di Graziella Zaccone Languzzi

1) Sulla sanità ogni giorno scopro qualcosa di nuovo, perlomeno per me, e non sempre qualcosa di rassicurante. Lo sapevate che la Regione Piemonte (come del resto tutte le altre regioni italiane) negli ultimi anni ha adottato diverse misure per monitorare e ridurre le prescrizioni farmaceutiche considerate “eccessive” o “non appropriate”? Il tutto, naturalmente, nel nome del contenimento della spesa sanitaria. Fin qui nulla di sorprendente, se non fosse che queste politiche stanno producendo situazioni paradossali. L’ho scoperto, pensate un po’, dalla parrucchiera, dove l’argomento di discussione era la sanità con le solite lunghe liste di attesa. Una signora mi ha raccontato un episodio accaduto dal suo medico di base.
Dovendo partire per il Sud Italia per circa un mese, aveva semplicemente chiesto la prescrizione dei farmaci che assume abitualmente, in modo da averne la giusta quantità durante il periodo di assenza. La risposta del medico? Dal sistema risultava che aveva a casa ancora un blister completo per ciascuno dei famaci. Se voleva altre confezioni “di scorta”, sarebbe stato il medico stesso a dovere pagarle di tasca propria. La signora ha pensato che fosse una battuta. Non lo era. Ho raccolto anche altre segnalazioni. In un caso, ad esempio, un paziente ha richiesto via email alla sua dottoressa due farmaci: uno è stato prescritto, l’altro, un antibiotico che in passato aveva già funzionato per la stessa sintomatologia, no. Risultato? Ha dovuto comprarselo. A questo punto la curiosità mi ha portato a informarmi meglio. Quello che emerge è un quadro piuttosto chiaro, e credo anche pericoloso. In Italia la gestione della spesa farmaceutica e specialistica comporta forti pressioni sui medici di medicina generale affinché limitino le prescrizioni. In alcuni casi il superamento dei cosiddetti “budget prescrittivi” fissati dalle ASL può comportare richiami, controlli e perfino conseguenze economiche, per il medico ovviamente. Non è solo teoria, esistono casi in cui medici sono stati chiamati a rispondere davanti alla Corte dei Conti per aver prescritto farmaci in quantità ritenute eccessive o non giustificate, con richieste di risarcimento all’azienda sanitaria, il tutto per mantenere la spesa sanitaria regionale entro i limiti imposti dalla sostenibilità del Servizio Sanitario e dai vincoli della finanza pubblica. Le ASL fissano obiettivi di spesa e i medici che li superano possono essere sollecitati, diciamo così, a “prescrivere meno”. In alcune realtà si è arrivati perfino a introdurre incentivi economici per i medici che riducono il numero di esami e farmaci prescritti. A Modena l’Azienda USL ha introdotto un accordo sperimentale siglato a fine 2025, che prevede incentivi economici per i medici di medicina generale che contengono la spesa prescrittiva, nello specifico riducendo il numero di visite specialistiche ed esami diagnostici considerati non appropriati. Se poi un medico prescrive farmaci al di fuori delle cosiddette “note AIFA” (le indicazioni stabilite dall’Agenzia Italiana del Farmaco) o in quantità considerate inappropriate, può essere chiamato a rispondere di danno erariale. Certo, esiste anche una normativa che punta a promuovere l’uso dei farmaci generici o equivalenti per ridurre i costi. E qui permettetemi una riflessione personale: i farmaci equivalenti dovrebbero usarli prima di tutto quelli che li impongono. Sulla carta sono identici al farmaco di marca per principio attivo, forma farmaceutica e dosaggio. Ma possono differire negli eccipienti: sostanze apparentemente “inermi” come lattosio, amidi o coloranti, utilizzate per dare forma al medicinale o facilitarne l’assorbimento. Per chi ha intolleranze o allergie, al lattosio per esempio, la differenza può essere pericolosa e rilevante. Quando il contenimento della spesa entra troppo pesantemente nelle dinamiche della prescrizione medica, il rischio è che si crei un conflitto tra il risparmio economico e la libertà terapeutica del medico, che dovrebbe avere come unico riferimento la salute del paziente. Ed ecco spiegato perché talvolta il vostro medico tentenna a prescrivere due confezioni di un farmaco necessario, magari per una patologia cronica, costringendovi a tornare più volte per farvelo rinnovare. Non è necessariamente cattiva volontà, è il sistema. Chi ha imposto questa trovata? Tutto è partito dal cosiddetto Decreto Appropriatezza (Decreto del Ministero della Salute del 9 dicembre 2015, firmato dall’allora ministro Beatrice Lorenzin nei governi Letta, Renzi, Gentiloni), che ha introdotto criteri più stringenti per le prescrizioni a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Nel tempo il provvedimento ha subìto modifiche, ma l’impostazione di fondo è rimasta: controllare, limitare, ridurre. Sia chiaro: gli abusi esistono. C’è chi chiede troppo e chi prescrive con troppa facilità. Ma arrivare al punto di mettere i medici sotto pressione, di fatto inducendoli a fare resistenza quando un paziente chiede un farmaco necessario, o addirittura incentivare economicamente chi “prescrive meno”, rischia di trasformare la medicina in una partita di bilancio. Peraltro persa, se guardiamo alle previsioni del bilancio sanitario in Piemonte per il 2026: ma di questo riparleremo presto. I medicinali comunque, vale la pena ricordarlo, non sono confetti, nessuno li prende per piacere.
