Mettiamo in fuga gli infermieri piemontesi, e andiamo a cercarli in Uzbekistan e Albania? Alessandria ostaggio dei delinquenti, mentre Palazzo Rosso pensa a fare cassa, e Marengo chiude i battenti. Ma a cosa servono amministratori così? [Le pagelle di GZL]

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di Graziella Zaccone Languzzi

Le pagelle pasquali, confezionate qualche giorno in anticipo, non tengono conto delle gravi aggressioni dei giorni scorsi ad Alessandria: una donna picchiata a cinghiate sull’autobus da due minorenni (leggo di origine nordafricana: ma va’?), taxisti presi a sassate che vivono nel terrore quotidiano, una donna derubata in strada in pieno giorno. Secondo il sindaco di Alessandria è tutta colpa del Governo. Nessuna autocritica, non tanto sugli strumenti (le zone rosse e zone blu, le telecamere ecc), ma sull’approccio culturale. Lo avran capito, dalle parti del centrosinistra, che questa è la conseguenza della loro insana politica dell’accoglienza, che ha fatto dell’Italia il porto franco dei disperati di tutto il mondo? Il punto non è la mobilità delle genti: è che qui, con la protezione della (sub) cultura di cui l’attuale giunta è espressione, in Italia, e ad Alessandria, arriva una feccia multietnica che, nel tempo, porta a tutto questo. Ed è solo l’inizio, caro sindaco Abonante. Ne riparliamo con calma lunedì prossimo. GZL

1) Piemonte in Uzbekistan: infermieri cercasi all’estero, ma … in Italia li abbiamo davvero finiti? La notizia che una delegazione della Regione Piemonte è volata a Tashkent, in Uzbekistan, per stringere accordi con università locali e formare infermieri destinati al sistema sanitario italiano, non è solo un fatto amministrativo, è un segnale politico e solleva una domanda tanto semplice quanto scomoda: davvero in Italia non esistono più le risorse umane per colmare questa carenza? La missione, guidata dall’assessorato alla Sanità piemontese insieme all’Ordine delle Professioni Infermieristiche e all’Università del Piemonte Orientale, punta a costruire partnership accademiche internazionali. L’obiettivo è chiaro: formare personale all’estero, anche in lingua italiana, per poi inserirlo nel nostro sistema sanitario. Una strategia definita “di lungo termine”, che segue esperienze già avviate ad esempio con l’Albania. Eppure il quadro che emerge è difficilmente ignorabile. Da un lato si denuncia una carenza di circa seimila infermieri solo in Piemonte, aggravata da pensionamenti e turn-over sempre più complessi, dall’altro nel nostro Paese migliaia di giovani faticano a trovare un’occupazione stabile e qualificata. E’ davvero credibile che queste due realtà non riescano a incontrarsi? Il nodo, ancora una volta è la formazione.Le università italiane non producono abbastanza laureati per coprire il fabbisogno? Bene, allora perché non intervenire lì? Perché non aumentare i posti nei corsi di laurea in infermieristica e medicina? E soprattutto, ha ancora senso mantenere il numero chiuso mentre il sistema sanitario denuncia una carenza strutturale di personale? La scelta di guardare all’estero rischia di apparire per ciò che è: una scorciatoia, non una visione, perché se è vero che si parla di cooperazione e non di manodopera a basso costo, è altrettanto vero che si sta investendo tempo, risorse ed energie fuori dai confini nazionali, mentre il capitale umano interno resta sottoutilizzato o peggio spinto ad andarsene. C’è poi un aspetto che si tende a sottovalutare che è quello culturale e organizzativo. Inserire professionisti formati all’estero in un sistema complesso come quello sanitario italiano non è un passaggio neutro, richiede integrazione linguistica, adattamento ai protocolli, mediazione. Tutti elementi che hanno un costo, economico e sociale. Non a caso, anche in Lombardia iniziano ad emergere dubbi concreti. La Fials Milano ha sollevato interrogativi precisi rispetto all’arrivo di operatori sanitari dall’Uzbekistan presso l’Asst Fatebenefratelli-Sacco con la domanda: chi paga la formazione? Chi sostiene i costi dell’alloggio? Chi finanzia mediatori e tutor? Domande tutt’altro che ideologiche che chiamano in causa la trasparenza nell’uso delle risorse pubbliche. Si legge qui. Perché, mentre si costruiscono percorsi per personale straniero, migliaia di infermieri italiani continuano a lavorare con stipendi fermi, turni massacranti e prospettive sempre più fragili? Perché tanti scelgono di lasciare il sistema sanitario pubblico, o addirittura il Paese? La verità è che il problema non è l’assenza di persone, è l’assenza di una strategia che metta davvero al centro la formazione, l’accesso e la valorizzazione delle professioni sanitarie in Italia. Importare competenze può essere una soluzione temporanea. Ma se diventa la risposta principale, allora il rischio è evidente: non stiamo risolvendo il problema, lo stiamo aggirando. La vera domanda, alla fine, resta questa: stiamo davvero esaurendo le risorse interne, o semplicemente non le stiamo formando e trattenendo abbastanza?
Voto: 2

