Amag, ora lo scontro è sui rifiuti. Demagogia sul carcere, silenzio sulla sicurezza idrogeologica [Le pagelle di GZL]

Condividi

di Graziella Zaccone Languzzi

di Graziella Zaccone Languzzi

1)Il 2026 in Amag riparte da dove era finito il 2025, ossia caos e conflitto. In Amag Ambiente, in particolare, il clima è tesissimo, nonostante il management cerchi di ostentare tranquillità. La settimana scorsa la pressoché totalità dei dipendenti ha sottoscritto una petizione per dire no alla privatizzazione (mascherata da gara a doppio oggetto, di cui peraltro si parla già da un paio d’anni), e ha chiesto sostegno non solo ai sindacati, ma alle forze politiche di centro destra. Qui gli articoli sulla notizia: “Roggero (Lega): “Raccolta firme dei dipendenti di Amag Ambiente per dire no alla privatizzazione? Il sindaco Abonante ne riferisca al consiglio comunale”, “Locci (FdI) al fianco dei lavoratori di Amag Ambiente: “No gara, no privati, no porta a porta spinto”. A seguire la replica di Amag Ambiente: “Amag Ambiente replica al centrodestra: “No a strumentalizzazioni. Ingresso soggetti privati per migliorare il servizio”, e e una controreplica rivolta ad Amag Ambiente da un sindacalista: “Porta (Uil Trasporti) contro Amag Ambiente: “Ha usato le mie parole senza permesso. Io sto con i lavoratori”. Rimane il fatto che per i lavoratori (e anche per noi i cittadini) Amag Ambiente deve restare al 100% pubblica, al servizio di Alessandria. In questa vicenda però io ci ho visto ben altro: sì, avete letto bene, i sindacati storicamente collocati a sinistra bussano alla porta della destra per difendere i lavoratori da una società guidata da dirigenti nominati dalla maggioranza comunale di centrosinistra. Un cortocircuito politico degno di regole consolidate nel tempo scritte al contrario. Perché qui il problema non è più l’ideologia, ma la realtà, e quando la realtà diventa ingestibile, anche le bandiere perdono colore. Amag Ambiente, partecipata pubblica che dovrebbe garantire un servizio essenziale come la gestione dei rifiuti, sembra oggi il simbolo di una governance che ha smarrito il contatto con chi ogni giorno manda avanti l’azienda. I lavoratori non protestano per capriccio, ma perché temono che dietro parole come efficientamento e razionalizzazione si nasconda l’ennesima porta aperta ai privati, e nessuna garanzia per il loro futuro lavorativo. Ormai ci troviamo di fronte ad un centro sinistra che sogna il privato (ma sempre i soliti soggetti del privato, a dire il vero), mentre il centro destra, ora sui rifiuti come l’anno scorso sull’acqua, chiede che i servizi pubblici essenziali restino tali. Che qualcosa si sia ormai rotto irreparabilmente tra il centro sinistra alessandrino e i sindacati lo raccontano le cronache degli ultimi tre anni: e se pensiamo che l’attuale sindaco è, culturalmente e politicamente, ‘figlio’ della Cgil, sarà interessante vedere come si comporterà quel sindacato in vista delle elezioni comunali del 2027. Quando i rapporti si incrinano, e la fiducia viene meno, tutto può accadere. Sicuramente, dopo il salvataggio dell’acqua pubblica da parte del centro destra (della Lega, a voler essere precisi), sarà interessante vedere che ne sarà, nei prossimi 15 mesi, del ciclo integrato dei rifiuti: raccolta e smaltimento. In altri territori, un business e una risorsa: qui da noi fino ad ora un ‘salasso’ e un esempio di inefficienza: e non certo per colpa dei lavoratori. Voto: 2

Carcere di San Michele: meglio le telecamera della tv che il dialogo con gli agenti insoddisfatti?

