di Graziella Zaccone Languzzi

1) Il 18 dicembre ho letto un articolo con le dichiarazioni del segretario provinciale PD dopo il voto il voto sul bilancio di previsione 2026 della Provincia di Alessandria: “Pd: “Grande instabilità dei vertici della Provincia. Al presidente Benzi chiediamo coraggio e visione”. Il 20 dicembre dalla presidenza della Provincia è arrivata la replica: “Provincia di Alessandria, approvato il Bilancio 2026-2028: “Il centro sinistra ha fatto i debiti, il centro destra risana”. Interessante leggere i numeri contenuti nell’articolo, che poco si prestano a demagogia ideologica.
La storia della Provincia di Alessandria, in pratica sempre amministrata dal centro sinistra sino al 2018, parla da sola, purtroppo, e i meno giovani ben ricordano storie di viaggi in Cina, fidejussioni scomparse, società partecipate dall’ente per fare innovazione, e che invece fecero buchi: non sulle strade, ma nei bilanci. La Provincia di oggi (la nostra, come le altre) è ‘figlia’ dei governi Pd Letta e poi Renzi, e ha un killer che si chiama Del Rio, padre di una riforma che si proponeva di cancellare questo ente intermedio, e invece lo ha ‘soltanto’ ferito gravemente, e lasciato agonizzante nel limbo. I riformisti incapaci sono più dannosi dei rivoluzionari e dei ladri messi insieme ma, se ci pensate, al contrario delle altre due categorie non passano mai di moda. Comunque: Palazzo Ghilini è a guida cento destra (Baldi, Bussalino, da un anno Gigi Benzi) dal 2018, e sono stati anni di faticoso risanamento, anche grazie al contributo di dirigenti di talento (che non abbondano nei nostri enti locali, quindi quando succede che facciano bene, diciamolo e ricordiamocelo). L’attuale segretario provinciale del PD, si dice anche aspirante candidato alla Camera, è giovane ma non giovanissimo, e un po’ di storia politica locale auspico la conosca. Riguardo alla Provincia, ricorderà che la vendita dei gioielli di famiglia cominciò negli anni Novanta (1997 Colonia Marina “C. Zanzi” a Loano, comune del savonese) e proseguì nel 2012 con Villa Figoli, utilizzata come centro di soggiorno marino/colonia estiva per bambini e persone con disabilità, venduta al Comune di Arenzano per circa 5,5 milioni di euro. Non si vendono beni se non si è alla canna del gas. Ma c’è di più, e molto altro. Ad esempio ricordo al giovane segretario provinciale PD la questione E&T (Energia &Territorio), che tenne banco per anni nelle cronache e che lasciò alle sue spalle debiti importanti, ma in fondo anche ricordi romantici. Erano gli anni d’oro del ‘goga mi goga’ (come si diceva un tempo a Torino), che alcuni degli attuali sindaci del centro sinistra certamente non possono non ricordare con un certo ‘struggimento’. Laguzzi per informazioni su come si è generato il debito ‘monstre’ che ora il centro destra con fatica sta risanando può certamente chiedere a casa propria insomma, magari organizzando uno di quei bei convegni ‘illuminati’ che tanto piacciono a sinistra. Io qui, nel mio piccolo, mi limito da dare un modesto contenuto ‘a memoria’. Quindi questa pagella prosegue con riferimenti ormai un po’ datati, ma utili a rinfrescare le memorie. Energia & Territorio fu una società costituita nel 1988 dalla Provincia di Alessandria con finalità legate alle energie alternative e tutela ambientale. Nel tempo però la società cambiò il suo oggetto sociale, occupandosi (si fa per dire) anche di attività diverse come infrastrutture informatiche, gestione di telecomunicazioni, consulenze, manutenzione impianti, rapporti commerciali con la Cina, servizi internet e altro ancora: “Inchiesta Energia & Territorio, storia di un fallimento: strade in Sardegna e banda larga. L’agonia della partecipata della Provincia di Alessandria fino al fallimento milionario dopo le trasformazioni societarie”. Nel 2015, dopo 27 anni di costoso nulla, fu dichiarato il fallimento da un tribunale su istanza dei dipendenti licenziati che vantavano crediti non pagati. Il Movimento 5 Stelle, che prima di diventare un cespuglio del centro sinistra nacque per ‘aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno‘, presentò fin dal 2015 esposti alla Procura per chiedere chiarezza e responsabilità, contestando l’ampiezza delle attività svolte da E&T e l’onere di eventuali perdite che ricadevano sulla collettività. Potrei procedere più nel dettaglio, e fornire elenchi di amministratori locali che furono indagati: ma chi desidera li trova ancora in rete. A me preme solo rammentare ai giovani piddini alessandrini da quale storia arrivano: prudenza, prima di sparare sentenze ragazzi..
Voto: 2