2) Alessandria capitale nazionale dell’equilibrio instabile, ovvero: come trasformare il bilancio comunale in una saga ventennale. Questa notizia su La Stampa di mercoledì 11 marzo pag.32/33 è uscita in sordina, perché non l’ho trovata pubblicata in nessun organo di informazione locale: non è stata ritenuta interessante: “La Corte dei conti bacchetta Alessandria: In Comune criticità strutturali”. Ormai i bilanci sono sempre in affanno per Palazzo Rosso. C’è chi fa piani quinquennali, chi ragiona su una legislatura, e poi c’è Alessandria, che ha deciso di pensare davvero in grande: un piano di riequilibrio lungo vent’anni, dal 2019 al 2038. Praticamente non un piano finanziario ma una forma di urbanistica temporale, quando finirà forse qualcuno potrà finalmente dire di aver visto la luce in fondo al bilancio. La Corte dei conti non ha usato giri di parole nella sua relazione al Parlamento: per il Comune di Alessandria esistono “criticità strutturali”, che tradotto dal burocratese all’italiano corrente significa che non è una giornata storta, è proprio il sistema che ha deciso di funzionare così. E dire che la città aveva già dato spettacolo nel 2012, quando dichiarò il dissesto con un buco da 19,5 milioni di euro, il solito buco sicuramente non causato da una sola consiliatura. Un piccolo dettaglio che impediva, tra le altre cose, di pagare i debiti o garantire i servizi essenziali, roba secondaria, insomma. Da lì partì una lunga stagione di risanamento, tagli, rinegoziazioni e commissari straordinari: un reality amministrativo che si è concluso ufficialmente nel 2016, lasciando però oltre 75 milioni di massa passiva ancora in giro come parenti indesiderati a fine pranzo. Così, nel 2019, la città ha deciso di fare un passo avanti o forse di lato. È partita la procedura di riequilibrio ventennale, con obiettivi intermedi controllati dalla Corte dei Conti, che con elegante diplomazia ha approvato il percorso pur rilevando alcuni aspetti critici, che è un po’ come dire a uno studente “promosso, però forse apri il libro ogni tanto”. Naturalmente lo Stato è venuto in aiuto grazie al decreto del 2022 per i Comuni con disavanzo pro capite superiore a 500 euro (categoria nella quale Alessandria si muove con una certa disinvoltura), sono arrivati oltre 42 milioni spalmati tra il 2024 e il 2033, così si legge nel quotidiano. Tali fondi destinati al Comune di Alessandria derivano da una misura statale introdotta nel 2022 per sostenere gli enti locali in maggiore difficoltà finanziaria. Questo provvedimento, rivolto a città metropolitane o grandi Comuni aveva l’obiettivo di favorire il riequilibrio dei bilanci degli Enti locali strutturalmente indebitati, ma in soccorso ad Alessandria sul piano politico c’è stato il personale impegno dell’onorevole Riccardo Molinari, capogruppo della Lega alla Camera, che ha portato all’estensione di tali misure anche a vantaggio dei capoluoghi di provincia non metropolitani, categoria nella quale rientra Alessandria. Una specie di abbonamento alla sopravvivenza finanziaria, e meno male che ci arriva qualche milione all’anno, giusto per ricordare che il pareggio di bilancio è una meta spirituale più che contabile. Nel frattempo la politica locale non perde occasione per animare la discussione. Nell’articolo de La Stampa si legge che il capogruppo leghista Mattia Roggero ha segnalato multe per oltre mezzo milione di euro grazie all’APU e accusa l’amministrazione di voler “fare cassa”, ma questo ormai è evidente, visto che sta entrando denaro sonante in cassa.
L’accusa, nel contesto di un Comune con un piano di riequilibrio lungo quanto una generazione, suona quasi tenera: se davvero bastassero le multe per sistemare i conti, Alessandria potrebbe risolvere tutto con un altro paio di autovelox ben piazzati. Peraltro, come sempre Roggero e la Lega hanno evidenziato nei giorni scorsi, anche la vendita di Amag Reti Gas va in quella direzione: cediamo anche le poche infrastrutture rimaste al Gruppo Amag, e tiriamo a campare. A quando la svendita degli acquedotti, finora scongiurata dall’impegno della Lega? Ma prima forse toccherà ai rifiuti: altrove un business, qui da noi un salasso per i contribuenti, per un servizio assolutamente inadeguato.
L’articolo della Stampa spazia sugli stessi problemi anche in altre città del Piemonte, e in effetti nel quadro piemontese la nostra città condivide l’onore della citazione nella relazione con Torino. Ma mentre il capoluogo regionale ha qualche milione di abitanti da giustificare, Alessandria riesce nell’impresa con dimensioni decisamente più contenute, una specie di efficienza al contrario: pochi abitanti, grandi problemi. Nel frattempo Alessandria continua il suo viaggio verso il 2038, anno in cui se tutto andrà bene il Comune dovrebbe finalmente raggiungere l’equilibrio strutturale, o almeno una sua interpretazione creativa. D’altra parte, in una città abituata a ragionare su cicli amministrativi da vent’anni, il tempo ha un altro significato: non è un problema urgente, è semplicemente una rata del piano di rientro.
Voto: 2

