Cercano infermieri all’estero, in Uzbekistan, all’est dell’Europa, in America Latina, ovunque sia possibile trovare qualcuno disposto a tappare i buchi. Una strategia miope, quasi disperata, che non solo non risolve il problema, ma lo rende strutturale. È un paradosso che rasenta l’assurdo: esportiamo professionisti qualificati e importiamo sostituti in emergenza. Da un lato perdiamo capitale umano formato con anni di studio; dall’altro cerchiamo di compensare con inserimenti rapidi spesso con percorsi di integrazione accelerati. È davvero questo il modello di sanità che vogliamo? Nel frattempo, il sistema sanitario si svuota, i reparti restano scoperti, i carichi di lavoro aumentano, chi resta è sempre più sotto pressione. La verità è che si è scelto di non investire seriamente sugli infermieri ma anche sui medici, si è scelto di considerarli una voce di costo e non una colonna portante del sistema, si è scelto di rimandare, di gestire l’emergenza invece di prevenirla e oggi il conto arriva, salato e inevitabile. Parlare di “200 milioni regalati all’estero” è quasi riduttivo perché si legge che formare un infermiere costa allo Stato circa 30mila euro. Se ogni anno circa 6/7mila professionisti lasciano il Paese, il “regalo” all’estero supera i 200 milioni di euro annui. E’ ora di dire basta con le giustificazioni, con le soluzioni tampone, con l’idea che questo sia un fenomeno inevitabile della globalizzazione perché non lo è. È il risultato diretto di scelte politiche sbagliate, reiterate nel tempo. E’ necessario avere il coraggio di fare ciò che finora è stato evitato: aumentare gli stipendi, migliorare le condizioni di lavoro: perché senza infermieri e medici qualificati non c’è sistema sanitario che regga e ignorare il problema non è solo un errore, è una responsabilità grave.
Voto: 2

2) Risposta ‘piccata’ del segretario cittadino di Alessandria e consigliere comunale del PD, Rapisardo Antinucci, al capogruppo Mattia Roggero della Lega in merito alla richiesta avanzata di un presidio straordinario sul territorio, anche con il coinvolgimento di personale militare. Si tratta di una proposta che arriva a seguito dei fatti accaduti tra la fine di marzo e inizio di aprile in città. L’articolo con la posizione della Lega è stato pubblicato il 10 aprile alle ore 09,11 e si legge qui. Poche ore dopo è arrivata la replica sintetica ma chiara del segretario cittadino e consigliere comunale del PD, Rapisardo Antinucci, che definisce la proposta di intervento dell’esercito “ridicola”, affermando che anche un bambino delle elementari sa che l’Esercito non dipende dal Comune, e si legge qui. Definire “ridicola” la richiesta di attivare un presidio straordinario, anche mediante il possibile impiego dell’Esercito nell’ambito dell’operazione “Strade Sicure”, rischia infatti di risultare una semplificazione tanto efficace sul piano comunicativo quanto debole su quello amministrativo. Basta aver letto con calma ciò che sta scritto nell’articolo sulle dichiarazioni della Lega si capisce chiaramente che la richiesta avanzata non attribuisce al sindaco competenze a quel livello che non ha (e anche un bambino lo sa), e nessuno sostiene che il primo cittadino debba agire come ministro dell’Interno o della Difesa. La proposta è diversa e più articolata: si chiede che il Comune si attivi presso la Prefettura affinché, in sede di Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, venga valutata la possibilità di un presidio straordinario, anche attraverso l’operazione “Strade Sicure”. Mattia Roggero della Lega suggerisce un percorso istituzionale corretto. Ricordo inoltre al segretario e consigliere PD che il ruolo del sindaco in materia di sicurezza urbana è ben definito dall’articolo 54 del TUEL. Il sindaco agisce come autorità locale e, in determinati casi, come ufficiale del Governo: può emanare ordinanze contingibili e urgenti, coordinare la polizia locale, promuovere patti per la sicurezza con la Prefettura, intervenire sul decoro urbano , contrasto a spaccio, prostituzione, occupazione abusiva, accattonaggio molesto e degrado, utilizzare strumenti come il DASPO urbano o l’individuazione di “zone rosse”. Negli anni, questa funzione si è ancora più evoluta fino a configurare il sindaco come una sorta di “security manager” del territorio, chiamato a favorire la prevenzione e la collaborazione tra istituzioni. In questo quadro, il passaggio istituzionale è chiaro: il sindaco può e deve sollecitare la Prefettura, che a sua volta si interfaccia con il Ministero dell’Interno, il quale coinvolge il Ministero della Difesa. Al segretario e consigliere PD Antinucci ricordo che non è nemmeno la prima volta che ad Alessandria si tenta di percorrere questa strada. Nel 2016, l’allora sindaca Rita Rossa (sua collega di partito) avanzò una richiesta analoga, riconoscendo già allora una situazione critica sul piano della sicurezza. Si era rivolta al Prefetto del tempo, Romilda Tafuri, che rispose “picche”. Anche allora dedicai alla vicenda un tris di pagelle, sostenendo le ragioni del sindaco: “Stavolta il sindaco Rossa ha ragione: l’esercito servirebbe, eccome!”