2) “Casale verso l’impianto da 5 milioni di euro per riciclare pannolini e pannoloni”. E’ stata approvata in Consiglio comunale la variante per la nuova area e la struttura dovrà essere pronta a giugno 2026, per non perdere i finanziamenti del Pnrr per un impianto unico del Nord Ovest. Dopo aver letto l’articolo mi sono detta “ma che schifo”! L’idea di oggetti realizzati con materiali provenienti da rifiuti sanitari non mi entusiasma per niente, perché la sostenibilità per funzionare deve essere anche socialmente accettabile, e mi preoccupa un po’ l’origine di ciò che utilizzerò in futuro. Riciclare è fondamentale, ma non tutto ciò che è tecnicamente riciclabile è automaticamente sostenibile, sensato o necessario. Trasformare i pannolini usati in simboli dell’economia circolare rischia di essere l’ennesimo caso di ambientalismo di facciata ben confezionato. Negli ultimi anni gli impianti di riciclo di pannolini e pannoloni vengono presentati come una frontiera innovativa dell’economia circolare. Tuttavia, dietro una narrazione rassicurante e tecnologica, emergono numerose criticità che meritano una riflessione più onesta. Pannolini e pannoloni restano a tutti gli effetti rifiuti sanitari. Contengono feci, urine, sangue, batteri e residui farmacologici. Eppure con una spruzzata di tecnologia e qualche comunicato stampa ben scritto diventano improvvisamente “risorse”, e mi chiedo se basti chiamare qualcosa “economia circolare” per far sparire ogni perplessità igienica. Per renderli “riciclabili” sono necessari processi complessi di sterilizzazione, lavaggio ad alte temperature, separazioni meccaniche, trattamenti chimici che comportano un elevato consumo di energia, acqua e chissà che altro. Ma niente paura: è tutto “green”. Definire sostenibile un sistema così energivoro appare quantomeno discutibile e costoso. Un saggio proverbio popolare dice che in certi casi “il gioco non vale la candela”. Anche sul piano dei materiali recuperati, l’efficacia è limitata, mi sono documentata e la cellulosa ottenuta è di qualità modesta e destinata a impieghi marginali, mentre la plastica riciclata si inserisce in un mercato già saturo. In Italia, infatti, il vero problema non è la mancanza di plastica riciclata, ma l’eccesso di offerta rispetto alla domanda. Continuare a produrre materiali riciclati senza un reale sbocco industriale rischia di trasformare l’economia circolare in un esercizio teorico, più utile a giustificare nuovi impianti che a ridurre davvero l’impatto ambientale. La sostenibilità non può essere solo un’etichetta tecnologica ma deve essere igienicamente sicura e ambientalmente efficiente: in caso contrario, il rischio è quello di riciclare l’insostenibilità stessa.
Voto: 2

3) Alla Bioland di Casal Cermelli nella settimana che precedeva il Natale il materiale plastico ha preso fuoco, soffocando l’aria del territorio, ma tranquilli nessun pericolo. O almeno così ci hanno rassicurato: “Vasto incendio di un capannone a Casal Cermelli: sul posto i Vigili del Fuoco”. Per giorni a Casal Cermelli sede dell’impianto e anche nelle frazioni di Mandrogne, Litta Parodi e Cascinagrossa, oltre che in diverse zone di Alessandria come Pista e quartiere Cristo, vi sono state segnalazioni di cittadini, riguardo forti odori lamentando aria irrespirabile, insopportabile, anche con le finestre chiuse e forte odore di bruciato molto intenso, fumo, miasmi. Ciò significa che non siamo davanti a un episodio marginale, ma a un evento grave, esteso e tutt’altro che sotto controllo. Solo a me è parso un paradosso che Comune di Alessandria e Arpa ci invitassero a ‘stare tranquilli’, e al tempo stesso a non aprire le finestre e a limitare le attività all’aperto?
Una comunicazione che rasenta l’assurdo: se non c’è alcun rischio, perché comportarsi come in piena emergenza ambientale o sanitaria? Resta il fatto che per oltre tre giorni dai quartieri di Alessandria fino ai sobborghi limitrofi l’aria è stata impregnata di cattivi odori, le finestre sono restate chiuse, sui social serpeggiavano domande e preoccupazione dei cittadini. Cosa abbiamo inalato? Quali sostanze sono finite nell’atmosfera? Quali analisi sono state fatte, e con quali tempi saranno resi pubblici i dati, se mai lo saranno? Servono risposte chiare, responsabilità precise. Il vasto incendio che ha colpito la Bioland, ditta privata specializzata nel trattamento della FORSU e nella produzione di biometano, non è solo un fatto di cronaca, ma l’ennesima cartolina di un modello che scarica i costi ambientali sulla collettività e lascia ai cittadini solo l’aria irrespirabile e chissà che altro. Bioland è un’azienda privata, ma impegnata con il pubblico: collabora con AMAG Ambiente e con il sistema della gestione dei rifiuti che riguarda tutti noi. Ed è proprio qui che nasce la domanda più scomoda: chi controlla davvero chi? Quando un impianto di questo tipo va in fiamme non brucia solo materiale organico o plastico, brucia la credibilità di un intero sistema di vigilanza. Intanto la Polizia Giudiziaria del Comando provinciale dei Vigili del Fuoco dovrà chiarire la natura dell’incendio e dare una risposta sul perché ha preso fuoco il materiale in quel capannone. Per oltre tre giorni Vigili del Fuoco, Arpa e Protezione Civile sono stati impegnati senza sosta. Un lavoro enorme, encomiabile, che però ha messo in luce un fatto inquietante sugli approfondimenti che saranno eseguiti nell’azienda, e in particolare la gestione delle acque di spegnimento. I cittadini, quanto meno quella minoranza che ancora è attenta alla propria salute, ha diritto di sapere, un territorio non può essere trattato come una ‘zona di sacrificio’. L’aria che respiriamo non è una concessione: è un diritto.
Voto: 2

