Ferrando (Cia): “Meno burocrazia, più sostegno a chi innova e guarda al futuro: questo chiedono oggi gli agricoltori”

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di Ettore Grassano

Nei giorni scorsi è stata rieletta all’unanimità Presidente Cia (Confederazione Italiana Agricoltori) delle province di Alessandria e Asti per il quadriennio 2026-2030, e Daniela Ferrando sa bene quanto questo ruolo comporti, in un momento così delicato per l’agricoltura piemontese e italiana, oneri e impegni estremamente gravosi. “Per fortuna però posso contare su una squadra coesa e determinata: dai Presidenti di zona al personale che garantisce un presidio costante e quotidiano del territorio, con le diverse sedi nelle nostre due province di riferimento: la forza di Cia sta proprio nel suo radicamento territoriale, e nel dialogo costante con i soci, che da noi trovano la porta sempre aperta”).

Le questioni sul tappeto però non mancano davvero: se sul fronte rimodulazione PAC a partire dal 2028 le proteste di tutte le associazioni agricole hanno ottenuto qualche significativo ‘ravvedimento’ da parte della Commissione Europea, l’accordo tra l’Unione Europea e i paesi del Mercosur rischia di diventare una ‘tagliola’ particolarmente penalizzante per l’agricoltura italiana, mentre anche i venti di guerra internazionali rappresentano una variabile di non poco conto, che va ad incidere su tutta la filiera, dal costo delle materie prime all’import/export. Ma con Daniela Ferrando parliamo anche di mutamento climatico, di peste suina e ungulati, e dell’imprescindibile ruolo ‘sociale’, spesso sottovalutato, che gli agricoltori svolgono sul nostro territorio, soprattutto nelle zone collinari e montane.

Dottoressa Ferrando, che significato ha per lei la recente rielezione ai vertici Cia di Alessandria e Asti? Quali saranno le priorità del suo secondo mandato?
Lavorare con un focus sui problemi quotidiani delle aziende per cercare di alleggerire quello che chiamo peso burocratico. Abbiamo troppi adempienti da rispettare, troppe norme e impegni formativi. Le aziende agricole, per loro natura sono complesse e le loro attività ricadono in più ambiti di “rischio” e possono essere sottoposte a controlli da più autorità. Siamo “tenuti d’occhio” per la tutela ambiente, la sicurezza sui luoghi di lavoro, la sicurezza alimentare dei prodotti; e per questo dobbiamo tracciare tutte le operazioni e seguire corsi di formazione. Tutto giusto e sacrosanto, ma poi quanto ci si cala nella realtà quotidiana delle aziende tutto si trasforma in un peso insopportabile e diventa un investimento troppo costoso in termini economici e di tempo. Potrei fare un esempio per la mia azienda con l’elenco dei registri e dei corsi obbligatori che devo seguire. In più la formazione va tenuta aggiornata e così ogni anno bisogna dedicarvi almeno una settimana, se va bene.

Partiamo dalla rimodulazione della Pac: dopo la battaglia delle associazioni agricole, cosa succederà davvero a partire dal 2028?
Quello su cui stiamo lavorando è non cedere alla possibilità di una diminuzione del budget. Anzi: all’interno della PAC noi agricoltori riteniamo che debba essere previsto anche un budget per i danni catastrofali che noi produttori subiamo, e che molte volte non sono corrisposti per la mancanza di fondi. Anche la Corte dei conti europea dà ragione agli agricoltori. Nel suo parere sulla proposta di riforma della Pac post 2027, l’organo di controllo dell’Ue conferma tutti i timori avanzati dal settore primario e dà piena legittimazione alle nostre preoccupazioni. Tagliare le risorse all’agricoltura e farle confluire in un fondo unico significa svuotare la Pac del suo carattere comune e aprire la strada a una pericolosa rinazionalizzazione. Così si spezza un sistema che ha garantito equità e coesione, creando disparità tra comparti e tra Stati membri, ma soprattutto si mette seriamente a rischio una delle politiche fondanti dell’Unione, essenziale per il reddito degli agricoltori e per la sicurezza alimentare dei cittadini.

Lo ‘spauracchio’ dei dazi americani, insieme all’instabilità internazionale, sono stati temi ‘clou’ nel 2025: oggi qual è la situazione, per i prodotti di casa nostra?
A livello locale non ci sono state grandi ripercussioni come si temeva all’inizio. I nostri vini continuano l’export senza contraccolpi significativi. Ma a livello nazionale l’Ufficio Studi di Cia-Agricoltori Italiani, analizzando i dati Istat, ha rilevato che in termini assoluti, nell’estate 2025 (giugno-settembre), rispetto allo stesso periodo del 2024, sono evaporati 282 milioni di euro di prodotti tricolori dal mercato statunitense. Una brusca frenata che pesa anche sul bilancio annuale: nei primi nove mesi del 2025, l’export agroalimentare italiano verso gli Usa scende al -1,2%, invertendo completamente il +4% ottenuto nello stesso periodo del 2024. Evidenziando come la spinta positiva di inizio anno non sia stata sufficiente a compensare il contraccolpo estivo, segnato dall’ingresso dei nuovi dazi.

Problema ungulati e animali selvatici in generale, che va anche oltre la vicenda ‘sanitaria’ della peste suina: perché sembra essere così irrisolvibile?
Gli interessi in gioco sono tanti e in netto contrasto tra loro. Faccio mio un commento del nostro presidente nazionale Cristiano Fini in occasione di un incontro alla presenza del ministro Francesco Lollobrigida: tra le parti interessate nella discussione, cioè ambientalisti, cacciatori e agricoltori, gli unici ad avere un’attività economica sono gli agricoltori.

