Sanità Piemonte, eterna emergenza: e il nuovo ospedale di Alessandria? Il dramma dell’Eternit, e i ‘balletti’ di nomine in Amag Ambiente [Le pagelle di GZL]

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di Graziella Zaccone Languzzi

1) La sanità, chi segue questa rubrica lo sa bene, è tema che mi tocca da vicino, e che sta a cuore a molti cittadini. Ho deciso che su questo fronte aprirò una sorta di osservatorio permanente, con particolare attenzione alle scelte della Regione Piemonte (il cui budget finisce, per circa l’80%, proprio lì), anche per chiarire senza alcuna esitazione che non temo nessuno, e non accetto pressioni o intimidazioni. E ci mancherebbe altro: sono un’anziana cittadina con seri problemi di salute, personali e famigliari, ho sempre pagato le tasse fino all’ultimo euro, e credo di avere tutto il diritto di esigere, per me e per tutti, prestazioni sanitarie adeguate, e di segnalare tutto ciò che non funziona, e non soddisfa le mie/nostre esigenze. Nessuno riuscirà a zittire la mia penna quando racconta verità scomode alla politica. Lo metto nero su bianco, perché resti agli atti e sia chiaro a chiunque. Precisato ciò, proseguiamo. Al Termometro Altroconsumo ( indagine annuale che misura la sostenibilità delle principali voci di spesa e le aspettative per l’anno successivo), risulta che a pesare maggiormente sui bilanci familiari sono le spese per la salute. Il 43% fatica a sostenere i costi sanitari, si legge qui. Un 43% che la dice lunga su come oggi siamo messi quando abbiamo necessità di cure, soprattutto specialistiche: non tutti siamo nababbi con saccocce piene per curarsi, o conoscenze per avere vantaggi nelle tempistiche di attesa, e su questo ultimo punto non siamo nati ieri. Nelle ultime settimane le pagelle sulla sanità hanno suscitato interesse e molte domande. Segno evidente che il momento che stiamo vivendo è tutt’altro che rassicurante, e molto diverso da ciò che ci viene raccontato. A fare un esempio (ma potrei farne altri) lunedì 23 marzo ho ricevuto questo messaggio: “Leggo le tue pagelle, pensa che ho una cisti sul ginocchio da togliere e l’ortopedico mi ha detto di provare con il dermatologo, che magari i tempi di attesa sono inferiori. Morale per quest’anno dal dermatologo posti esauriti. La sanità è diventata uno schifo, chi dice il contrario è un bugiardo”. Assessore Riboldi questa è una delle tante situazioni che emergono ogni giorno, se vuole posso darle i contatti di questo cittadino così da poterlo aiutare, facendolo inserire un sabato o una domenica in qualsiasi orario diurno o notturno. Mi sono messa nei suoi panni, io ci provo dare una mano, non si sa mai. Oggi è chiaro a chiunque, la sanità piemontese è in forte difficoltà. Lo raccontano i numeri, lo raccontano i cittadini esasperati, lo vivono ogni giorno gli operatori sotto pressione, si tratta di realtà quotidiana sotto gli occhi di tutti con liste d’attesa sempre più lunghe: mesi, a volte anni (vedasi la tempistica di un intervento alla cataratta, una vera vergogna!). A quel punto la scelta diventa brutale: aspettare o pagare. Chi può permetterselo si rivolge al privato non convenzionato, dove pagando il posto si trova sempre. Chi non può resta indietro, ed è qui che si incrina il principio di universalità del servizio sanitario. Nessun piano straordinario sul personale, nessuna riorganizzazione profonda, nessun intervento strutturale sulle liste d’attesa, e i Pronto Soccorso continuano a restare sotto pressione, quindi si finanzia l’ordinario, non il futuro.

