Sanità piemontese, una voragine che viene da lontano. Il futuro della cava Clara e Buona, e il mistero di migliaia di cassonetti scomparsi [Le pagelle di GZL]

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di Graziella Zaccone Languzzi

1) I conti della sanità piemontese tornano al centro dello scontro politico, ma per capire davvero il problema bisogna guardare molto più indietro nel tempo. Intanto però partiamo da qui: “Sanità, un rosso da 879 milioni. Voragine nei conti del Piemonte”. Da giorni leggo articoli di ‘botta e risposta’ tra maggioranza e minoranza in Regione Piemonte. In uno di questi ho trovato una frase che suonava più o meno così: “adesso darete la colpa a quelli di prima”. È una frase che torna spesso nel dibattito politico italiano e, a dirla tutta, non è nemmeno sempre sbagliata. Quando si parla di conti pubblici, e in particolare di sanità, le decisioni negli anni pesano a lungo, spesso per decenni. Per chi, come me, ha qualche anno sulle spalle e ha sempre seguito con attenzione il settore sanità, la situazione attuale non arriva come una sorpresa. Anzi, mi riporta alla memoria diverse fasi critiche della sanità piemontese, e parto da lontano: in una lunga intervista rilasciata a La Stampa nel dicembre 2005 l’allora governatrice Mercedes Bresso (PD) lamenta problemi finanziari in sanità, attribuendo l’eredità al decennio precedente, con Governatore Enzo Ghigo (FI). Questo per dire che non sono questioni recenti, tutt’altro. Con la giunta Bresso comunque il debito sanitario superò i 4 miliardi di euro, e lo Stato impose piani di rientro e controlli più stringenti sui conti. Fu l’inizio di una stagione di tagli, razionalizzazioni e riorganizzazioni della rete ospedaliera, ma la situazione non migliorò. perché con la giunta Cota (Lega, 2010-2014) il Piemonte entrò formalmente nel piano di rientro sanitario, una fase di austerità particolarmente dura. Nel 2012 si parlava già di un buco di oltre 900 milioni di euro nel solo settore sanitario. In quegli anni il consigliere regionale Davide Bono (M5S) chiedeva che Cota andasse a Roma per rinegoziare e spalmare nel tempo il debito accumulato negli anni precedenti. Anche i 5 Stelle ammettevano debiti pregressi. Al governo del Paese c’era Mario Monti e il ministro della Salute era l’alessandrino Renato Balduzzi, e tutti ricordiamo quel tragico governo. La successiva giunta guidata da Sergio Chiamparino (2014-2019) si trovò a gestire una pesante eredità debitoria con l’obiettivo di risanare i conti ed uscire dal piano di rientro. Nell’ottobre 2015 la Corte dei Conti certificò un disavanzo di circa 5,75 miliardi di euro maturato negli anni precedenti, attenzione in questo caso parliamo di miliardi e non milioni. Arriviamo così alla gestione di Alberto Cirio, oggi al secondo mandato. L’attuale amministrazione rivendica una riduzione del debito sanitario, tant’è che la Corte dei Conti ha promosso il bilancio 2024, certificando la regolarità tecnica. Eppure, nonostante questi segnali di risanamento, la sanità piemontese continua a registrare forti tensioni finanziarie, come dimostrano i dati di questo inizio 2026. Il punto è che oggi non esiste una sola causa, e le ragioni sono almeno di tre tipi: storiche, strutturali e straordinarie. Le cause storiche riguardano debiti accumulati negli anni passati. Le cause straordinarie sono legate soprattutto alla pandemia, che ha generato costi enormi per reparti Covid, terapie intensive, vaccini, tamponi, dispositivi di protezione, assunzioni temporanee e straordinari del personale. A questo si sono aggiunti gli effetti successivi con il recupero delle liste d’attesa, malattie non diagnosticate durante i lockdown e perdita di personale sanitario. Ma ci sono anche cause strutturali, che riguardano tutto il sistema sanitario italiano, come l’aumento dei costi di farmaci e tecnologie, l’invecchiamento della popolazione, la carenza di medici e infermieri e il crescente ricorso ai cosiddetti medici “gettonisti”, molto più costosi per le aziende sanitarie. Il risultato è stata una crescita costante della spesa sanitaria, che assorbe circa il 70% del bilancio regionale. In queste condizioni basta poco per far riapparire nuovi disavanzi. Per questo ridurre il problema a uno scontro politico tra “colpa di prima” e “colpa di adesso” rischia di essere una semplificazione. Dietro i numeri dovrebbe esserci capacità di programmare la sanità in un contesto demografico che cambia rapidamente con l’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle malattie croniche e il costo crescente delle tecnologie mediche che stanno mettendo sotto pressione tutti i sistemi sanitari regionali italiani e il Piemonte non fa eccezione. Per questo la sanità non può essere ridotta a uno scontro tra maggioranza e opposizione. I conti pubblici sulla sanità raccontano una storia lunga, fatta di scelte ed errori accumulate nel tempo sia dalle sinistre che dalle destre e ognuno nel tempo ne è stato responsabile.
Voto: 2

