
di Ettore Grassano
Provare ancora a ragionare di politica locale (intesa come italiana), con tutto quel che sta succedendo nel mondo attorno a noi, può sembrare un azzardo. Mai come oggi abbiamo avuto la sensazione di contare poco o nulla. Le decisioni (spesso azzardate, comunque quasi mai condivise con il popolo, peraltro perso in un ‘altrove’ di acquisti futili e scemaggini social: quindi mai come oggi inconsapevole, e forse inadeguato a decidere alcunché) vengono comunque sempre prese altrove, e l’importante è scansarla, rimanerne fuori, non essere coinvolti per evitare di essere travolti.
Fatta questa premessa sul ‘sentiment personale’ di chi scrive (senza la quale ogni altra riflessione sarebbe assolutamente retorica), proviamo però a riannodare i fili della politica italiana, per arrivare a casa nostra.
Il Governo Meloni, sondaggi alla mano, va a gonfie vele, certamente anche per l’inconsistenza progettuale di un ‘campo largo’ pregno di retorica e incapace di vivere la realtà del suo tempo, ma non solo per quello. Giorgia Meloni in questi anni ha saputo ritagliarsi un ruolo equilibrato e ‘tattico’ sullo scacchiere internazionale (anche con decisioni che chi scrive non condivide: ma chi guida un Paese di 60 milioni di persone ha una responsabilità collettiva, prima di tutto. Non sempre può fare ciò che è giusto, talora deve fare ciò che conviene al suo popolo), e Giancarlo Giorgetti è uno dei migliori ministri dell’Economia che l’Italia abbia mai avuto. E’ grazie a questo tandem, fondamentalmente, che il Governo nato dopo la vittoria elettorale ha costruito il proprio successo, regalando al centro destra un consenso forte e stabile, addirittura crescente nel tempo.
Qui però cominciano i problemi. Perché il consenso non è proporzionalmente distribuito tra i diversi alleati di coalizione, ma sembra premiare in maniera significativa il partito del Premier, stabilmente sopra il 30% dei consensi (parliamo sempre di sondaggi però, da prendere con le pinze: il recente successo elettorale della Lega in Veneto, ben al di là delle previsioni della vigilia, è un esempio da tenere in considerazione). A questo punto la tentazione di una nuova legge elettorale, a quanto pare ormai ben avviata, è comprensibile per Fratelli d’Italia, e trova ottima sponda sull’altro fronte nel Partito Democratico. Perché mai i due partiti con maggior consenso dovrebbero ‘portare acqua’ al mulino degli alleati, garantendo loro un certo numero di seggi ‘sicuri’, grazie all’attuale sistema basato in buona parte sull’uninominale? Meglio tornare ad un bel proporzionale, che consentirebbe a Fratelli d’Italia (e Pd) di ‘fare il pieno’ di parlamentari, per poi provare a costruire un Esecutivo, semplicemente, con chi ci sta. Sarebbe, insomma, la ‘pietra tombale’ sul centrodestra come coalizione coesa per forza. Se servisse, ovviamente sempre per il bene del Paese, Giorgia Meloni potrebbe scaricare un alleato, e caricarne altri: per la gioia di quel ‘centro’ di cui si parla da tempo immemore, ma che in sostanza dal post tangentopoli è sempre stato rappresentato da ‘centrini’ autoreferenziali e mai decisivi. Per il ‘campo largo’ la questione è meno evidente, essendo quella un’accozzaglia eterogenea di interessi e progetti (super patrimoniale, ambientalismo acritico e antieconomico, diritti civili quasi ‘carnevaleschi’) che, in caso di improbabile trionfo del Pd alle urne, consentirebbe a quel partito di costruire, senza batter ciglio, una bella coalizione ‘arcobaleno’.

Per il centro destra, viceversa, presentarsi alle urne con un sistema proporzionale, in ordine sparso, significherebbe due cose, essenzialmente:
- Ultimo anno di Governo Meloni con le spade sguainate, fra le diverse forze dell’Esecutivo, e a seguire campagna elettorale ‘l’un contro l’altro armati’.
- Fine delle alleanze amministrative: tra qualche mese in Piemonte si vota per il rinnovo di sindaci di realtà tutto sommato marginali, da Valenza a Moncalieri, ma si sentono già roteare le lame. Vi immaginate cosa succederebbe al probabile ‘election day’ del 2027, con voto politico e ‘in abbinata’ elezione dei sindaci di Torino, Cuneo, Novara, Alessandria e Asti (e a casa nostra pure Acqui Terme)? Davvero arduo immaginare un centro destra che si ‘scanna’ per Camera e Senato, e invece marcia compatto con le candidature dei sindaci.
La premier Meloni e il suo staff di consigliori hanno ancora davanti a sé un po’ di tempo per valutare azioni e conseguenze: ma non tantissimo. Ne riparliamo.