2) In queste prime settimane dell’anno, ma anche nell’ultimo scorcio del 2025, si è fatto un gran parlare del carcere di San Michele, in ottica ‘massima sicurezza’ e trasferimento detenuti in regime speciale 41- bis. Abbiamo letto notizie ‘allarmistiche’, e nessuno o quasi che abbia ricordato che il carcere di San Michele ‘di massima sicurezza’ lo è da sempre. Arriveranno 150 detenuti condannati per mafia, terrorismo, criminalità organizzata in regime di 41- bis? Può essere, ma perché farne un elemento di dibattito pubblico: non sarebbe meglio operare nell’assoluta discrezione, su un fronte così delicato? Ma poi perché fare di tutta un’erba un fascio, e accostare temi che tra loro non stanno insieme? “Alessandria, l’assurda tesi del sindaco Abonante: intreccio tra 41 bis, logistica, criminalità organizzata e, ovviamente, Governo Meloni”. Il contenuto di questo articolo è interessante, lo condivido e mi chiedo: avere un carcere 41-bis alla periferia della città può essere un vero pericolo come paventato dal sindaco? Il sindaco ha parlato di pericolo per la città, per i cittadini e per le imprese, evocando scenari di insicurezza urbana e rischio criminale, tali paure hanno un fondamento reale o siamo di fronte all’ennesimo allarme politico senza basi concrete? Sappiamo che il 41-bis non è un carcere aperto, ma è il regime detentivo più rigido previsto dall’ordinamento italiano, pensato per isolare completamente detenuti ritenuti estremamente pericolosi. A questo punto parlando di sicurezza urbana dove sarebbe il rischio? Se davvero tale carcere con un regime più duro fosse un pericolo per la città che lo ospita, allora bisognerebbe concludere che lo Stato italiano mette deliberatamente a rischio una dozzina di comuni dove il 41-bis è già attivo da anni, e i dati di queste città non mostrano alcuna correlazione tra sezioni 41-bis e aumento della criminalità locale. Semmai una sezione 41-bis comporta più presenza delle forze dell’ordine, più controlli, più attenzione istituzionale sul territorio, se c’è un effetto collaterale potrebbe essere un rafforzamento del presidio dello Stato, non il contrario. Ci saranno rischi in caso di ricovero ospedaliero di un detenuto ‘speciale’? Si suppone che lo Stato valuti di volta in volta se utilizzare strutture più attrezzate con l’obiettivo di tutelare sia il diritto alla salute sia la sicurezza dei cittadini. Parlare di minaccia per le imprese o di insicurezza urbana senza indicare quali meccanismi concreti genererebbero questi rischi significa alimentare timori astratti e non fare amministrazione responsabile. O qualcuno si è offeso perché non è stato fatto partecipe della decisione? Nel frattempo consiglio la lettura di un intervento dell’ex sindaco di Alessandria Piercarlo Fabbio che contribuisce a fare chiarezza sulle carceri alessandrine, e su ciò che fu realizzato durante il suo mandato. Buona lettura. Voto: 3

3) PAI 2022 per il tratto alessandrino del Tanaro: sicurezza promessa e dopo tre anni non ancora realizzata, e a quanto pare potrebbe restare ancora molto tempo sulla carta. Nessuna percezione di cantieri aperti, nessuna informazione sulle tempistiche e/o problematiche eventuali da chi ne è preposto, a partire dall’amministrazione comunale. Silenzio assoluto. Sono trascorsi quattro anni dall’approvazione della variante al Piano stralcio per l’Assetto Idrogeologico (PAI) del fiume Tanaro, ma ad Alessandria la messa in sicurezza delle sponde resta al momento solo sulla carta. A fronte di documenti approvati, studi completati (si spera) e rischi ben noti, le opere strutturali non risultano né concluse né chiaramente avviate, mentre il territorio continua a vivere in una condizione di vulnerabilità permanente. Il PAI del 2022 avrebbe dovuto segnare un cambio di passo dopo decenni di promesse, e dopo la tragedia del novembre ‘94 che Alessandria conosce fin troppo bene, senza contare i vari rischi a seguire negli anni, come nel dicembre 2016. Le mappe di pericolosità sono state aggiornate, le criticità individuate, le opere necessarie elencate con precisione, tutto corretto, tutto formalmente ineccepibile, ma oggi è lecito chiedersi: a cosa serve un piano di sicurezza idraulica se resta confinato nei cassetti delle amministrazioni? Sul fronte operativo, il quadro è desolante, gli interventi di difesa spondale e arginale sul Tanaro risultano frammentati in lotti, rallentati da iter burocratici, rinviati da un ente all’altro, senza che ai cittadini venga fornito un cronoprogramma chiaro e verificabile. Nel frattempo il tempo passa, e il rischio resta, o aumenta. Ricordo di aver letto nel 2022, all’uscita del PAI, che i lavori nel tratto cittadino sarebbero stati conclusi nel marzo 2026 come possibile termine dei lavori, ma non esiste una comunicazione istituzionale trasparente che confermi quella data come scadenza reale e complessiva. Ancora una volta si naviga nell’ambiguità: scadenze parziali, finanziamenti annunciati, progettazioni che si rincorrono, mentre sul fiume, sugli argini cittadini del Tanaro ma anche della Bormida, non si vedono cantieri proporzionati alla gravità del problema. Questa situazione non è più giustificabile, perché la sicurezza idraulica non può essere trattata come un dossier tecnico qualunque, ma riguarda la vita delle persone, le abitazioni, le attività economiche, il futuro stesso della città. Ogni rinvio, ogni silenzio, ogni passaggio di responsabilità è una scelta politica precisa, non una fatalità, quindi parliamo di responsabilità. Dopo le devastanti alluvioni che colpirono l’Emilia-Romagna soprattutto nel 2023, la gestione del territorio è finita sotto la lente della magistratura. Sono diverse le inchieste aperte che chiamano in causa sindaci, amministratori locali, regionali e tecnici degli enti pubblici, compresi dirigenti di strutture come AIPO (Agenzia Interregionale per il fiume Po). Le accuse Aipo, enti attuatori, Comuni : tutti chiamati in causa, nessuno che oggi possa dirsi estraneo. Alessandria non può permettersi che la sicurezza del Tanaro e della Bormida venga gestita con la logica dell’attesa e dell’emergenza. Non servono nuove varianti, servono cantieri. Non servono annunci, servono date certe. Non servono rassicurazioni generiche, servono atti concreti e la domanda, a questo punto è inevitabile: quanto deve ancora aspettare la città perché un piano approvato diventi finalmente realtà? Perché in un territorio segnato dalla memoria delle alluvioni, il ritardo non è neutro ma è una responsabilità politica che pesa ogni giorno di più. Voto: 2


Condividi