di Graziella Zaccone Languzzi

1) Quando tappare una buca diventa un evento epocale. Martedì 20 gennaio è uscito un articolo che ha scatenato l’ilarità generale sui social: “Coperta la buca in via Filzi ad Alessandria: il grazie del sindaco per i lavori volti alla sicurezza e decoro”. Ora, che sia stata coperta una buca dovrebbe rientrare in quella pratica arcaica e misteriosa chiamata normale manutenzione: ma ad Alessandria 2026 si trasforma in un evento, con tanto di ringraziamenti ufficiali del sindaco Giorgio Abonante, come per la posa della prima pietra del Duomo. Il risultato? Una valanga di commenti ironici e sbeffeggianti su Facebook, ampiamente prevedibili. Ne cito alcuni, naturalmente senza nomi: “Quando chiudere una buca diventa un evento da celebrare… siamo alla frutta, anzi al pussacaffè.” – “Sti c…i… La notizia l’avrei data su tutti i telegiornali, nazionali e non.”. “Hanno finalmente tappato un buco, non hanno scoperto la cura contro il cancro… bisogna fargli i complimenti?” – “Fa proprio notizia! Quando taglia il nastro per la prima buca raffazzonata del 2026 con fascia tricolore e champagne?”. Vado a ciò che che ha fatto sorridere anche me: sui suoi canali social, il sindaco di Alessandria ha elencato una serie di lavori effettuati sul territorio comunale, ringraziando pubblicamente “chi li rende possibili, con serietà e competenza”. Ha poi aggiunto che si tratta di interventi che “si notano poco, ma contano molto per la sicurezza e il decoro della città, non fanno rumore ma migliorano concretamente la vita quotidiana”. Concetti condivisibili, per carità, se non fosse che il primo cittadino ha ritenuto opportuno sottolineare in particolare che in via Filzi 5 è stata coperta una buca che aveva creato una vera e propria voragine, definendo l’intervento “un ripristino necessario per restituire piena sicurezza alla strada”. E ci mancherebbe pure. Qualcuno dirà che il sindaco è una persona gentile. Vero. Ma a questo punto viene da chiedersi: stava ringraziando se stesso? Perché il bene pubblico è di sua competenza, salvo che, notizia questa sì clamorosa, qualcuno non sia davvero sceso da Marte, abbia tappato la buca gratis e senza nemmeno chiedere una foto ricordo. In attesa della prossima epocale inaugurazione magari di un tombino riposizionato, restiamo fiduciosi della presenza del sindaco con tanto di fascia tricolore.
Voto: 2

2) L’ultima su Amag Ambiente: “Amag Ambiente, le minoranze depositano proposta di delibera: “No alla società mista, sì a raccolta puntuale e TARIP” – Si tratta della tariffa puntuale che farebbe pagare in base ai rifiuti effettivamente prodotti, superando l’attuale sistema fondato in larga parte su parametri presuntivi come i metri quadrati:” E qui mi fermo. Sono da sempre contraria al “porta a porta spinto” e sono contraria anche alla tariffa puntuale. Lo sono dal 2005, da quando il “porta a porta spinto” fu introdotto dall’ex amministrazione Scagni. In quegli anni, su quella gestione imposta, successe di tutto con esagerazioni che andavano tra l’assurdo e il comico. Già allora, nel Nord Italia, si parlava di tariffa puntuale: quindi non stiamo parlando di una novità, ma di un modello vecchio, riproposto ciclicamente come se fosse la soluzione definitiva. Negli anni mi sono fatta una solida cultura sui diversi sistemi di gestione dei rifiuti e ho sempre sostenuto un punto fondamentale: alla fine è il consumatore finale ad accollarsi tutti i costi della filiera degli imballaggi, che sono anche quelli che più pesano nella raccolta differenziata. È su questo aspetto, sistematicamente ignorato, che voglio accendere una luce. Non per ideologia, ma per una questione di giustizia, perché riguarda tutti e perché sposta l’attenzione dai cittadini alle scelte industriali. La TARIP, la tariffa puntuale secondo cui il cittadino paga in base alla quantità di rifiuti conferiti, sulla carta sembra equa: chi produce di più paga di più. Ma applicata alla realtà quotidiana, e soprattutto al tema degli imballaggi, mostra un lato oscuro di cui non se ne parla. Il cittadino acquista un prodotto il cui prezzo include il costo dell’imballaggio e un eco-contributo EPR (Responsabilità Estesa del Produttore) recepito in Italia con il D.Lgs. 116 del 2020. per coprire i costi della gestione dei rifiuti post-consumo, inclusi raccolta, trasporto, selezione e riciclo/smaltimento dei prodotti immessi sul mercato. Un costo che l’industria paga formalmente, ma che viene ribaltato sul prezzo finale. A questo si aggiunge la TARI per la raccolta dei rifiuti. Con la TARIP, il cittadino arriverebbe a pagare in base alla quantità di imballaggi conferiti, anche quando questi sono inevitabili. Il nodo centrale è che gli imballaggi non li sceglie il cittadino, non decide se un prodotto è sovra imballato, se è in plastica mista non riciclabile, in confezioni monouso, in carta, vetro o in metallo. Gli imballaggi non si mangiano, non sono un rifiuto “volontario”, ma una conseguenza obbligata del consumo. Con la TARIP, quindi, il cittadino paga un costo che non può evitare e viene responsabilizzato per scelte industriali fatte da altri. Con la TARIP si trasformerebbe in uno strumento teoricamente equo, ma in realtà in una penalizzazione regressiva, che colpisce famiglie numerose, anziani e chi non ha alternative di acquisto sfuse o alla spina. Un paradosso economico evidente. Tirando le somme: il produttore recupera nel prezzo ciò che ha pagato come EPR; il Comune viene compensato dai Consorzi per la raccolta differenziata; il materiale diventa nuova materia prima. E il cittadino? Paga all’inizio, paga alla fine, ma non ha alcun controllo nel mezzo. Senza un reale sistema di compensazione, la TARIP rischia di diventare una tassa indiretta sugli imballaggi: uno strumento che “pesa” sul comportamento del cittadino senza colpire la vera causa del problema, che è la progettazione degli imballaggi. Ed è l’alternativa di cui nessuno ne parla. Se davvero si vuole applicare il principio “chi inquina paga”, la domanda è un’altra: perché gli imballaggi non tornano ai punti vendita? Supermercati e grandi distributori potrebbero ritirarli, riconsegnarli ai produttori, attivare sistemi di vuoto a rendere, cauzione e riuso. In questo modo il cittadino non paga due volte, il produttore è realmente responsabilizzato e il rifiuto torna a essere parte del ciclo industriale, non una responsabilità individuale. In conclusione, la TARIP può avere senso solo se distingue tra rifiuto evitabile e imballaggio imposto, se non scarica sul cittadino consumatore costi già pagati al momento dell’acquisto e se è accompagnata da sistemi di ritiro, riuso e cauzione. Altrimenti rischia di non essere uno strumento ambientale, ma solo un modo elegante per far pagare ancora una volta chi non ha potere di scelta.
Voto: 4