2) Su La Stampa cartacea dell’11 marzo a pag. 39 la notizia: “Più boschi e aree verdi alle porte della città. L’ex cava Clara e Buona diventerà parco”. L’articolo elenca varie zone che diverranno aree verdi, ma il mio occhio è caduto sull’ex cava Clara e Buona, di cui non tutti forse rammentano le vicissitudini.
Questa cava è passata dall’essere un ameno laghetto a contenitore di smarino del Terzo Valico: una vicenda ambientale che ha fatto discutere e tornerà a farlo. Per anni la cava Clara e Buona, nel quartiere Cristo di Alessandria, è stata una grande depressione del terreno alimentata dalle falde acquifere sotterranee, e con il tempo l’area si era trasformata di fatto in un piccolo bacino d’acqua, una sorta di laghetto naturale formatosi proprio per la presenza della falda superficiale. La situazione è cambiata con l’avvio dei lavori del Terzo Valico dei Giovi. La cava è stata individuata come uno dei siti di conferimento per lo smarino, cioè il materiale di scavo proveniente dalle gallerie realizzate con le talpe meccaniche. Proprio durante queste operazioni, nel 2017, alcuni campionamenti effettuati dall’Arpa Piemonte hanno evidenziato criticità ambientali. In uno dei campioni analizzati sono stati rilevati idrocarburi pesanti in concentrazione superiore ai limiti previsti, con valori indicati intorno al 50% oltre la soglia consentita per quel tipo di materiale. Le analisi hanno inoltre individuato la presenza di composti chimici riconducibili agli schiumogeni utilizzati durante lo scavo delle gallerie con le frese meccaniche. Nello stesso periodo sono emerse segnalazioni relative alla presenza di metalli come cromo e nichel nello smarino depositato nell’area, mentre alcuni monitoraggi effettuati attraverso piezometri hanno registrato anche la presenza di fibre di amianto nelle acque sotterranee, con valori che in un campionamento avevano raggiunto circa 305.000 fibre per litro. I tecnici precisarono che quei dati necessitavano di ulteriori verifiche. Le risultanze delle analisi avevano alimentato un acceso confronto tra istituzioni, tecnici e comitati locali. Alcuni movimenti cittadini e gruppi contrari al Terzo Valico denunciarono possibili rischi per la falda acquifera e per la salute pubblica, chiedendo maggiore trasparenza sui controlli e sulla gestione dello smarino.

29/05/2015
https://www.youtube.com/watch?v=X4OkTVYlanU

22/07/2015
https://radiogold.it/news-alessandria/politica/29824-obiettivo-5000-firme-dire-smarino-nelle-cave-alessandria/

12/11/2016:
https://radiogold.it/news-alessandria/politica/51473-cave-valico-botta-risposta-5stelle-rossa-salute-dei-cittadini-barattata-elemosina-sindaco-controlli-regolari/

Gli Enti competenti hanno invece sostenuto che i monitoraggi rientrassero nel sistema di controlli ambientali previsto per l’opera, e che le verifiche fossero costanti. La cava Clara e Buona è così diventata uno dei simboli del conflitto territoriale legato al Terzo Valico, tra esigenze infrastrutturali e timori ambientali. Oggi, a distanza di anni, tra le ipotesi avanzate dall’amministrazione Abonante per il futuro dell’area c’è la trasformazione dell’ex cava in un’area verde attrezzata, un parco pubblico destinato alla fruizione dei cittadini. Un progetto di riqualificazione dove la normativa italiana prevede alcune condizioni, e per un sito come Clara e Buona le questioni più importanti sono: la stabilità dei materiali di riempimento (smarino e altro), analisi approfondite del suolo, sottosuolo, acque sotterranee per verificare la presenza di contaminanti. Se vengono trovati inquinanti si deve bonificare, quindi rimuovere o trattare i materiali contaminati oppure fare una messa in sicurezza permanente isolando con strati impermeabili, teli e almeno due metri di terreno pulito sopra, con un monitoraggio nel tempo. Se questi aspetti sono gestiti bene, un parco è possibile, se invece basta buttare un po’ di terra sopra, i dubbi per non frequentarlo diventano legittimi.