3) Siamo la città e territorio del nord più inidonea, inadatta, inabile o per dire “incapace” a gestire i suoi beni storici. Da anni e anni lasciamo andare tutto a ramengo. Come città non faccio l’elenco di ciò che è già andato in rovina e di ciò che sta andando in malora, un esempio la fortezza Cittadella. Il problema che se altri nel passato hanno creato tali condizioni, oggi chi ci amministra memore di tali disastri dovrebbe avere la capacità di trovare soluzioni: in fin dei conti candidarsi ad amministrare il bene pubblico non è un obbligo, e se si sceglie di farlo non può (meglio: non dovrebbe) essere soltanto per migliorare il proprio status e benessere personale. La notizia è che il 31 marzo il Museo di Marengo ha chiuso, “ha perso la sua battaglia” (dice il titolo de La Stampa ), ed è scaduta anche la proroga dell’accordo tra Comune e Provincia di Alessandria. Il Museo di Marengo (legato alla celebre Battaglia) è stato nei decenni scorsi, quando la Provincia non era ancora schiacciata dalla tagliola del ministro Delrio nei governi Letta/ Renzi, al centro di discussioni proprio per i costi di gestione rispetto ai risultati. La struttura (villa, museo, parco) è stata sostenuta soprattutto dalla Provincia di Alessandria, che per anni ha finanziato la manutenzione dell’edificio storico, gli allestimenti museali, eventi e rievocazioni: e i costi di gestione sono stati spesso giudicati alti rispetto al numero di visitatori e agli incassi. Personalmente quel museo mi è sempre parso “pozzo senza fondo” per un’affluenza limitata rispetto alle aspettative, scarsa promozione turistica nel tempo, difficoltà a inserirlo stabilmente nei grandi circuiti culturali e la necessità continua di contributi pubblici per restare aperto. Eppure il museo ha un valore storico importante legato a Napoleone Bonaparte, ha ospitato eventi culturali, didattici e rievocazioni e ha rappresentato un presidio culturale per il territorio, ospitando nei suoi spazi esterni persino il Festival dell’Unità. Il problema principale è stato più gestionale e strategico che culturale: è mancata una valorizzazione efficace. Quello che emerge da anni (ed è quello che penso pure io) nonostante investimenti pubblici consistenti visto che la ex Provincia ha finanziato ristrutturazioni, gestione e attività del Museo di Marengo, è che i ritorni economici sono stati limitati a causa di una gestione inefficiente. Ora si parla di chiusura, o lunga sospensione, e la domanda è inevitabile: vogliamo davvero continuare a raccontarci che “mancano i soldi”, oppure iniziare ad ammettere che manca una visione? Perché qui non si sta parlando di un bene qualsiasi, ma di un luogo che richiama la Battaglia di Marengo e la figura di Napoleone Bonaparte, cioè un pezzo di storia europea che altri territori saprebbero trasformare in un motore culturale ed economico. Da noi, invece, diventa l’ennesimo cancello chiuso. Il rischio, se non si trova nessuno interessato a gestirlo, è che anche il Museo di Marengo faccia la fine di tanti altri beni pubblici alessandrini: dimenticato, lasciato lentamente degradare, buono solo per essere citato nei discorsi nostalgici o nelle polemiche pre-elettorali. E qui sta il punto più scomodo: non è più il tempo degli alibi. Se un bene pubblico resta chiuso, non è colpa solo del passato, è una responsabilità anche del presente. Perché amministrare non significa limitarsi a registrare le difficoltà, ma trovare soluzioni concrete, altrimenti, diciamolo chiaramente, non siamo una città povera di risorse, ma povera di coraggio. E la differenza, alla lunga, è molto più grave.
Voto: 2


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