Voto: 2

2) La notizia: “Ora Alessandria lavora per creare il proprio brand: “In 50 ai tavoli di confronto”. Quattro anni fa lo slogan era suggestivo, quasi intimo: “alessandriadavverovostra”. Un abbraccio collettivo, una promessa di appartenenza, una dichiarazione d’amore civico. Oggi, a guardare marciapiedi dissestati, strade craterizzate e aree verdi trasformate in zone franche del degrado, l’unico slogan onesto sarebbe un ben più realistico: “Alessandria da ricostruire”. Già, perché mentre l’amministrazione guidata dal sindaco Giorgio Abonante lavora con zelo alla costruzione della “nuova immagine” della città, la città reale, quella che i cittadini percorrono ogni giorno, sembra chiedere prima qualcosa di molto meno glamour: ossia manutenzione, sicurezza, decoro, pulizia. Tutto ciò che viene prima dell’immagine, insomma. Offro allora il mio personale contributo al vice sindaco Barosini, due immagini reali di questi giorni:
Si può parlare di brand quando le fondamenta scricchiolano? Si può discutere di city branding quando le strade sono un percorso a ostacoli, gli immobili abbandonati diventano ricoveri di fortuna tra sporcizia e degrado, i parcheggi interrati e multipiano restano simboli di inefficienza e i cimiteri attendono dignità, per non parlare della partecipata o di una città dalle vetrine vuote? Manca solo un anno alla fine della consiliatura, vedremo se il sindaco estrarrà la bacchetta magica per ricostruire la città.
Cinquanta persone sedute a discutere l’identità della città. Una domanda sorge spontanea: quale identità? Quella delle slide o quella dei quartieri? Perché l’identità non si costruisce a colpi di brainstorming (tradotto: tecnica creativa di gruppo per far emergere idee volte alla risoluzione di un problema), ma a colpi di asfalto rifatto, erba tagliata, edifici messi in sicurezza, servizi funzionanti. Prima si risanano le strade, si liberano gli spazi verdi da presenze pericolose, si sigillano o recuperano immobili pubblici e privati abbandonati per evitare occupazioni tra feci e rifiuti. Poi, e solo poi, si può pensare a raccontarsi al mondo. Qui invece sembra valere la regola opposta: lucidare l’insegna mentre il negozio cade a pezzi. Un’operazione cosmetica che rischia di apparire come l’ennesimo tentativo di gettare la polvere sotto il tappeto, confidando che un logo ben studiato distragga dallo stato delle cose. Il paradosso è che Alessandria non avrebbe nemmeno bisogno di un brand artificiale. Avrebbe bisogno di essere semplicemente amministrata con rigore e concretezza. La reputazione di una città non nasce in una sala riunioni, ma nelle strade percorse senza paura, nei parchi vissuti senza degrado, nei servizi che funzionano senza proclami. Prima le fondamenta, poi il tetto. Prima la sostanza, poi la narrazione. Altrimenti il rischio è che “alessandriadavverovostra” resti solo uno slogan d’archivio e che il nuovo marchio, qualunque esso sia, venga percepito come ciò che oggi appare, un’etichetta elegante appiccicata su un contenitore che chiede urgentemente di essere riparato. E forse il vero focus group da convocare non è quello degli “attori locali”, ma quello dei cittadini, dell’uomo o donna della strada che ogni giorno inciampano nelle buche, aggirano degrado e attendono risposte. Lì, probabilmente, il brand emergerebbe spontaneo e sarebbe molto meno indulgente.