Dal mio archivio storico in merito:

10/03/2017: https://radiogold.it/news-alessandria/politica/78644-5-stelle-cava-clara-buona/?utm_source=chatgpt.com

31/03/2017: https://www.lastampa.it/alessandria/2017/03/31/news/terra-gialla-nella-cava-e-materiale-estraneo-1.34645196

16/05/2017: https://www.giornale7.it/diffida-legale-per-rita-rossa-sul-terzo-valico/
Voto: 4

3) Ho scoperto la “sparizione” di centinaia di cassonetti dei rifiuti abbandonati dietro il cimitero monumentale e ebraico di Alessandria. Chi li ha rimossi? Lo chiedo perché se fossero stati tolti liberando quell’area dai nostri amministratori lo avrebbe comunicato ‘in pompa magna’. Invece silenzio, quindi c’è da pensar male. La notizia me l’ha comunicata Fabio Boldrin di Svegliati Alessandria domenica 8 marzo, documentando con foto. Da una ventina di anni circa i cassonetti erano accatastati in quel campo all’aperto incustoditi, lasciati alle intemperie tra erbacce e rifiuti: impossibile non pensare ad uno spreco di denaro pubblico. Da vecchi articoli scopro che erano 2.840 cassonetti utilizzabili e 113 mai utilizzati, di cui molti con la scritta “Città di Alessandria/ AMIU spa”. Ora sono spariti e l’area che li accoglieva è vuoto. Molto probabilmente provenivano da vecchi appalti di AMIU come scorte, e suppongo siano rientrati nella procedura fallimentare della società AMIU di Alessandria (azienda rifiuti). Ricordo che all’epoca testimonianze parlavano di cassonetti nuovi “pignorati” o non utilizzabili mentre l’azienda era in crisi. Di quello spreco visibile a cielo aperto per chiunque molte furono le domande negli anni, e alcuni filmati lo testano. A maggio 2023 Svegliati Alessandria usciva con questo filmato: “Un prato pieno di cassonetti…”

Dal 2023 arriviamo a maggio 2025, quando il consigliere Priano presentò un’interpellanza in Consiglio comunale e chiese esplicitamente chi fosse il proprietario di quella vasta area occupata per anni dai cassonetti: il Comune di Alessandria, l’AMAG Ambiente (società che ha sostituito AMIU), il Demanio, oppure un soggetto privato. Da maggio 2025 arriviamo a dicembre 2025 e il consigliere Priano è tornato alla carica con questo filmato

https://www.facebook.com/watch/?v=1887989392123965

e con questa dichiarazione: “I cassonetti sono ancora abbandonati senza alcuna protezione, alle intemperie. A maggio in risposta ad una mia interpellanza l’amministrazione comunale aveva risposto che entro l’estate sarebbero stati portati in luogo più idoneo. Siamo a dicembre, il filmato in realtà è della settimana scorsa, ma comunque ben oltre l’estate, non commento oltre”. Oltre al disinteresse per un bene e allo spreco di denaro pubblico, se parliamo di salubrità dell’ambiente e sicurezza, nessuno in questi anni ha pensato che plastica e metallo, esposti ad agenti atmosferici (luce UV, calore, umidità), diventano fragili e si frammentano nel corso di anni o decenni, iniziando un processo generale di disintegrazione del materiale. Anche se la plastica non si decompone come la materia organica, si trasforma comunque in microplastiche e per i cassonetti in metallo si tratterebbe di corrosione, quindi ruggine e deterioramento strutturale dovuto alla pioggia e all’ossidazione con il rilascio di sostanze nocive nel terreno e nelle falde acquifere. Risultato? Degrado paesaggistico e inquinamento del suolo, e comunque questo prolungato abbandono avrebbe potuto costituire un reato penale …ma non è fregato a nessuno. E arriviamo a marzo 2026: l’area dietro i cimiteri è vuota, i cassonetti per fortuna non ci sono più, anche se troppo tardi, chi li ha ritirati e dove siano stati portati non è dato sapere e se verranno finalmente utilizzati non è chiaro. Una speranza però c’è: che possano servire almeno a sostituire quelli che vengono incendiati o quelli ormai rotti e fuori uso, sarebbe il minimo perché dopo anni passati a degradare e subire corrosione in un campo. Recuperare almeno una parte di quello che appare come uno spreco clamoroso di denaro pubblico sarebbe già un piccolo, tardivo, segnale di buon senso.
Voto: 5


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