. All’uscita del tris di pagelle critiche nessuno banfò. Infine, segretario e consigliere PD Antinucci, definire “ridicola” la presenza dell’esercito appare una posizione isolata rispetto al sentimento diffuso tra i cittadini. Dopo la recente proposta del sindaco Giorgio Abonante di spostare i tassisti dalla zona della stazione a causa di bande di tossici e irregolari, su Facebook in due giorni si sono registrati quasi 200 commenti, in larga parte critici. Tra questi, molti cittadini hanno esplicitamente richiesto un maggiore presidio del territorio, fino a ipotizzare anche l’impiego dell’esercito, e si tratta di un segnale che merita attenzione. A questo punto, la domanda è semplice: di fronte a una richiesta che arriva sia da una forza politica, sia da una parte dei cittadini, qual è la risposta dell’amministrazione? In altre parole: cosa si intende fare concretamente? La questione resta aperta: l’amministrazione comunale intende attivarsi formalmente presso la Prefettura per richiedere un rafforzamento straordinario delle misure di sicurezza, oppure aspettiamo di arrivare al colmo di pericolo? La città deve tornare ai cittadini e deve essere uno spazio aperto e condiviso, non un luogo che rinchiude i cittadini entro recinti fisici o sociali per paura.
Voto: 2

3) Ci avviciniamo al periodo in cui un tempo ad Alessandria si festeggiava la bella tradizione della fiera di San Giorgio, ormai cancellata nella sua storica versione, per conservare il brand, utilizzato per apprezzabili eventi di nicchia: ma la Fiera è morta, non prendiamoci in giro. Inevitabile evoluzione dei tempi? Non direi, se guardiamo a quel che succede nella vicina Casale Monferrato. Lì la storica Fiera di San Giuseppe è viva e vegeta, e ogni anno si rinnova, nella continuità. Nel secondo dopoguerra, le fiere campionarie cittadine divennero, un po’ ovunque, il simbolo concreto della ripresa economica, luoghi dove innovazione e tradizione si incontravano, e dove il pubblico poteva toccare con mano il progresso. Casale Monferrato, pur essendo una realtà di dimensioni contenute con poco più di 30 mila abitanti, ha saputo conservare questo spirito. La Fiera di San Giuseppe non è soltanto un evento commerciale, ma un momento collettivo che rafforza il senso di comunità e valorizza il tessuto economico locale: dalle aziende agricole alle piccole imprese, dagli artigiani alle attività commerciali. Non è un caso che ancora oggi riesca ad attirare visitatori e operatori, mantenendo una dimensione autentica e riconoscibile. Diverso è il destino toccato a Alessandria, capoluogo di provincia ben più popoloso, che in passato vantava una propria fiera campionaria di rilievo. Per decenni, i suoi padiglioni hanno ospitato le novità legate alla casa, al consumo e all’impresa, rappresentando un punto di riferimento per tutto il territorio, tuttavia con il passare del tempo, quell’esperienza si è progressivamente spenta. Da anni, ad Alessandria, la storica tradizionale Fiera di San Giorgio non esiste più nella sua forma originaria, è stata di fatto cancellata, al suo posto si susseguono eventi frammentati durante l’anno, privi del legame con la storica fiera fatta di stand commerciali, agricoli e artigianali. Le motivazioni ufficiali parlano spesso di costi elevati e difficoltà organizzative, elementi certamente non trascurabili in un contesto economico mutato, oppure eliminata perché ritenuta obsoleta. Osservando realtà come Casale, viene spontaneo interrogarsi se non sia mancato riconoscerne il valore non solo economico ma anche sociale e culturale. Oggi ad Alessandria sono rimasti i “baracconi”, modo alessandrino per dire giostre o luna park: sono arrivati pochi giorni prima di Pasqua posizionandosi in viale Milite Ignoto e rimarranno fino al 26 aprile, ed è l’unica traccia che ci rimane della ex fiera di San Giorgio. La Fiera di San Giuseppe di Casale Monferrato dimostra invece che è possibile mantenere viva una tradizione, anche in un contesto complesso se esiste una comunità che ci crede e un’organizzazione capace di sostenerla, ed è un esempio concreto di come le radici, quando vengono curate, possano continuare a dare frutti nel presente. E forse è proprio questo il punto: una fiera non è solo una questione di budget, ma di identità, di volontà e di visione. Dove queste mancano, anche le strutture più grandi finiscono per svuotarsi, dove invece resistono, anche una piccola città può continuare a fare la differenza.
Voto: 10