Voto: 2

3) Ci sono notizie che indignano, raccontano di amministratori che agiscono con sconcertante improvvisazione e totale menefreghismo verso i cittadini. Di fronte a un torto ampiamente documentato, restano immobili, senza assumersi alcuna responsabilità. E come se non bastasse sono capaci di risentirsi e ‘grugniscono’ quando vengono esposti alla gogna mediatica. Martedì 3 sull’edizione digitale de Il Piccolo si leggeva: “Alessandria, protesta di un residente. Permesso valido, ma fioccano 11 multe. Dico no al ricorso al Giudice di Pace: andrò dal legale”. Alessandria, undici multe e un permesso fantasma: l’arte comunale del “paghi e poi vediamo”. C’è chi colleziona francobolli, chi calamite da frigorifero e chi più sfortunatamente, multe. Undici, per la precisione. Tutte recapitate con effetto automatico dal sofisticato sistema elettronico dell’area pedonale urbana di Alessandria. Il protagonista della vicenda non è un pirata della strada, né un temerario amante del brivido urbano, è un residente, uno di quelli che con ingenua fiducia nelle istituzioni, ha comunicato regolarmente la propria targa al Comune per poter accedere all’APU. E infatti colpo di scena il Comune gli ha perfino confermato che la targa è registrata, ben attiva sul varco, presente, esistente, viva e vegeta nel sistema: peccato che le telecamere non siano d’accordo. Dal 13 gennaio, data di attivazione dell’APU nel centro storico, le telecamere sorvegliano 24 ore su 24 gli accessi. Un “grande fratello” urbano che non dorme mai, quindi in superlavoro, evidentemente per la stanchezza non riesce a leggere nemmeno l’elenco delle targhe autorizzate. Risultato? Undici verbali da 72 euro ciascuno. Un piccolo abbonamento mensile alla burocrazia creativa di questa amministrazione. Il cittadino ha fatto ciò che ogni manuale di educazione civica suggerisce: ha contattato il Comando di Polizia Municipale, ha inviato documentazione, ha dimostrato il diritto di accesso, ma la risposta ricevuta è un capolavoro di filosofia amministrativa contemporanea: “Faccia ricorso al Giudice di Pace”. Che tradotto è : il sistema sbaglia, ma il problema è suo. Paghi, poi forse ne parliamo.
L’idea che un cittadino debba avviare un ricorso con tempo, costi, arrabbiature e stress annessi per dimostrare un errore non suo è un esempio di quella raffinata disciplina che potremmo chiamare “scaricabarile 2.0”. Non più rimpalli tra uffici, ma tra algoritmi e tribunali. Il messaggio implicito sembra essere: “la tecnologia è infallibile e se c’è un errore, dev’essere umano: l’umano è lei”. Eppure il Comune ha confermato che la targa è regolarmente registrata, dunque il sistema registra, ma non riconosce. La nuova APU pensata per garantire sicurezza e ordine nel centro cittadino, è diventata nel suo caso un laboratorio di paradossi, strumenti nati per semplificare che complicano, automatismi che automatizzano l’errore, digitalizzazione che digitalizza anche l’assurdo. Nel frattempo, le multe potrebbero aumentare, perché il residente dettaglio trascurabile, continua ad abitare lì e con ostinazione quasi provocatoria, continua a rientrare a casa ed è la sua una condotta decisamente sospetta. A questo punto si passa dal varco elettronico al varco giudiziario. Il cittadino ha già annunciato che non intende rivolgersi al Giudice di Pace, ma a un avvocato. Una scelta comprensibile: se il dialogo con l’amministrazione è un monologo, tanto vale cambiare palco. Resta ora da capire se il Comune interverrà per correggere quello che appare come un evidente disallineamento tra autorizzazioni e rilevazioni, oppure se preferirà difendere fino in fondo il principio secondo cui, in caso di dubbio, la telecamera ha sempre ragione. Nel frattempo ad Alessandria si inaugura una nuova forma di turismo amministrativo: il percorso guidato tra varchi elettronici e aule giudiziarie con ingresso consentito, uscita a pagamento. La Lega di Alessandria critica l’amministrazione comunale per l’elevato numero di multe emesse dopo l’attivazione dei varchi dell’APU , evidenziando che nei primi 19 giorni sono state registrate 6.655 sanzioni, per un totale di circa 594 mila euro, di cui oltre 123 mila già incassati e la situazione sta creando confusione e malcontento in città. Tra i multati ci sono anche diversi residenti del centro con permessi attivi, che ora devono decidere se pagare la multa ingiustamente o fare ricorso al giudice di pace, con il rischio di ulteriori costi e perdita di tempo. La Lega sostiene che l’APU dovrebbe servire a migliorare sicurezza e vivibilità urbana, non a fare cassa, e critica l’assenza di una fase iniziale di avviso senza sanzioni, come avvenuto in altre città. Per questo ha presentato una mozione e un’interpellanza chiedendo al Comune di riesaminare le multe della fase iniziale, per evitare molti ricorsi e ricostruire il rapporto di fiducia tra cittadini e amministrazione guidata dal sindaco Abonante.
Voto: 2