Ultimamente mi viene posta anche una domanda alla quale ovviamente non sta a me rispondere: che fine ha fatto il promesso nuovo ospedale di Alessandria? Non se ne sente più parlare e il terreno ad esso destinato (non sappiamo neppure se già acquistato) rimane vuoto. Per Alessandria e per il territorio il nuovo ospedale ‘di quadrante’ è progetto fondamentale, di cui si parla invano da diversi decenni. Oggi, alla luce dei conti non proprio esaltanti della sanità regionale, la domanda è inevitabile: con quali risorse verrà realizzato? E soprattutto: esiste davvero la volontà politica di partire a breve e portarlo a termine? Il rischio è che anche questa diventi l’ennesima promessa sospesa, un’opera annunciata, rinviata, ridimensionata: o peggio, una bandiera politica. Il quadro complessivo è chiaro: una sanità che naviga a vista, senza una strategia di lungo periodo. Il rischio più grande non è economico, ma sociale: perché quando la sanità pubblica arretra aumentano le disuguaglianze, e quando curarsi diventa un privilegio si rompe uno dei pilastri fondamentali del patto tra cittadini e istituzioni. Il Piemonte oggi è davanti a un bivio: continuare a gestire l’emergenza, oppure avere il coraggio di progettare il futuro. Per farlo servono risorse e progetti, è vero: ma anche amministratori capaci, che dicano ai cittadini come stanno le cose, con la dovuta trasparenza.
Voto: 2

Risposta al giudice Caselli sul caso Eternit CorriereAl

2) Eternit e le vittime del mesotelioma. Mi è stato chiesto di parlarne per evitare che diventi solo una statistica dimenticata. Questa brutta storia resta viva solo se qualcuno continua a raccontarla, a chiedere risposte, a non accettare il silenzio. Possibilità di guarigione inesistente, morti lente, giustizia lenta, verità negata. Perché è così difficile trovare una cura per il mesotelioma? E perché Stephan Schmidheiny non è stato obbligato a finanziare la ricerca? Su La Stampa del 18 marzo si leggeva questo titolo: “Sogno un vaccino per il tumore dell’amianto”. Chi sogna è la responsabile della struttura mesotelioma e tumori rari dell’ospedale di Alessandria, l’oncologa Federica Grosso, che dal 2009 si occupa della malattia provocata dall’aver respirato fibre d’amianto, minerale micidiale indistruttibile, inattaccabile, resistente al fuoco, agli acidi e all’usura biologica/chimica. E non bisogna averci lavorato per forza all’Eternit di Casale Monferrato, per ammalarsi e morire: molte sono le vittime che con la fabbrica mai hanno avuto a che fare, considerato che l’amianto è dappertutto. C’è qualcosa di profondamente sbagliato in un paese dove si può morire per inquinamento ambientale, e non ottenere mai giustizia. Il mesotelioma è la prova vivente, o meglio morente, di questo fallimento. Una malattia causata dall’amianto nota da oltre mezzo secolo, che continua a uccidere lentamente, inesorabilmente e quasi sempre senza scampo. Eppure, una cura definitiva non esiste. Perché? Pare che le vittime siano troppo poche per ottenere risorse adeguate sul fronte ricerca.
Il mesotelioma è raro, colpisce numeri limitati rispetto ad altri tumori, non crea un mercato abbastanza grande, non genera profitti sufficienti e così resta indietro. La ricerca segue le priorità del sistema e il sistema segue il denaro. Risultato: chi si ammala di amianto combatte con armi deboli, terapie che allungano la vita ma raramente la salvano e i progressi sono lenti, insufficienti e non perché sia impossibile fare di più, ma a perché non è abbastanza “conveniente”. Poi c’è l’altra faccia della tragedia: la giustizia, il processo che non arriva mai alla fine. Il caso Eternit, simbolo della strage da amianto, ruota attorno al nome del miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, con migliaia di morti su intere comunità colpite. Una condanna c’era stata, poi è sparita. Processi interminabili, rinvii, cavilli e alla fine la prescrizione. Una parola tecnica che, nei fatti, diventa una assoluzione senza processo. Così una delle più grandi tragedie industriali europee si è trasformata in un paradosso, e senza una condanna definitiva, il sistema si è fermato. Tanti morti, nessuna giustizia per le vittime, nessun obbligo reale di risarcire in modo adeguato, nessun vincolo forte a finanziare la ricerca, nessuna risposta proporzionata al danno. Le famiglie restano sole con il dolore e con le spese, la ricerca resta povera e la responsabilità si dissolve, quindi una doppia ingiustizia. Chi muore di amianto subisce due volte. La prima: l’esposizione spesso sul lavoro e spesso inconsapevole. La seconda: un sistema di mala giustizia che non riesce a chiudere il cerchio. Il vero scandalo non è solo che si continui a morire di amianto ma che, dopo decenni, non esista ancora una cura risolutiva, una giustizia definitiva, una responsabilità pienamente pagata. E mentre il mesotelioma uccide lentamente, la giustizia italiana in questa storia, è arrivata ancora più lenta, abbastanza lenta da diventare di fatto, una forma di impunità. E quando la giustizia arriva troppo tardi, non è più giustizia. Chiudo questa pagella con la lettera aperta che l’amica Silvana Mossano indirizzò a Herr Stephan Schmidheiny nella “Giornata delle vittime dell’amianto”. Ne consiglio la lettura per intero. Parlando di ricerca, di fondi necessari riporto questa parte: “ … Un impegno d’onore, Herr Schmidheiny: assuma un impegno d’onore con sé stesso e con una collettività ferita che vuole guarire. E’ questo il momento: assuma in prima persona la gestione imprenditoriale (attraverso una casa farmaceutica) ed etica di incentivare la ricerca fino a raggiungere l’obbiettivo condiviso: trovare la «medicina» giusta. Guidi Lei, da imprenditore, questa attività”.
Voto: 2