Diamo uno sguardo ai singoli mercati: cosa vi aspettate dal comparto cereali? Il grano tenero è sempre stato un asset produttivo essenziale, in provincia di Alessandria: è ancora così?
Purtroppo no: le produzioni sono diminuite di oltre il 25% dal 2023. Nonostante le nostra provincia sia per estensione – e per professionalità – la migliore in Italia, pesa purtroppo il prezzo pagato agli agricoltori. Paragonare il nostro prodotto, con le nostre regole e con la nostra qualità, ad un mercato globale è una politica fallimentare per tutto il settore.

Pomodori per l’industria: il 90% della produzione piemontese si concentra nell’alessandrino. È un trend che vi aspettate si confermi anche nei prossimi anni?
Sì, ci aspettiamo una crescita anche nei prossimi anni: la specializzazione delle nostre aziende nella coltivazione del pomodoro da industria è davvero alta e si dimostra all’altezza delle richieste dell’industria. Lo si deve alla bravura dei produttori ma anche ai terreni dell’alessandrino, particolarmente vocati a questa coltura.

Le province di Alessandria e Asti hanno zone che sono vere eccellenze per la produzione di vini di qualità. È un mercato in contrazione quantitativa, e per contro alla ricerca di sempre maggior qualità?
Il mercato dei consumatori ha alzato verso l’alto l’asticella della qualità, che segue logiche di buona produzione e di basso impatto ambientale. Ma evidenzio che alcune eccellenze del territorio non hanno subito una sensibile flessione, secondo i dati arrivati. Pensiamo all’Alta Langa, al Gavi e al Timorasso, per fare qualche esempio. Il consumo pro-capite diminuisce, ma alcune produzioni di recente sviluppo dimostrano nei fatti un buon percorso di crescita.

La nocciola piemontese negli ultimi anni ha conosciuto qualche traversia: è un mercato in stabilizzazione, o prevedete ancora instabilità?
Per le nocciole il problema è principalmente riuscire a produrle, per ora il mercato risponde positivamente e le fluttuazioni di prezzo sono riflesso dell’andamento produttivo. Al momento ci resta la speranza che lavorando al meglio e con la massima cura si riesca ad ottenere il prodotto. Credo che l’andamento del raccolto 2026 sarà decisivo.

Parliamo di clima: per diversi anni il cambiamento climatico (che indiscutibilmente c’è stato: in pianura non nevica quasi più, gli inverni sono più miti e le estati torride) è stato presentato come un fattore esclusivamente negativo, anche per l’agricoltura. È ancora così? Questo cosa ha comportato e comporta?
L’adattamento al cambiamento climatico è uno dei nostri maggior problemi. È causa di un decremento produttivo che si avverte un po’ in tutti i settori e che sovente si accompagna ad un aumento dei costi di produzione. Non è poi da trascurare il fenomeno sempre più frequente degli eventi estremi: grandinate distruttive, gelate tardive, nubifragi e alluvioni. L’agricoltura sta pagando in prezzo davvero elevato e al momento trovo difficile trovare aspetti positivi in questa questione.

Sicurezza sul lavoro: ogni volta che c’è un incidente grave (in agricoltura come in edilizia) c’è chi si straccia le vesti. Poi tutto torna come prima: posto che il rischio zero in certe attività non esisterà mai, come associazione di categoria Cia cosa sta facendo?
Per Cia la Sicurezza sul Lavoro resta uno dei punti fondamentali dell’Organizzazione e questo è dimostrato da elementi concreti. Cia ha strutturato da molti anni un settore interno dedicato unicamente alla materia, che si occupa quotidianamente di formazione e verifiche, con corsi in aula e sul campo. Formiamo ogni anno circa mille persone con corsi datoriali, per dipendenti e abilitativi. L’attività di formazione, sensibilizzazione e prevenzione è svolta con serietà e accuratezza attraverso sopralluoghi nelle aziende e corsi dedicati come previsto dalla normativa vigente; Cia ha stretto inoltre accordi di convenzione con aziende che si occupano di anti-infortunistica per l’acquisto delle dotazioni necessarie alle attività da svolgere in azienda, acquisto e controllo presidi antincendio, relazioni con officine autorizzate, medico competente del Lavoro. Cia ribadisce inoltre la propria attenzione sul tema ricordando anche le giornate istituzionali svolte nell’ambito della “Settimana Europea di Sicurezza sul Lavoro” a ottobre sia in provincia di Asti che di Alessandria, in collaborazione allo Spresal, al fine di formare e informare le aziende agricole sulle tematiche e problematiche collegate alla Sicurezza sul Lavoro, continuando il dialogo e il confronto con gli enti istituzionali preposti a questo. Facciamo inoltre parte dell’Osservatorio provinciale per il monitoraggio degli infortuni sul lavoro e la sicurezza dei lavoratori convocato dal Prefetto per ciascuna delle due province.

Giovani e agricoltura. Un binomio che può ancora funzionare? E a quali condizioni?
Sì, è un binomio che funziona, inseguendo il futuro. Ma nonostante si parli molto della causa dei giovani, la realtà è che si fa fatica a sostenerli come si dovrebbe. Avviare un’azienda è un percorso complesso, soprattutto in agricoltura: c’è il problema di disponibilità dei terreni, sono necessarie strutture e capitali da investire, l’accesso al credito è faticoso. Bisogna essere in grado di poter dotare strumenti di adeguata capienza economica per avviare la sfida.


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