3) Ad Alessandria insieme ai varchi elettronici in centro si è accesa subito anche la polemica. Qui le dichiarazioni del sindaco Abonante: “Dopo le telecamere nelle aree pedonali, ora Alessandria punta a completare la ZTL”. Da martedì 13 gennaio è entrata in vigore la nuova Area Pedonale Urbana (APU) nel centro storico: attiva 24 ore su 24, interessa il tratto di piazza della Libertà fronte Poste e alcune traverse di corso Roma. A controllare gli accessi sono i varchi elettronici con lettura automatica delle targhe: possono entrare solo i veicoli autorizzati, previa richiesta online tramite il portale comunale. Il sindaco Giorgio Abonante nell’intervista rivendica la scelta: “Finalmente possiamo interrompere quel flusso continuo di auto che attraversava corso Roma, e iniziare a dare ordine anche a piazza della Libertà, che non può essere utilizzata come una rotatoria. Non vogliamo fare la guerra alle automobili”. Secondo Abonante, le APU non penalizzano chi ha diritto a transitare: residenti, commercianti e chi deve accedere per lavoro o per giustificato motivo possono ottenere un permesso ed evitare sanzioni. L’obiettivo dichiarato non sarebbe ideologico, ma pratico e sociale: ridurre il tempo passato in auto alla ricerca di parcheggio e rendere il centro storico un luogo di passeggio, socialità e benessere. Eppure, a molti, me compresa, questa impostazione appare più ideologica che pratica, soprattutto per una città come Alessandria. L’Amministrazione parla di necessaria riorganizzazione dello spazio urbano, dall’opposizione e da una parte dei commercianti arriva invece una lettura opposta, il timore è che l’APU non porti più ‘vita’, ma invece meno clienti, meno vendite e una progressiva desertificazione commerciale, con il rischio concreto di un declino del cuore cittadino. Per la giunta Abonante la ricetta è chiara: pedonalizzazione estesa e città sempre più chiusa alle auto, con l’obiettivo (che è nobile sulla carta) di migliorare vivibilità, sicurezza e sostenibilità, ridurre l’inquinamento e tutelare pedoni e ciclisti. Anche se va detto che, talvolta, i pedoni avrebbero bisogno di essere tutelati proprio da certi ciclisti e da monopattini lanciati come frecce impazzite. Secondo Palazzo Rosso, l’APU garantirà una migliore qualità urbana e ambientale e allineerà Alessandria alle politiche delle grandi città italiane ed europee. Peccato però che non ovunque si sia trovato il giusto equilibrio. Milano, ad esempio, con le ZTL dell’era Sala, è vissuta da molti cittadini e visitatori come una moderna versione dei gironi infernali di Dante: accessi, divieti e sanzioni degni di un poema. Le preoccupazioni dei commercianti restano concrete, meno auto significa meno passaggi e meno acquisti, soprattutto in una città dove per anni il flusso automobilistico è stato sinonimo di clientela. La storia insegna che una pedonalizzazione rapida o mal accompagnata, senza parcheggi adeguati e collegamenti efficienti, può trasformarsi in un boomerang, scoraggiando chi non riesce ad arrivare o a fermarsi con facilità. Un centro senza auto può essere più bello, più vivibile e anche più attrattivo per eventi, cultura e ristorazione ma funziona davvero solo se accompagnato da: parcheggi accessibili e ben segnalati ai margini del centro, trasporto pubblico efficiente, sostegni concreti alle attività commerciali durante la fase di transizione. In assenza di queste condizioni, gli scontri tra maggioranza e opposizione, così come le proteste di cittadini e commercianti, diventano non solo prevedibili ma anche comprensibili. E a questo punto una domanda da parte mia, al sindaco Abonante sorge spontanea: come mai proprio in piazza della Libertà, che fa parte del centro storico, si continuerà a parcheggiare, continuando a inquinare e impedendo il pieno utilizzo dello spazio da parte di pedoni, anziani e bambini, che lì potrebbero finalmente giocare e vivere la piazza? Forse perché piazza della Libertà garantisce sonanti euro alle casse comunali grazie ai parcheggi a pagamento? A pensar male si fa peccato, certo, ma a volte …ci si azzecca.
Voto: 3