3) Gruppo Amag, cronache di una governance turbolenta. Quando nel giugno 2022 Giorgio Abonante diventò sindaco di Alessandria, una delle partite più delicate della nuova amministrazione riguardò il sistema delle partecipate comunali, e in particolare Amag Ambiente, società centrale per la gestione dei rifiuti cittadini. Da allora, la governance dell’azienda è stata attraversata da tensioni politiche, cambi ai vertici e momenti di forte instabilità, e giorni fa arriva l’episodio più significativo dell’intero periodo: l’ing. Marco Seggi, presidente di Amag Ambiente, rassegna le dimissioni dopo poche settimane dall’insediamento. Motivazioni? Al momento non è dato sapere. Dopo l’uscita dell’ing. Seggi, la guida della società passa a Giovanni Berrone, chiamato a ristabilire equilibrio e continuità. La sua nomina rappresenta un nuovo tentativo di normalizzazione dopo una fase particolarmente agitata. Ex assessore della giunta Abonante, ‘defenestrato’ a metà 2024 per fare spazio al suo leader di partito Barosini, ora Berrone incassa una sorta di risarcimento politico. Quanto durerà? Nelle intenzioni certamente almeno fino al post elezioni 2027, ma la situazione in Amag Ambiente è complicata: negli ultimi anni l’azienda è diventata una sorta di laboratorio politico permanente, dove più che pianificare il futuro del servizio rifiuti si testano equilibri, si aggiustano assetti, si redistribuiscono ruoli. Una partita interna, giocata dentro Palazzo Rosso, mentre fuori la città continua a fare i conti con una Tari ‘salata’ e con un servizio che, a sentire molti cittadini, resta ben lontano dall’essere all’altezza. La narrazione ufficiale parla di continuità, di miglioramento, di segnali incoraggianti come quel più 5% nella raccolta differenziata. Numeri che presi da soli possono anche sembrare positivi, ma che inseriti in un contesto di instabilità cronica ai vertici. E qui sta il nodo politico, perché quando in pochi anni si susseguono amministratori, presidenti e riorganizzazioni, il problema smette di essere industriale e diventa inevitabilmente politico. Non è più una questione di gestione dei rifiuti, ma di gestione del potere, e lo dichiara Mattia Roggero, capogruppo della Lega in consiglio comunale, dopo la nomina del nuovo Presidente di Amag Ambiente. Roggero sostiene che ad Alessandria il ciclo dei rifiuti non funziona, ma la priorità della giunta Abonante sembra essere un’altra: gestire i propri equilibri interni, ed è chiaro che Amag Ambiente non è un problema industriale, è diventato un problema politico. Il sospetto, neanche troppo velato, è che Amag Ambiente sia diventata terreno di compensazione tra forze di maggioranza, un manuale Cencelli applicato ai rifiuti, con la differenza che qui le conseguenze non restano nei corridoi della politica, ma finiscono per strada, nei quartieri, sotto casa dei cittadini. Nel frattempo si parla di aperture a soci privati, di gare future, di riorganizzazioni imminenti. Tutto però resta sospeso, indefinito, rimandato, una linea strategica non si vede o quantomeno non si capisce. E senza una linea ogni nomina rischia di sembrare quello che molti temono, non una soluzione, ma un equilibrio. Gianni Berrone promette impegno e attenzione al personale, parole giuste per carità, ma in un contesto così fragile le parole rischiano di pesare poco se non sono accompagnate da stabilità e visione. Due elementi che finora sono mancati. La domanda allora resta sospesa e quasi inevitabile: quanto durerà questa volta?
Voto: 3


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